Perdonerete la licenza poetica del titolo, ma è una parodia che mi ha ispirato un video visto su Instagram: un gatto rosso – detto “orange” in inglese – si comportava da gatto rosso, ovvero in modo bizzarro, impulsivo e un po’ pazzo. Di fatto, rispondeva esattamente alla sua fama. La didascalia a quel video era: “orange cat is oranging”. Allora se l’uomo contemporaneo si svincola da ciò che ci si aspetta da lui e dal suo corpo – mettendo da parte la performance a favore della spontaneità – il meccanismo consolidato e familiare si rompe.
Di corpo femminile e delle sue istanze si parla molto, per fortuna. Proviamo ad affrancarci da narrazioni che vogliono la donna solo come un grazioso visino, due paia di tette o un bel culo a servizio di qualcun altro. Certo, il percorso è ancora lungo, e abbiamo appena iniziato, ma almeno abbiamo iniziato. E l’uomo invece? Quanto e come si parla di corpo maschile e di pressione sociale? Cosa c’entra il concetto di performance? E chi impone agli uomini lo sguardo “giusto” con cui guardarsi?
Non è un mistero che gli standard estetici attuali guardino a un livello di perfezione fisica che raramente esiste e, laddove esiste, viene fraintesa. La società accetta la diversità solo quando rientra in schemi ben collaudati, la circoscrive in recinti in cui “puoi essere quello che vuoi ma non troppo”: puoi essere in carne ma non grasso; magro ma non scheletrico; alto ma non un pilastro; basso ma non sotto una certa soglia. Puoi essere strano ma in modo creativo (leggi capitalistico), guai a essere strano-strano; oppure delicato ma non femmineo; forte ma non mascolino. Puoi avere organi genitali “normali”, ma se sono troppo piccoli non performi, se sono troppo grandi allora sei geneticamente destinato a grandi gesta degne di un film porno serbo amatoriale mezzo drama/mezzo horror.
Nel primo caso, per istinto, gli altri uomini si sentiranno al sicuro; nell’altro si sentiranno minacciati.
Torna il discorso che abbiamo fatto la volta precedente parlando di vita erotica: non si tratta di omologazione, ma di essere troppo – troppo grassi, troppo magri, troppo alti o bassi, troppo dotati, troppo gay, troppo etero – e di non aderire a quel concetto tanto stupido della “normalità”. Vorrei sapere però chi di noi si ritiene normale. Per me questa parola non ha alcun senso.
Nascere molto bassi o pingui, ad esempio, e scusarsi per questo è come chiedere scusa per avere fame o sete: chi si sognerebbe di fare una cosa del genere? Sono bisogni primari che non dipendono da noi. Perché allora un corpo che è costruito in una certa maniera deve essere minuziosamente scomposto, analizzato, spacchettato e ricomposto secondo regole altrui? È come se avessimo sete d’acqua ma ci venisse dato un superalcolico. Io non voglio il superalcolico, voglio l’acqua. Eppure lo beviamo lo stesso per non sentirci esclusi, sfigati (un’altra parola che detesto).
Allo stesso modo, una persona con un corpo conforme alla norma si sente in difetto perché troppo conforme? Si sente in colpa?
Dalle risposte al mio sondaggio, se parliamo di magrezza o del suo opposto, ne estrapolo tre che riassumono perfettamente la questione:
B: Sono alto 1.70, peso 58 kg, sono il cosiddetto “secco di merda”. Spesso questa condizione fisica porta gli altri a non prendermi sul serio e a sminuirne le mie reali capacità. Sembro un ragazzino quindi automaticamente penso anche come un ragazzino. Mi ritrovo a faticare il doppio per dimostrare quello che valgo o cercare di essere rispettato e ascoltato. Di conseguenza sono sempre affaticato, anche mentalmente, e mi sento profondamente in imbarazzo al mare o in circostanze simili. Sei uomo solo se lo sembri.
J: Essere bassi e pingui non aiuta, specialmente in adolescenza. Si parte svantaggiati. Inoltre è vero che la società è grassofobica, ma è ancora più severa con chi è tutte e due le cose: se sei grasso ma alto te la puoi cavare perché magari dai l’impressione di essere un tipo protettivo, sicuro, ben piantato. Se sei grasso e basso vieni visto solo come un ciccione sudaticcio.
D: io non sono un Adone, non mi ritengo né bello né piacevole e ne soffro. Ho la pancia, non mi piaccio ma devo conviverci, a volte soffrendo, a volte facendo finta di niente. Ammiro chi riesce a conviverci. C’è chi si piace a prescindere, chi no. C’è chi vede il chilo in più come floridità per la donna e prestanza per l’uomo e chi invece li vede come difetti. lo credo che sia sbagliato parlare di come si giudichino quei chili in più rispetto al sentirsi o meno a proprio agio con quei chili in più. Ed è qui il grande problema dell’essere umano: parla, parla troppo e parla di cose che non lo riguardano. A te che mi guardi da fuori e nemmeno sai perché sono grasso che te ne fotte? Probabilmente questi stessi pensieri si possono applicare anche alla donna, ma credo che a parità di situazioni, la società sia più severa con loro che con noi uomini.
Quest’ultimo punto mi sembra particolarmente interessante. Io credo, nel mio piccolo, che entrambi i sessi abbiano gli stessi problemi, ma in un caso se ne parla molto, nell’altro meno: l’uomo – come diceva il mio primo interlocutore – è uomo solo se lo sembra. Non deve lamentarsi, battere i piedi. Incassare e silenzio. Il mito dell’uomo stoico è ancora profondamente incardinato. Se è vero quello che dice D., la società è più severa con le donne, sì, ma perché le donne stanno facendo più rumore. Il malessere maschile invece passa sottotraccia, è un disagio silente, trattenuto. Con chi può parlare di quel chilo in più? Del suo pene storto? Della sua fimosi? Se si sente a disagio perché sotto pressione ed esterna questo disagio con qualcuno non sarà preso per debole, sfigato, femminuccia?
Le donne, quantomeno, possono aprirsi più liberamente perché “woman is womaning” – parodiando ancora il mio sottotitolo.
D: Spesso non possiamo comunicare il nostro disagio. Sei maschio, devi essere fisicato, alto, ben vestito. Ma se non lo sei, non hai il diritto di dispiacerti, devi passare oltre. Te lo faranno notare, che non sei canonico, ma tu devi ignorare. O fai qualcosa per migliorare o devi accettarti e basta, non puoi problematizzare, parlare, non puoi essere debole. Se migliori, sei forte. Se non migliori, accettati, abbi “carattere”, difendi la tua non aderenza al canone. E tra l’altro è una cosa prettamente maschile, di uomini per gli altri uomini. Capita spesso che gli amici mi dicano: beato te che te ne freghi. Sottinteso: di essere un ciccione malvestito punk a 43 anni. Ma nessuno si è mai preoccupato di chiedermi davvero se io me ne freghi. Al massimo mi hanno detto: dovresti dimagrire, tagliarti i capelli, metterti una camicia. Il modello performativo è maschiocentrico.
M: Molte donne con cui mi sono confrontato raramente hanno espresso preferenze per i fisici molto scolpiti. A me suona più un desiderio maschile collegato a una volontà di potenza, di dominanza. C’è anche un sottotesto omosessuale: credo che modellare il corpo in modo da renderlo bello, in alcuni casi, lo si fa non per piacere alle donne ma per soverchiare gli altri uomini. Per dire: eccomi, sono io l’uomo alpha, ammiratemi, questo è il canone da rispettare.
J: È vero che se non hai certe caratteristiche fisiche gli altri uomini non ti vedono uomo abbastanza. Quando sei in uno spogliatoio maschile, se fai sport o vai in palestra ad esempio, il livello di tossicità è quasi assurdo: io ero sempre quello troppo magro (non sapevo di soffrire di celiachia), con le orecchie o a sventola e il pene storto.
S: Trovo che le donne siano molto più libere nel mostrarsi attratte da altre donne. Mentre gli uomini devono o celare l’attrazione con cazzate tipo: hey! bel fisico, bei bicipiti e stronzate così per non dire che hanno voglia di altro o per nascondere la propria omosessualità, manifesta o latente che sia.
Anche le donne hanno partecipato al sondaggio, soprattutto in replica alla risposta di M., la maggior parte delle quali ha confermato di non preferire fisici troppo scolpiti. Una piccola percentuale ha invece ammesso di esserne attratta, sentendosi in colpa per i propri gusti, come se amare un corpo maschile “fisicato” fosse un demerito.
Non lo è. Questo non ci rende né frivole né stupide. Sono gusti e i gusti non si discutono. Le donne che preferiscono l’uomo più in carne non sono migliori delle altre o più intellettuali. Io non mi sento più in gamba perché mi piacciono gli uomini in carne. Torna il discorso di poc’anzi: sono cose che non si scelgono e per le cose che non si scelgono, che non dipendono dalla nostra volontà – e soprattutto non nuocciono agli altri – non si deve chiedere scusa. Se abbiamo sete di acqua prendiamo l’acqua, non il Moscow Mule 4.0 con gin d’alta quota e muschio fritto dell’Himalaya. E viceversa.
Piuttosto è molto affascinante l’opinione condivisa nel sondaggio secondo cui è l’uomo a dettare agli altri uomini un canone. D. ha detto: il modello performativo è maschiocentrico. Sembra essere la risposta alla mia iniziale domanda: chi impone agli uomini lo sguardo “giusto” con cui guardarsi? Di tutte le repliche che mi sono giunte, nessuno ha sollevato un disagio originato da una critica femminile. È chiaro che la mia è una piccola community quindi statisticamente parlando potrebbe non essere affidabile, eppure tutti gli uomini hanno palesato che a farli sentire meno sono stati amici, compagni, colleghi, padri, fratelli.
È possibile anche che questa sia una performance nella performance: mantenere lo status quo perché gli è stato insegnato così. Quanta fatica costa? Quanta pressione viene esercitata su se stessi e sugli altri? E perché non se ne parla? Io non credo che l’uomo sia meno insensibile al tema: è un po’ un falso mito quello che lo vuole scanzonato e sordo a certe istanze. È più facile che abbia imparato a tacere e lo sforzo di tenere a freno certi desideri – desideri di essere nerd, grasso, gay, queer, di parlare apertamente – crei un grumo di insoddisfazioni e rabbia repressa che non trova sfogo se non con i propri compagni o con le donne. A che pro si sente in diritto di criticare il fisico di un altro in palestra? Molto spesso lo fa perché nasconde un’insicurezza profonda, perché è l’unico modo che conosce per validarsi come uomo agli occhi della società.
E però la società non ti vuole troppo uomo, no? Perché allora saresti figlio del patriarcato.
Ritorna la questione del troppo, ma solo se applicata alla relazione con la donna. Un uomo che è bullo e patriarcale con un altro uomo, no problem? Come funziona in quel caso?
Un altro e ultimo punto che ha destato un bel dibattito è la questione del corpo maschile erotico. Siamo abituati, per ragioni che non starò qui a spiegare perché le conosciamo tutti, al corpo femminile nudo. Ne parlavo qualche giorno fa col mio compagno quando gli ho rivelato di non aver mai ricevuto una dick pick indesiderata in chat. Molti non ci credono, forse sono fortunata. Lui sollevava questa questione: non si tratta di vedere l’uno come più delicato e piacevole da vedere e l’altro come aggressivo, ma dell’uso che se ne fa. È molto più raro che un uomo pensi al proprio corpo nella totalità svincolandosi dal ridurlo solo agli organi genitali. L’errore sta nel pensarsi esclusivamente come un riassunto, nel pensare che quella porzione di corpo sia sufficiente a stabilire una presenza.
Io trovo molto più erotico un corpo maschile nel suo intero. Non mi interessa vedere quanto sei dotato. Siamo circa 8 miliardi, metà di cui di sesso maschile. Pensare di avere un arnese eccezionale è quantomeno presuntuoso, ma anche nel caso in cui così fosse credo sia raro che una donna possa innamorarsi di te o dartela perché hai il cazzo più bello del pianeta.
D., uno dei miei interlocutori, ha scritto: L’ideale di bellezza che ho interiorizzato non corrisponde a quello che sento di avere. I peli mi inorridiscono, la mia stazza pure. Non riesco neanche a guardarmi allo specchio. Penso che il problema non sia solo la mancanza di comunicazione, ma anche il poco risalto che il corpo maschile ha nel dibattito. Io credo che, da uomini, sia molto difficile essere erotici, questa sfera è davvero poco esplorata. Cosa rende un uomo erotico? Cosa posso fare io per essere erotico? Tu hai una risposta?
La risposta non ce l’ho, ma credo che la narrazione possa essere d’aiuto. Lo dicevo poco fa: l’uomo non si riduce solamente a ciò che ha tra le gambe. Prendere coscienza di questo è già un passo avanti. Il corpo maschile può essere assolutamente erotico se lo si rende oggetto di una storia, di un racconto personale. Credo che le dick pick siano così odiate – a parte per l’imposizione violenta nei confronti di un’altra persona – proprio perché sono spersonalizzate: non c’è storia, non c’è racconto, è solo un pezzo di carne buttato nel cesso. Sarebbe bello omaggiare quel corpo nella sua interezza, celebrarlo, renderlo protagonista, ma è una cosa che deve partire dagli uomini. Nessuno può far questo lavoro al posto vostro.
S., replica con la sua esperienza: Qualche settimana fa ho perso una quarantina di contatti qui su Instagram per aver postato una mia foto di nudo. L’immaginazione purtroppo spaventa ancora molto, il lasciar intravedere, il pensare che sotto quella censura o quella posa ci sia il corpo nudo e senza filtri mette a disagio soprattutto gli stessi uomini, che possono non apprezzare fotografie di un certo tipo, ma dovrebbero semplicemente lasciar andare invece di eliminare quel tipo di suggestione. Io penso che il motivo quasi sicuramente sia un timore soffocato, un istinto represso, o perché chissà, magari piace troppo da doversene liberare. È come se il nudo maschile avesse un lato animalesco, come se fosse più forte e intrusivo di quello femminile e invece è altrettanto bello se visto senza paranoie. O probabilmente il nudo porta a pensare che dietro ci sia altro, voglia di farsi notare o provocare. E anche se fosse?
Cesare Pavese, nella sua opera Feria d’agosto, scrisse:
son tornato al torrente dove venivo quest’inverno, e come succede in queste ore calde mi è venuta l’idea di mettermi nudo […] Sono ormai parecchi giorni che passo nudo il pomeriggio sotto il cielo. Mi espongo e aggiro inquieto sull’erba e sul terriccio della pozza. Rarissimi istanti – quando mi butto gocciolante sopra l’erba – perdo coscienza e mi dimentico il corpo. Non che risenta l’abbandono e la tristezza di quand’ero bambino e mi spogliavo per lavarmi. Ora mi spoglio anzi con foga, smanioso di ritrovarmi e riapparire, e il cuore mi batte violento. Ma nel battito c’è un’ansia, c’è l’attesa di qualcosa, che scuote la mia solitudine. Voglio dire che faccio come sapessi d’esser visto. […] Ogni volta il mio stato di assoluta nudità mi sbigottisce e mi stupisce, quasi fosse una gran cosa attuarlo qui senza pensiero. Ogni volta che stendo sull’erba le mie lunghe gambe e rovescio la nuca, so che il sole mi vede e mi fruga quale sono dalla testa ai piedi e non c’è nulla di diverso da me a un sasso, a un tronco, a una biscia screziata, se non appunto il turbamento che provo a mostrarmi. Ormai l’acqua e il sole mi hanno tornito e velato, e anche in questo mi par di capire che la natura non sopporta il nudo umano e con tutti i suoi mezzi si sforza, come fa con i cadaveri, di appropriarselo.
Forse è questo il sentimento che dovrebbe importare: pensare al proprio corpo, pensare. Essere presenti. Viverlo in modo erotico – laddove questo non significa strumentalizzarlo sterilmente, ma amarlo – in modo da non ridurlo a una virgola, a un accento, a un semplice segno di punteggiatura di troppo. Non giudicarlo né lasciarlo giudicare agli altri. E soprattutto quando si parla di corpo maschile, affrancarlo dalla prestazione: il corpo è solo un ammasso di carne, acqua e sangue. Pretendere l’impossibile da esso è inutile.
Possiamo raccontarlo, certo, ognuno coi propri strumenti: c’è chi usa la fotografia, chi la scrittura, l’arte, lo sport, il sesso. Ma se perdiamo di vista lo strumento a favore dello scopo allora non stiamo più facendo qualcosa per noi, ma stiamo performando per gli altri. E alle persone non andrà mai bene nulla, per quanto ci sforziamo di aderire o meno al canone. Tanto vale riappropriarsene, no?






