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Rachele Salvini: «Da quando sono diventata una vittima, non sono più la stessa. Scrivere “Pelli” è stato il modo di dare risposta a domande che continuo ancora a farmi»

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
1 Agosto 2025
in Billy, Interviste
Tempo di lettura: 6 minuti
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Violenza, sopraffazione, silenzi. Sono questi – e non solo – i temi che scuotono il nuovo romanzo di Rachele Salvini, Pelli, pubblicato da nottetempo. La storia di Zelda, la protagonista, è la storia di tante, donne che subiscono la possessione altrui per tutta una vita e, soltanto quando una rinascita sembra impossibile, trovano la forza per fare i conti con il proprio passato, i propri traumi, i propri ricordi. In un contesto non di certo usuale per la letteratura contemporanea italiana, l’autrice – che oggi vive tra l’Oklahoma e il Kansas – racconta come le Pelli possano farsi metafora di un’intera esistenza, di una natura, quella umana, non sempre lineare, non sempre giusta, non sempre gentile.

Le Pelli del titolo del tuo nuovo romanzo sono metafora della pelle sociale, familiare, culturale che Zelda ha indossato per tutta la vita? Quali di queste e in che misura?

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«Una domanda molto complessa per cominciare… In effetti, volevo che le Pelli fossero una metafora dell’oppressione. Ho volutamente puntato i riflettori sulle categorie oppressive – qui rappresentate da due personaggi, Thomas e il figlio Gareth che ne ripercorre alcuni atteggiamenti – e su quelle oppresse dalla loro violenza, come gli animali, nell’immaginario comune percepiti come la parte più vulnerabile, e da cui Tom è ossessionato. Vi è l’oppressione verso la stessa moglie, Zelda, vista come una possessione, tema purtroppo ancora in primo piano non solo in alcune società conservatrici come l’Oklahoma rurale, ma anche l’Italia. E poi c’è un discorso sulla razza. Dunque, per rispondere alla tua domanda: sì, direi che possiamo dire di sì, sono una metafora di tutte queste cose».

Le pelli sono uno specchio tangibile della sottomissione della protagonista, Zelda, e del desiderio di Tom di possedere e dominare la natura e, per estensione, le donne. Come si tratta un argomento così chiacchierato oggi senza essere banali?

«Non volevo scrivere un romanzo che fosse totalmente bianco, ossia in cui Tom muore e Zelda ha una relazione difficile con il figlio che sta cominciando a mostrare gli stessi caratteri del padre. Ecco, forse, questo sarebbe stato un modo banale di affrontare una tematica a me cara. Non so dirti se se sono stata banale o meno, ma avendo vissuto in prima persona dinamiche come quelle del libro – anche se molto peggio di quanto affidato alla storia di Zelda – posso affermare che, se le hai provate sulla tua pelle, queste restano un’ossessione, più un bisogno di rispondere a certe domande che di andarle a scardinare. Sono esperienze disturbanti eppure tutte molto diverse. Da quando sono diventata una vittima, non sono più la stessa, e scrivere Pelli è stato il modo di dare risposta a domande che continuo ancora a farmi».

C’è un tema che mi appassiona molto, ossia quello del modello tossico, dei traumi tramandati. Penso a Gareth che emula il padre, quindi patriarcato, violenza. Si può sfuggire al disegno che il contesto in cui viviamo crea attorno a noi?

«Questo è un punto centrale del libro. Volevo che Gareth fosse un personaggio persino da detestare. Volevo che emergesse però anche la sua identità come vittima. Gareth emula il padre perché sente che questo è il suo ruolo, quello che deve fare, forse la sua non è nemmeno una decisione del tutto conscia. La violenza del patriarcato opera, come ti ho raccontato, sulle categorie più deboli, ma anche sugli uomini stessi, è dannosa pure per loro. Ti dico che è possibile – difficile ma possibile – sfuggire al contesto in cui viviamo, attraverso un dialogo aperto e la volontà di prendersi le proprie responsabilità».

Il testo tocca anche temi razziali e culturali. Come hai affrontato la responsabilità di raccontarli?

«Sentivo la responsabilità in quanto scrittrice bianca, per lo più italiana, che scrive di un posto come l’Oklahoma, dove ho vissuto per cinque anni, e ho vissuto tante situazioni in maniera molto intensa. Lo ripeto, non volevo scrivere un libro bianco, non sarebbe stato veritiero. Si tratta di un processo molto difficile ma necessario. Se si evita di parlare di nativi americani, si evita di parlare della storia dell’Oklahoma, uno Stato in cui – da diverse regioni vicine – gli oppressori spedivano queste popolazioni a lavorare nei campi. Non parlarne sarebbe stato cancellare le loro culture e tradizioni».

Presenza, il passato che riaffiora nella memoria, il marito, il predatore; o anche il trauma che riaffiora; la storia dell’opossum trovato in strada e dove comincia questa collezione di palli di Tom. Quanto è reale e quanto è simbolico il puma con cui si apre questo racconto?

«Entrambi, è una domanda che mi sono posta io stessa. Il puma c’è, esiste, ma è anche simbolo di qualcosa di non risolto a livello di trauma storico e personale per quanto riguarda Zelda. Il fatto che ci sia e sia reale non diminuisce il suo ruolo simbolico. Poi, tutti i modi in cui questo puma si presenta con la sua natura simbolica sono frutto di una tua lettura attenta, e così dei lettori. Non ho deciso prima quali fossero i suoi significati».

Il negozio dell’usato è una sorta di spazio rituale, dove ridare valore alle cose e alle persone. Zelda comincia lì un timido percorso di rinascita: si propone come volontaria, porta le sue tazze “Mr. Right” e “Mrs. Always Right” che condivideva con il marito. Vuol dire che per rinascere bisogna avere il coraggio di abbandonare le proprie certezze?

«Zelda arriva a questo punto della sua vita, già avanzato, senza il privilegio di avere davanti a sé molti anni per rinascere totalmente. Forse più che rinascere dobbiamo abbandonare le nostre certezze, tra cui la convinzione che la vita va sempre nella direzione che noi desideriamo. Non è così quasi per nessuno. Non è vero che se siamo buoni, ci comportiamo in una certa maniera, otterremo cose buone, quello che meritiamo. Abuso e oppressione non hanno mai senso, e forse Zelda comincia a capirlo in quel luogo».

La narrazione è punteggiata di ricordi improvvisi, spesso corporei. In che modo i ricordi ci frenano o ci spingono al cambiamento?

«Io penso che facciano entrambe le cose, è un tema molto importante che ho discusso anche nel mio primo romanzo. I ricordi danneggiano completamente chi siamo, se legati a un trauma. Zelda, nonostante sia spesso disturbata da questi, riesce anche a liberarsene, a liberarsi dalle convinzioni che radicano in lei».

Altro elemento importante è il silenzio.  La foresta, il bosco, il fiume… sono silenziosi ma vivi. Che ruolo gioca la natura nella storia? Silenzio che nel caso di Zelda vuol dire sopraffazione, la parola diventa elemento di autodeterminazione. Vuoi lanciare un messaggio importante? A chi? alle donne? Ai giovani?

«Sì, il silenzio per Zelda è importante e intimo, e mi piace questa tua connessione tra silenzio e mondo naturale, con la foresta. Il silenzio ha potere meditativo, Zelda resta sola, scappa da Tom, è un momento in cui cerca di capire se stessa. La foresta è anche simbolo della confusione che prova e non riesce a esprimere, come le donne vittime di violenza non riescono a parlare. Faccio un esempio legato a me: talvolta non ricordo nemmeno cosa ho detto e a chi, e spesso riscopro le mie parole nei racconti delle mie amiche o di mia mamma. La foresta è questo, il bisogno di silenzio, ma anche ciò che può isolarti quando non hai la forza di parlare».

Zelda è un personaggio di grande delicatezza e forza. Come hai costruito la sua voce interiore?

«In Italia c’è un dibattito sul tema dell’autofiction che per me non ha per niente senso. Sono convinta che gli scrittori – anche fantasy – non traggano storie dal nulla, che non abbiano niente a che vedere con la loro vita. Non è tutta invenzione. Allo stesso modo, ho scritto di Zelda per capire, per mettere a fuoco ciò che mi era successo. Il libro è anche ispirato a donne che ho conosciuto, donne che ho visto avere a che fare con persone come Tom, e che non avevo capito prima che succedesse a me. So che parlare della mia esperienza può farmi sembrare ossessionata da me stessa, ma in realtà Pelli è un’operazione di riscatto dal fatto che ho avuto il privilegio di ignorare, di minimizzare. Poi l’ho vissuta e ho capito».

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