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“Digger” di Alejandro Iñárritu: il mostro sono io, ma gli ipocriti siete voi

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
14 Ottobre 2026
in Cinema, Paprika
Tempo di lettura: 8 minuti
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Doveva essere il film dell’anno, e nonostante la critica – soprattutto statunitense – lo stia stroncando, Digger di Alejandro Iñárritu è comunque riuscito a non sparire del tutto.
Di film che sono stati boicottati e incompresi agli esordi per poi diventare dei cult ne è piena la storia del cinema: Blade runner, Quarto potere, Drive, Fight Club. Chi per un motivo, chi per un altro, al botteghino andarono malissimo o furono ostacolati, per poi rivelare tutto il potenziale solo in seguito. Ecco, prova a dire oggi che Quarto potere è un film di merda. Ho come l’impressione che Digger si unirà a questa cerchia. Ma perché questo astio nei confronti di un film che, su carta, aveva tutte le premesse per sbancare?

Da quello che ho potuto capire, chiacchierando con amici, appassionati e cinefili, le resistenze maggiori emergono quando viene fuori il nome di Tom Cruise: grande è stato il mio stupore quando mi sono resa conto di quante persone lo odino o lo trovino antipatico, io che ho sempre vissuto su una nuvoletta rosa, ignara delle maledizioni che gli vengono lanciate. Per me, è sempre stato un attore eccezionale, mi è sempre piaciuto fin dai tempi di Cuori ribelli, e nonostante alcune sue interpretazioni mi abbiano lasciata indifferente – penso, ad esempio, a tutta la serie di Mission: Impossible – non posso ignorare che in molte altre pellicole abbia dato prova di essere un fuoriclasse (per dirne qualcuna: Eyes Wide Shut, Magnolia, Nato il quattro luglio, Rain Man, Intervista col vampiro, Vanilla Sky).
Ora, mi pare di capire che nessuno (spero) voglia mettere in dubbio il talento di Tom Cruise, quindi l’antipatia deve venire da qualche altra fonte: probabilmente la sua appartenenza a Scientology, oppure la sua presunta mania di controllo sul set, i divorzi chiacchieratissimi, il rapporto difficile con la figlia avuta da Katie Holmes, alcune sue dichiarazioni, insomma nulla di penalmente perseguibile e, in fondo, di carattere privato. Non stiamo parlando di certo di un indagato per pedofilia, o per affiliazione alle porcherie di Epstein, né mi risulta sia mai stato condannato per qualcosa, dunque tutto ciò che ho pocanzi menzionato sono puri e semplici fatti suoi.

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Senz’altro qualcuno potrebbe obiettare che sta antipatico a prescindere e io alzo le mani, ma posso anche esprimere un dispiacere perché perdersi un film come Digger per un motivo del genere mi sembra un gran peccato, soprattutto considerato che invece andiamo a guardare film di gente che indagata e condannata lo è stata per davvero, il cui nome è venuto fuori sia nel caso Weinstein che nel caso degli Epstein files (per citarne uno Woody Allen, di cui guardiamo i film e osanniamo le citazioni su Instagram senza alcun problema), per cui, per concludere la mia difesa a Tom Cruise, se si tratta solo di antipatia un piccolo sforzo si può fare perché il film lo merita.

Se vogliamo poi concentrarci su una questione etica, ovvero non dare spazio a persone che hanno commesso brutte azioni (e siamo d’accordo) allora non dovremmo guardare nulla di ciò che viene da Hollywood, notoriamente in mano a esponenti di spicco di una certa ristretta comunità “privilegiata”, né dovremmo dibattere tramite i nostri dispositivi tecnologici e i social, perché Bill Gates, Elon Musk, Mark Zuckerberg hanno fatto la loro bella comparsa negli Epstein files (azione che si aggiunge a un lunghissimo elenco di altre azioni immorali ed eticamente condannabili). Dunque, a monte, esiste un’ipocrisia nel criticare la mano che agisce dimenticando però l’altra che nel frattempo fa le stesse cose, indisturbata. Boicottare alcuni personaggi famosi e non perché si sono rivelate brutte persone è giusto, ma allora dobbiamo boicottare tutto: internet, gli smartphone, la benzina che mettiamo all’auto, il corriere di Amazon che consegna in dodici ore, Glovo che ci porta la cena a casa, e inoltre, a voler essere coerenti, dovremmo operare una selezione puntigliosissima su qualsiasi forma d’arte di cui vogliamo godere, perché se è vero che una persona non guarda più i film di Woody Allen, o decide di smettere di seguire Gwyneth Paltrow per la sua recente comparsa in una campagna pubblicitaria pro-Israele (sto semplificando, ma il succo è questo), e ripeto, ha tutto il diritto e il dovere di farlo, allora dovremmo essere costanti e coerenti ai nostri valori e buttare pure il cellulare nel cesso perché i componenti con cui sono prodotti sfruttano manodopera a basso costo, e spesso infantile, e dovremmo chiudere i nostri account X e Instagram perché di certo né Musk né Zuckerberg sono questi stinchi di santo.

Tutto questo per dire che l’astio violento nei confronti di Tom Cruise mi sembra ingiustificato, non che dobbiamo ignorare i criminali. Poi, se domani viene fuori che è un pezzo di merda è un altro discorso, ma al momento mi pare che tutto ciò che gli viene contestato siano affari privati che non dovrebbero interessarci, perché sì – lo dico e lo ridico – a me della vita privata di un artista non interessa niente (escludendo tutte le gravità contro la legge che ho espresso prima). Separo la persona dal professionista, riconosco il valore e il talento di Picasso anche se era omofobo, misogino e un manipolatore narcisista, e quello di Caravaggio che era un assassino, e quello dei futuristi italiani che erano “un pelo” filo-fascisti. Ovviamente questo non fa di me un’omofoba, un’omicida né una fascista, ma solo una persona che cerca di non fare due pesi e due misure.

Tornando al film, è proprio l’ipocrisia il fulcro centrale. Pare quasi che Iñárritu abbia voluto Tom Cruise perché sapeva quali polemiche avrebbe sollevato, e la cosa straordinaria è che il capro espiatorio nella vita reale e quello nel film combaciano: il personaggio di Digger Rockwell recitato da Cruise è il mostro a cui tutti danno la colpa, e lui quella colpa se la prende eccome. Ma, e c’è un grandissimo ma, subito dopo attacca un monologo che sbugiarda chi gli ha puntato il dito contro, confutando il famoso adagio “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

Faccio prima qualche passo indietro, giusto per evitare spoiler e dare un minimo di contesto: Digger Rockwell è un magnate del petrolio, e all’inizio del film accade un disastro ambientale in uno dei suoi più proficui siti di trivellazione. Bene, un pezzo di Groenlandia (non un paese a caso, signori) si stacca dalla terraferma e viaggia a velocità e traiettoria allarmanti verso l’Europa. Se l’impatto dovesse verificarsi ci saranno milioni di morti. Tutta la narrazione successiva procede per parodia: nel presidente degli USA, un eccezionale John Goodman, ovviamente riconosciamo Trump, nel suo gabinetto tutta una serie di figuri dalla dubbia morale, misogini e guerrafondai, che negano l’esistenza del cambiamento climatico, dell’imminente catastrofe, tanto c’è Digger poi, nel caso, a cui dare la colpa.

Bene, il fattaccio avviene e gli Stati Uniti e Digger vengono convocati davanti al Parlamento Europeo a rispondere delle proprie azioni: non voglio dilungarmi, ma il suo monologo davanti ai potenti d’Europa è l’apoteosi. Lo sbugiardamento di tutte le nostre ipocrisie, di tutti i piccoli vizi, delle colpe dei nostri governi, di tutto ciò che contestiamo come sporco, brutto e cattivo e però, noi, domani avremo comunque bisogno di qualcuno che trivelli perché ci serve la benzina in auto, e ci serve, di nuovo, Amazon in dodici ore, e Glovo che ci porta la cena perché ci scocciamo di accendere i fornelli, e ci serve cambiare assolutamente il cellulare ogni sei mesi, e dunque chi è che si prende la responsabilità per tutti? Digger. E noialtri? Come i farisei che avevano intenzione di lapidare una donna sorpresa in adulterio: ecco, i farisei siamo noi perché la nostra incessante domanda crea il mercato, crea personaggi ambigui come Digger Rockwell che, è vero, si arricchiscono in modo eticamente disgustoso, ma che ci servono. E ci servono perché non siamo pronti a rinunciare all’auto, al cellulare, ad Amazon, a TikTok, a Instagram, a Zara e al fast fashion, e al sushi con la ventresca di tonno che ha fatto diecimila chilometri o al latte macha che viene direttamente da Kyoto. Siamo tanti bravi a urlare “eat the rich”, ma nel nostro piccolo noi ci comportiamo meglio? Se domani uno come Digger dicesse: “basta, signori, smetto di trivellare, ma dovrete rinunciare a questo, questo e quest’altro”, lo faremmo per il bene del pianeta? Non lo so, ho qualche dubbio. Il capitalismo si manifesta in forme insospettabili, anche nelle micro micro micro realtà che sono le nostre stesse singole persone.

Insomma, Digger Rockwell si prende la colpa e va bene (come direbbe Carlo Lucarelli), il presidente degli USA è un coglione e va bene (ma che coglione sopraffino, una chicca), ma c’è dell’altro: un risvolto metanarrativo del film per cui non posso dire di più perché rischierei lo spoilerone. Detto questo, l’esistenza di tale parentesi, che alcuni hanno ritenuto inutile e ripetitiva, io credo fermamente serva a sottolineare la natura profetica del film: siamo noi, siamo proprio noi quelli lì dentro, e quando la sirena d’allarme suonerà – perché prima o poi suonerà, e il Covid ce ne ha dato un assaggio da cui però non abbiamo imparato assolutamente una mazza – agiremo allo stesso modo, sguazzeremo nel fango e nella miseria ma, ah!, con la soddisfazione perversa di aver punito (?) il colpevole.

La domanda però è: e se siamo nella merda per colpa nostra? A chi diamo ora la colpa? Chi è che ha eletto Trump? Chi è che prende l’auto anche per fare cento metri? Chi è che butta la cartaccia a terra tanto “è solo una carta”? Chi è che non educa i propri figli e figlie al rispetto dell’altro e dell’ambiente? È molto facile vivere coi paraocchi, inquadrando nel piccolo cono di luce a nostra disposizione solo la figura immediatamente colpevole che ci ritroviamo davanti, ma a destra e sinistra? E dietro di noi? Quand’è stata l’ultima volta che ci siamo fatti un esame di coscienza?

Con questo non voglio dire che non esistano persone attente e perbene, ma il film pone l’accento sull’altra percentuale, quella che è in maggioranza: non è, come ha detto parte della critica, uno spiegone morale – questo lo pensa solo chi ha la coda di paglia – ma è lo specchio realistico e crudo del marcio della nostra società, e non fa piacere a nessuno essere definiti marci. Poi, voglio dire, che la critica statunitense lo stronchi mi sembra anche telefonato: sarà arrivata la chiamata dai piani alti (letteralmente), perché il presidente degli Stati Uniti del film non ne esce proprio profumato e integro. E noi, in Italia, che siamo i servi della gleba degli USA, facciamo i caproni e i pappagalli perché se gli USA dicono A noi dobbiamo dire A, se gli USA dicono B noi dobbiamo dire B. Nel mio caso, e anche nel caso di molte altre persone che forse usano il cervello, quando dagli USA arriva una stroncatura allora sono sicura che andrò a vedere una bella cosa: per lo stesso motivo, quando Odissea di Nolan è stato definito un capolavoro a me erano già scese le palle a terra.

In Digger invece tutto è volutamente grottesco, comico, amaro, odioso, di non immediata lettura perché la narrazione è un poco frammentata, si spezza, poi riprende, ma onestamente non mi è sembrato nulla di difficile. E anche qui: non è accettabile omologare ogni opera d’arte alla mediocrità. Alcune cose possono anche restare fumose, un poco incomprensibili, non dobbiamo per forza aprire ChatGPT per chiedere delucidazioni ed esaurire la riserva d’acqua del Kenya. Possiamo sforzarci di riflettere e anche accettare che non siamo tenuti a svelare ogni mistero.

La cosa divertente è che con Digger questo corto circuito non avviene: il film ci dice in faccia che facciamo schifo – tu proletario, tu capo di stato, tu magnate multimilionario – e ce lo dice in una lingua ben comprensibile. Se poi ci vogliamo offendere, saranno affari nostri, in questo film il politicamente corretto non è stato affatto un argomento all’ordine del giorno. E va benissimo così. Anzi, ad avercene di più.

Esteticamente, il film è gradevolissimo: bella fotografia, alcune intuizioni wow, e una trasformazione caricaturale di Cruise incredibile. La colonna sonora poi l’ho trovata molto azzeccata. Il peak moment del monologo con quell’ambientazione asettica, neutra, ma magnifica, è una delle cose migliori viste quest’anno. Insomma, se vi volete fidare e mettere da parte l’antipatia per Tom Cruise, credo che facciate un favore a voi stessi. È davvero un gran bel film.

Prec.

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Deborah D'Addetta

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