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Amparo Dávila: la maestra del cuento che imbrigliò la paura

Marina Finaldi di Marina Finaldi
24 Settembre 2020
in Billy
Tempo di lettura: 5 minuti
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C’è un racconto, nella raccolta di cuentos di Amparo Dávila in uscita per Safarà con una traduzione di Giulia Zavagna, che ha segnato per me il punto di non ritorno, la discesa nelle profondità dell’abisso di questa incantatrice della letteratura messicana. La protagonista de La Cella scende per colazione e trova sedute sua madre e sua sorella al tavolo da pranzo. La giovane Maria cova, sotto un colorito pallido e delle occhiaie violacee, un segreto inconfessabile: di notte, nella sua camera da letto succede qualcosa che le impedisce di riposare, che la riempie di orrore. Ogni frase, ogni parola del racconto è carica della tensione di questo segreto e della paura che venga rivelato. Con estrema sapienza, Dávila lascia intuire ma non dice; traccia i lineamenti di una donna che rischia di impazzire, ma non rivela mai apertamente la causa del suo turbamento. Come ne La carta da parati gialla di Charlotte Perkins-Gilman, l’elemento inquietante è domestico e il lettore rimane, come la protagonista, sospeso nella suggestione.

Dávila

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Ciò che terrorizza Maria potrebbe essere vero e dunque soprannaturale, ma anche frutto della sua immaginazione, quindi primo sintomo di un disturbo psichiatrico. Impossibile nascondere tale inquietudine, impossibile che non balzi all’occhio dei propri cari. La madre e la sorella della protagonista, che pure prendono atto del suo aspetto smunto e sfinito, non si domandano da dove provenga il suo stato d’animo: comincia a serpeggiare nel lettore l’inconscio presentimento che entrambe sappiano bene a cosa è dovuto il malessere di Maria e che scelgano di ignorarlo, di farle credere che non esista. Le ultime, raggelanti, frasi del racconto offrono, invece, una prospettiva diversa. Immersi nel buio illuminato solo dai bagliori notturni, ci siamo noi in cella con Maria.

Amparo Dávila, acclamata come regina del fantastico e dell’horror, ha sempre dichiarato di essersi preoccupata poco dell’horror nella sua opera. Ciò che le interessava davvero, i grandi temi a cui ha consacrato la sua arte, sono l’amore, la follia e la morte. Ciascuno di essi è ben identificabile all’interno della selezione di testi presenti nella raccolta, indissolubilmente intrecciati come in un sortilegio, rapporto illogico di causa ed effetto. I personaggi di Dávila vivono l’amore come ossessione e come oppressione. Il protagonista del racconto che apre il volume (Frammenti di un diario) se ne sta tutto il tempo seduto sulle scale del suo palazzo, alimentando tra le lacrime l’ossessione per una donna e sperimentando su di sé un talento masochistico per la sofferenza che evolverà tragicamente in un sadismo lapidario: Ho picchiato con le mie lacrime le orme dei loro passi, dice a un certo punto. La potenza immaginifica di questa brevissima frase restituisce anche un’idea dello stile di Dávila: da vera maga della prosa, le sue parole somigliano a formule magiche che stregano il lettore, lo avvinghiano in una morsa da brivido.

In Fine di una Lotta, un uomo crede di vedere se stesso mentre passeggia accompagnato da una bella donna bionda, diversissima da sua moglie, che, di primo acchito, pare non riconoscere. La fine di una lotta anticipata nel titolo arriva dopo un lungo e sincopato inseguimento e una frase solitaria, separata dalle altre in un paragrafetto brevissimo che gela il sangue. Ossessionata è anche Marcela in Musica Concreta, la quale scopre il tradimento del compagno con una sarta dalle sembianze animalesche. Si ritrova frequentemente, leggendo Dávila, questo accenno a una regressione quasi bestiale degli uomini o anche, viceversa, un’antropomorfizzazione delle bestie che produce effetti grotteschi.

Per le protagoniste de L’Ospite (il racconto più famoso dell’autrice), La Cella, La Colazione, Tina Reyes e L’Ultima Estate, l’amore è logorante: le relazioni con gli uomini sono dettate dalle dinamiche del possesso, le loro personalità soffocate, come la bellezza, dall’inclinazione degli uomini a consumarle. Tutte le donne raccontate da Amparo Dávila hanno l’aspetto stanco, emaciato, grigio, pallido, gli occhi infossati nel capo, cerchiati di scuro: quasi come fossero state risucchiate, private del sangue e della linfa vitale da un avido vampiro. Ai vampiri è inevitabile correre col pensiero: la creatura de L’Ospite esce dalla sua stanza solo durante la notte e mostra un interesse famelico per la protagonista, mentre la fissa con i suoi occhi gialli; il comportamento di Maria ne La Cella e il sogno della protagonista de La Colazione ricordano le pene di Mina Murray-Harker, insidiata dal Conte Dracula. L’elemento erotico si insinua tra le pagine in maniera precisa, subdola, inquietante. E l’erotico rappresenta, per le donne di Dávila, quasi sempre pericolo e violenza.

Nonostante l’autrice non abbia mai scritto con dichiarato intento femminista, moltissimi racconti contengono elementi che chiamano in causa il ruolo di genere di donna, moglie e madre, e molti altri, lo ribadiamo, si concentrano sulla tossicità dei rapporti di coppia eterosessuali. L’elemento di tensione in Tina Reyes è dato dalla paura che la protagonista prova nei confronti di un uomo che la insegue per conoscerla e le chiede insistentemente il nome. Ne L’ultima Estate a essere personaggio principale è il fantasma di un’ennesima gravidanza indesiderata. I mariti sono assenti ed esercitano la propria supremazia sulle mogli con il silenzio e il denaro. Questi, che pure si sono conquistati a pieno titolo il podio tra i racconti perturbanti e dell’orrore, non parlano mai, in realtà, di cose che non esistono nel mondo reale: di cose delle quali noi non abbiamo potuto fare esperienza. Come scrive Alberto Chimad nell’ottima prefazione al libro, Dávila amava definire i suoi scritti con l’aggettivo vivencial: nato dalla vita vissuta, dall’esperienza. La vita di Amparo Dávila è stata, del resto, lunghissima e sofferta.

Nata nel 1928 e scomparsa solo ad aprile del 2020, trasse le suggestioni per i suoi racconti dai ricordi della sua infanzia, vissuta nella provincia mineraria messicana, tra la nebbia densa che ammantava ogni cosa e l’alito pungente della paura della morte: fu l’unica sopravvissuta di quattro fratelli, strappati alla vita dalla malattia e dal caso. Per diventare scrittrice, si trasferì a Città del Messico e combatté il pregiudizio della famiglia e della società. Amparo Dávila, meravigliosa incantatrice della parola, cominciò a pubblicare i suoi cuentos nel 1950, quando ancora per le donne scrivere era ritenuto una perdita di tempo e un disonore. Che bello poter finalmente leggere, in italiano, la raccolta della regina messicana del racconto: una donna che ha dominato la paura e l’ha impressa tra le pagine.

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