Con lui voleva comportarsi bene, il che significava reprimere la propria natura. Era rimasta virtuosa per un anno. Una sera si era fatta troppe birre insieme a un corrispondente di guerra e si era lasciata infilare un dito dentro sullo sgabello di un bar. L’unica cosa che aveva potuto fare per dimenticare quello sbaglio era commetterne altri. In passato, quando tradiva i suoi fidanzati, quel crimine li faceva avvicinare; li amava ancora più forte per bilanciare il senso di colpa. Stavolta la formula non aveva funzionato.
Ce l’aveva con Caleb per la sua bontà.
Lui non tradiva, e perché avrebbe dovuto? Lei gli dava tutto ciò che gli serviva, e bramava qualcosa che a lui mancava. I suoi tradimenti la isolavano. (p. 31)
Tea Hačić-Vlahović, già autrice Fandango, torna in libreria con Give me danger, un romanzo dalla firma inconfondibile: un mix di causticità, ironia pungente, tante droghe, moda, sesso e aspirazioni al successo.
La protagonista, che ricalca autobiograficamente l’autrice, è Val, una ragazza d’origine croata diventata “famosa” per un romanzo in cui raccontava la fine del suo matrimonio con Caleb, e che ha messo una pietra tombale alle sue aspirazioni letterarie: dico “famosa” tra virgolette perché il successo è arrivato, certo, ma la figura di una presunta influencer che veste bene, fa uso di droghe e utilizza i social media come una vetrina non è molto ben vista dall’ambiente letterario, snob e polveroso, pieno di personaggi stantii che elogiano solo un tipo di donna-autrice, quella che si trascura, che si dedica anima e corpo alla letteratura, e che non ha tempo per relazioni o serate mondane.
Val, che rappresenta tutto il contrario di quanto appena detto, vive a Los Angeles, e dopo una carriera come firma di alcune riviste patinate – e questo vuol dire party, inviti alle fashion week, tavoli prenotati a suo nome, soldi e vizi facili – vede la sua vita decadere perché la sua migliore via d’uscita dalla mediocrità muore: Leonardo Castello, un editor che aveva promesso a Val di pubblicare il suo ultimo romanzo, quello che le avrebbe svoltato la vita.
La narrazione parte proprio da questo evento: Val è distrutta dalla notizia, non solo perché voleva bene a Leonardo, ma perché – scomparso lui – non sa cosa fare del suo talento e del suo romanzo. I media cartacei sono andati, i social sono un covo di repressi, le amiche non sono vere amiche, le relazioni che intrattiene non sono sincere: insomma, Val è messa male e sopperisce al bisogno di emergere, di imporsi come una “vera” scrittrice, abusando di sesso, droga, alcol e rapporti disfunzionali.
Parte così alla volta di New York per partecipare alla commemorazione funebre di Leonardo: in mezzo, a cominciare dal suo arrivo fino al funerale, Val farà esperienza di una serie di incontri e di riavvicinamenti che non le servono a nulla, se non cadere ancora di più nella depressione. Come se tutto ciò non bastasse, nell’albergo dove alloggia, fa la conoscenza di un Ratto. Conoscenza sì, perché il topo che si intrufola nella sua camera sembra senziente, e Val si convince che quell’animale sia la reincarnazione di Leonardo. Una specie di Ratatouille italo-americano che va pazzo per le patatine fritte.
Ace saltò su e andò in un angolo. “Mica ti sto giudicando.” Scrollò le spalle, trovò una canna e se la accese.
“Te l’ho chiesto solo perché magari eri venuta per il mio spettacolo.” Soffiò anelli di fumo in direzione di Val. “Ho scritto una parte per te. Una topa battona.”
“Sono lusingata.”
Ace prese a camminare su e giù. “Dovrai fare un provino.”
“Sai che ho appena incontrato un ratto nella mia stanza d’albergo?”
“È il tuo nuovo fidanzato?”
“Non è il mio tipo.
“Troppo pulito?”
“Troppo intelligente.”
Ace rise dal naso. Val avrebbe voluto che continuasse, ma sapeva che era lui a dirigere gli umori e che si annoiava di quelli buoni. “Insomma stai cavalcando un fantasma per avere visibilità.” Si instaurò la loro solita dinamica, con lei in sua balia e lui magnanimo. Quando la tensione non si può sciogliere con il sesso, la soluzione dei conflitti è uno scherzo infinito. (p. 79)
La vita di Val è un disastro, un incrocio mal assortito di Sex & The city, Il diavolo veste Prada e Il bikini di Sylvia Plath di Giada Biaggi (romanzo nottetempo, 2022), eppure non piange, non si lamenta, ma va incontro ai suoi personalissimi drammi a piè pari: una donna bizzarra, forse diremmo masochista, ma che possiede una carica vitale e magnetica innegabile.
A New York, Val incontra alcune delle sue vecchie conoscenze: dj falliti, pornostar, amiche del college che insistono perché diventi madre, e tutto ciò che descrive, le sue esperienze – le serate cool in locali costosissimi, le experience in ristoranti all’avanguardia dove danno da mangiare insetti – non sono altro che una successione di fallimenti stupendi, di critiche nemmeno troppo velate a quel mondo che sembra tanto luccicante ma che nasconde montagne di fango.
La stessa critica, anche qui, palese, Val la fa al mondo dell’editoria: tutti gli scrittori sono brutte persone, nessuno ha talento ma spacciano i loro libri per capolavori, gli addetti del settore sono delle sanguisughe, nessuno legge ma tutti scrivono.
“Se ci spillassimo soldi a vicenda ogni volta che ci servono le ricette mediche dell’altro, non saremmo meglio degli animali.”
“Il mio primo libro era troppo comprensibile, ed è un peccato. Voglio che le mie opere siano così specifiche da risultare stranianti.”
“Voglio smettere di odiarmi, ma voglio concedermi lo stesso quei comportamenti che mi portano a odiarmi. Voglio essere diversa ma non mi va di cambiare.”
Val si chiese se anche lei facesse quell’effetto quando parlava. Era davvero quella l’élite letteraria? Normale che nessuno leggesse più i libri… (p. 199)
Con la causticità che la contraddistingue, Val si eleva da ogni situazione, pur rimanendone sempre scottata. Alla fine, alla commemorazione ci va, ma in condizione pietose e senza ricavarne nulla. L’unica cosa che le rimane, ed è significativo che non sia una persona ma letteralmente un topo, è il Ratto.
Contemporaneamente alla sua linea narrativa, leggiamo anche della storia del cosiddetto Il Sabbia, e del pusher di Val, Carlton. Per quest’ultimo Val ha una vera e propria ossessione, e non solo perché le fornisce la cocaina migliore della città: un altro uomo disfunzionale, e probabilmente tossico, nel vero senza della parola, che le dà l’illusione di riuscire a evitare i suoi disastri. O meglio, non di evitarli, ma di controllarli. O forse se lo vuole solo portare a letto e basta. Il Sabbia, un barbone, e il pusher, avranno un’evoluzione inaspettata di cui Val, incredibile ma vero, non saprà mai nulla.
Ho chiamato questo pezzo Funeral & the city perché la protagonista del libro non sfigurerebbe nella famosa serie tv, ma ci mettiamo anche qualcos’altro: un’ironia divertente, amara, che sembra la firma dell’autrice, e una narrazione che non scade mai del vittimismo, nel patetismo. Nonostante tutti i disastri, Val riesce a mantenere un profilo dignitoso, e forse anzi, proprio perché è una donna irrecuperabile – che addirittura non vedo l’ora di concedersi di nuovo a un suo vecchio stupratore, il cosiddetto Dior Homme – ci affascina. Immagino faccia parte del carattere dell’autrice che, giustamente, ci tiene a rimarcare le sue origini.
Ne consiglio la lettura a chi ama le protagoniste un po’ matte, a chi ha letto il già citato romanzo di Giada Biaggi, ma anche a quei lettori e lettrici che vogliono leggere divertendosi (e ridendo, anche) senza rinunciare al tono amaro e corrosivo.






