Eppure, nel cuore di una simile svolta epocale, un gruppo sembra restare fermo, come congelato nel tempo: quello dei ragazzi eterosessuali cisgender, intrappolati in un limbo fatto di disincanto e nostalgia, sospesi tra la paura di perdere il controllo della scena e l’incapacità di inventarsi un copione diverso. Mentre alle ragazze viene detto che possono diventare “tutto ciò che un ragazzo può essere”, ai ragazzi spesso non è offerta alcuna direzione.
Questo piccolo passaggio è tratto da un bel saggio di Manolo Farci, edito da nottetempo, che si intitola Quel che resta degli uomini. L’ho particolarmente apprezzato non solo per il tono moderato e intelligente, ma anche perché fornisce un punto di vista un po’ inedito nel discorso culturale che esamina la posizione dell’uomo contemporaneo. E quindi, mentre leggevo, mi sono chiesta: qual è davvero la posizione dell’uomo contemporaneo? Quali sono i suoi problemi, i suoi dubbi? C’è qualcosa che vorrebbe esprimere, ha gli spazi per farlo?
Sappiamo bene che di femminismo si parla molto, e a giusta ragione. Conosciamo le istanze e le battaglie delle donne, delle persone LGBT, delle minoranze. Partecipiamo attivamente al dialogo, posizionandoci da una parte o dall’altra. Di letteratura femminista sono piene le librerie, si stanno riscoprendo autrici ingiustamente tacitate in passato, si creano movimenti, spazi fertili, alleanze.
In risposta a questo fermento esiste un movimento per i diritti maschili, che Farci esamina largamente: uomini – i cosiddetti incel, red-pillati, esponenti della manosphere – che si sentono esclusi, maltrattati, raggirati dai cambiamenti in atto, dando vita così a un dialogo parallelo che si contrappone violentemente al movimento femminista. In Italia ne abbiamo “grandi” esempi in Fabrizio Corona e Roberto Vannacci, esponenti di un machismo e di una mascolinità fuori tempo massimo, anacronistici, e che tuttavia hanno ancora una certa presa su una fetta di popolazione maschile.
Quello che però mi domando, e che ho domandato agli uomini che mi seguono, è: mettendo da parte gli estremismi, esiste un tipo di uomo “medio” che non si sente rappresentato da alcuna fazione e che, per questo, è semplicemente confuso sul comportamento da adottare? Esistono ragazzi, e uomini, che hanno bisogno di capire e non hanno gli strumenti, gli spazi o persone che possano indirizzarli?
Si potrebbe obiettare che nell’epoca di internet basta aprire una pagina Google e informarsi. Vero. Ma proprio perché i risultati sono innumerevoli la confusione è dietro l’angolo. Facciamo l’esempio di un ragazzo giovane etero cis bianco: gli viene detto che è nato privilegiato, che come uomo ha una maggiore libertà di azione, che non deve temere violenze, che le donne vanno trattate da pari. È un bel discorso, ma nella pratica quali strumenti reali, concreti, gli vengono dati per potersi “comportare bene”? Quali esempi ha da poter seguire ed emulare?
J: La sfida, per il maschio consapevole di essere cresciuto in un contesto generale improntato su un certo livello di maschilismo, è quella di fare costante attenzione a non ricadere in logiche, pensieri e atteggiamenti che dalla nascita sono stati avvertiti come “normali”. E questo percorso non è semplice e porta con sé un certo livello di stress, che immagino sia poi il giusto contrappasso. Insomma, c’è sempre il timore di pestare il merdone. Io, ad esempio, evito il mansplaining. Mi faccio domande. Mi pongo il problema, se intuisco che non è il contesto giusto mi limito. Ma la cosa che mi interessa è che l’altra persona non si senta a disagio per colpa mia. E questo vale per le cose potenzialmente sessiste. All’inizio riconosci che c’è un errore e inizi a lavorarci su, scontrandoti con gli automatismi precedenti, poi si spera scatti un nuovo automatismo per cui il dubbio non esiste più, perché il fatto che io sappia che con una persona posso prendermi certe libertà non implica che debba prendermele necessariamente. E allora serve che qualcuno dia una mano a ‘sti stronzi. Però se la cosa che viene fatta è dirgli costantemente che sono degli stronzi usando pure un linguaggio al limite dell’esoterico (perché non tutti hanno studiato sociologia o psicologia), poi forse non ci si stupisce troppo che emergano quelle bestialità da red-pillati.
M: Non è facile, siamo bombardati da una società che ci spinge al performativismo tossico. A volte comportarsi bene (aka essere una persona civile, non un fenomeno) sembra una cosa assurda, controintuitiva, contro il senso comune. Perché comportarsi “bene” vuol dire modificare gli schemi di oppressione patriarcale sui quali la nostra società si basa. Resistere al cambiamento è la modalità che la nostra società ha per sopravvivere, e quando dico “società” intendo chi dalla società trae beneficio, ovvero le classi dominanti egemoniche, in termini gramsciani. Io personalmente affronto questa situazione con la terapia (per cercare di identificare comportamenti disfunzionali) e leggendo letteratura “femminista”. Per me, questo lavoro non è assolutamente pesante, anzi, è la luce in fondo al tunnel: mi pesava la situazione precedente in cui ero ostaggio dei miei problemi e non riuscivo ad avere una vita sessuale, sentimentale, affettiva, relazionale. Consapevole che posso essere quello che sono e che non c’è una cosa che devo essere per forza.
Parlando con amici e colleghi uomini, spesso, mi è capitato di sentire cose apparentemente strane: molti non sanno nemmeno cosa voglia dire “maschio decostruito”, cosa voglia dire “patriarcato”, non sanno nemmeno che il maschio contemporaneo è in crisi. Lo ignorano volontariamente o davvero non ne hanno consapevolezza? Io propendo per la tesi di Farci: molti uomini si sentono esclusi da un mondo che li colpevolizza come fossero, per genetica, tutti sbagliati, e la reazione più logica è la chiusura, è il rifiuto. Se parliamo di spazi accademici, istruiti, culturalmente elevati, le parole che abbiamo oggi per descrivere questi fenomeni sono più o meno comprese e inserite in un sistema narrativo coerente; ma se pretendiamo che le fasce più svantaggiate – immigrati di seconda generazione, famiglie con disagi economici, ragazzi che abbandonano la scuola – comprendano al volo, senza ulteriori sforzi da parte di chi cerca di includerli, allora è comprensibile che il vocabolario usato diventi fumoso, confuso, con la conseguente perdita di interesse di tutte le parti.
J: Dire a un uomo che deve decostruirsi senza spiegargli che vuol dire decostruirsi è come dire a un pesce che vive nell’acqua ma lui non sa che cos’è l’acqua. Che poi è sempre una questione di privilegio: privilegio di avere già un’infarinatura di strumenti e concetti. Invece chi nasce in un contesto più “ignorante” deve risvegliare la forza jedi della decostruzione in autonomia perché – cortocircuito! – pare che chiedere alle dirette interessate, cioè alle donne, faccia brutto e faccia anche meno uomo. Il fatto è che il maschio dovrebbe chiedere a chi queste cose le vive in prima persona, cioè proprio alle donne. Se mi serve un antidolorifico vado dal medico, non dal giornalaio.
Ed ecco spiegato il motivo dietro al successo di uomini come Vannacci, Corona, Trump, Tate: il cosiddetto “maschio bianco etero cis” trova conforto in un sistema che lo accoglie, lo fa sentire al sicuro, gli dice “sei uomo, comportati da uomo, non piangere, non mostrarti debole, aggredisci, sii forte, sii ambizioso”. Compiti facili, obiettivi concreti. Sforzarsi e mettersi in discussione – decostruirsi – è meno immediato che restare attaccati a un paradigma che consola e cerca di ripristinare mascolinità obsolete, virilità oppressive, tempi in cui “ognuno stava al suo posto”.
I problemi sono due e di simile natura: alle donne viene detto di poter essere ciò che vogliono, di abbracciare la sorellanza, di processare l’empowerment. Nella pratica però, le donne continuano a essere uccise, a essere licenziate se annunciano una gravidanza, a percepire stipendi più bassi e a essere sessualizzate in qualsiasi canale mediatico. L’uomo, per contro, anche se capisce e ha gli strumenti culturali per comprendere la decostruzione, il privilegio, la possibilità di mostrare i propri sentimenti – e questa comprensione è tutt’altro che scontata, perché spesso ammettere che c’è un problema è essa stessa una comprensione da acquisire – non ha gli spazi giusti né il supporto necessario. Un uomo che piange viene compatito, da tutte e due le parti. Inutile mentire. Un uomo che prova a dialogare apertamente viene visto come un maschio performativo, un poser, magari lo si accusa anche di volersi inserire nel discorso femminista solo per poterci provare. Cose che accadono ovviamente, ma noi donne raramente concediamo il beneficio del dubbio e dell’errore. Magari esistono davvero uomini che vogliono capire, che provano a partecipare al dialogo.
S: Io sono uomo e altri uomini mi hanno riferito che il mio portare avanti le istanze femministe è performante ed esibizionista. In realtà c’è un lavoro di decostruzione importante, faticoso, un percorso che non finirà mai perché ricopro una posizione di privilegio. Sicuramente sarà stato faticoso anche per le mie amiche/attiviste accompagnarmi in questo percorso; ho letto, nelle storie precedenti, una posizione con la quale sono d’accordo e cioè che non è giusto che le donne debbano incaricarsi anche della decostruzione maschile, dovremmo impegnarci di più noi. Nelle mie pratiche quotidiane, sia da attivista sia da “libero” cittadino, ho provato a mettere in campo tutti gli strumenti appresi durante la mia formazione e questa cosa mi ha messo in difficoltà con gli uomini in generale. Sicuramente i maschi hanno paura di perdere i loro privilegi, così come i padroni, i bianchi, gli occidentali e i figli di papà. Siamo in un’epoca in cui chi ha il privilegio non si mette in discussione. Io stesso mi sento privilegiato come uomo cis rispetto alle donne, e il fatto che molti uomini non riescano a riconoscerlo – di essere privilegiati – è un problema. La soluzione? Sicuramente il confronto, l’incontro e il conoscersi sono degli strumenti necessari, ma mancano gli spazi necessari perché è chiaro che c’è un’egemonia culturale di chi preferisce la limitazione, l’individualismo alla collettività, la repressione alla prevenzione.
Io sono femminista in quanto persona, non in quanto donna: essere nata donna non determina automaticamente il mio pensiero, lo fa il semplice fatto che io sia un essere umano. Quale essere umano è piuttosto ovvio che io creda nella parità, nei diritti delle donne, nel dialogo e nel rispetto reciproco. Essere donna mi fa semplicemente percepire con più lucidità, perché lo vivo sulla mia pelle, ciò che non va bene, le ingiustizie, i maltrattamenti, le sofferenze delle donne come me. Ma, come essere umano, percepisco anche i dubbi e la confusione dell’altra parte, che – spesso – viene esclusa dal discorso a prescindere, perché gli uomini sono uomini e per questo, come fosse un peccato originale, fanno tutti schifo.
Non sto esagerando: le frange più estreme del femminismo peccano di macchiarsi degli stessi comportamenti sbagliati che hanno adottato per secoli gli uomini. Come questi ultimi hanno sempre pensato che le donne sono inferiori, che devono stare al loro posto, che sono tutte poco di buono, allo stesso modo, dire che gli uomini sono tutti stronzi e assassini non sposta di una virgola l’errore. Stiamo semplicemente facendo sessismo e discriminazione al contrario: inserire un gruppo numerosissimo di persone in un un’unica casella comportamentale solo perché nata di sesso opposto. Dicendo questo non sto negando le violenze né le problematiche esistenti: sto solo dicendo che, a volte, concedere il beneficio del dubbio, non giudicare a priori e ascoltare sono pratiche auspicabili.
Se noi vogliamo essere ascoltate, dobbiamo ascoltare. È vero che siamo arrabbiate, che l’ennesimo femminicidio ci atterrisce, ma chiudersi dietro a un muro e puntare il dito non mi sembra un atteggiamento costruttivo, è solo una reiterazione pinkwashed di comportamenti tossici adottati dal patriarcato.
L: Sono una persona non-binary con pene. Quello che mi infastidisce del genere maschile (sto generalizzando) è questo: il non voler comprendere che mettere a disagio una persona è tremendamente molesto, a volte perfino violento. Puoi avere tutti i buoni propositi del mondo (fare un complimento senza secondi fini), ma devi renderti conto del mondo in cui viviamo e quindi modulare il tutto. In termini democristiani, mi viene da dire che, come gli uomini devono capire il problema, le donne devono concedere il dubbio dell’errore, perché non ci si decostruisce in un giorno, ci vuole tempo e pazienza e a volte l’uomo subisce risposte e reazioni molto pesanti dalle donne. Bisognerebbe fare tutti un passo verso gli altri. Ma sia chiaro: il primo passo spetta al maschile e include il capire che all’inizio la risposta del femminile potrebbe essere (giustificatamente) fredda.
J: concordo con la persona non-binary. Vedo proprio un tema grosso secondo me: molti uomini non interiorizzano… e da donna io non penso che spetti sempre a noi comunicare agli uomini come vorremmo che interagissero con noi. Ci sta comunicare, ma se si smantellassero certe strutture sarebbe un lavoro più equo e meno sbilanciato.
Qualcuno mi potrebbe accusare di essere una pick-me girl – una donna che difende le istanze maschili invece che quelle femminili – ma ovviamente non è così: io difendo, ancora una volta, il beneficio del dubbio. Se un uomo adotta nei miei confronti atteggiamenti sessisti, maschilisti o violenti, io evito di alzare le spalle e farmi una birretta con lui. Forse mi prendo la briga di spiegare perché quegli atteggiamenti sono sbagliati. Ma se un uomo mi dice: “scusami, ti ho detto che hai una bella voce, e mi sono sentito in colpa perché forse l’hai percepito come un tentativo di flirting o di molestia” – cosa vera che mi ha detto un uomo che mi segue – allora, signori, abbiamo un problema.
Se quest’uomo si è sentito spinto a spiegarmi che la sua non era una molestia ma solo un sincero complimento – e io così l’ho percepito, un complimento –, le cose evidenti sono due: o gli è capitato in un’altra occasione di essere accusato o la percezione di ciò che è giusto e sbagliato fare nei confronti di una donna è diventata un terreno minato.
Ciò che mi spaventa è proprio l’immobilismo: se l’atmosfera generale è repressiva, i risultati sono paura, confusione e la percezione di essere sbagliati. Senza che nessuno però spieghi perché. È come se un insegnante, maltrattato o isolato da piccolo dai suoi stessi insegnanti – per un qualsiasi motivo – adottasse lo stesso atteggiamento con i suoi alunni, perché è arrivato il suo tempo di essere martello e gli altri incudine. Non lo percepiamo come scorretto? Perché allora quando una parte intollerante del femminismo si comporta così non battiamo ciglio? Perché noi donne siamo state bistrattate per secoli e ora è il nostro momento di sollevarci? Possiamo farlo senza schiacciare nessuno. Possiamo essere più inclusive, però seriamente, non solo con le nostre simili. Non è vera inclusione se accogliamo una e allontaniamo l’altro.
D: da uomo, ho come l’impressione che ve la cantiate e ve la suoniate da sole. Vedo spesso che la comunicazione femminista è rivolta solo alle donne e io dico è giusto e legittimo. Il problema è sistemico e culturale, ma per cambiare la cultura bisogna farlo assieme. Facile dire “insegneremo alle nuove generazioni” quando poi un ragazzino si ritrova il papà violento o un professore che parla in classe di quanto le donne siano sciocche. I bambini crescono anche su emulazione. Perciò è necessario avere esempi virtuosi maschili, ma se il maschile non viene incluso – non dico nel dibattito, ma almeno intorno al dibattito femminista – ritorniamo alla seconda ondata. Nessuno insegna ai maschi a guardare, solo a sbattere la testa contro il muro. È anche vero che oggi il maschile sta facendo protezionismo, mentre il femminile scopre, si sviluppa, si reinventa, recupera ciò che è stato tolto. Forse gli uomini hanno paura di scoprirsi, che possa succedere qualcosa di terrificante: ad esempio, se vado contro il gruppo di calcetto poi con chi esco il mercoledì? Se dico al mio collega che palpare il culo alla segretaria è disgustoso poi con chi bevo il caffè? Io temo che l’omertà si fondi su una grande paura di essere inadeguati, perciò, agli uomini, o gli si fa capire che essere inadeguati è figo, o si dichiara apertamente una mascolinità diversa che non necessariamente deve essere l’Harry Styles con la gonna, ma anche un semplice ragazzo che legge al bar da solo, tipo me, senza essere tacciato di essere gay.
Dal mio sondaggio – e lo dico sempre, la mia è una piccola community quindi lungi da me stabilire un canone assoluto – emerge che molti uomini ci provano. Tentano di capire, di stare attenti, di evitare comportamenti sbagliati. È un processo, lungo e accidentato. Come femministe e donne dobbiamo comprendere una cosa tanto semplice quanto difficile da digerire: siamo in un periodo storico di transizione. Non possiamo pretendere che i cambiamenti culturali che ci auspichiamo avvengano da un giorno all’altro. Non possiamo pretendere che gli uomini, dopo secoli di patriarcato, una mattina si sveglino e capiscano tutto come per illuminazione divina.
Probabilmente, come femministe di quarta ondata, non saremo noi a beneficiare in toto della consapevolezza e delle pratiche paritarie per cui combattiamo. Forse lo faranno le prossime generazioni o quelle dopo ancora. Allora qual è il nostro ruolo? Subire in silenzio, ancora? Demonizzare la controparte maschile? Pensare che debbano sbrigarsela da soli perché noi abbiamo già i nostri problemi? No, i nostri problemi sono i problemi di tutti. Vero è che non siamo obbligate ad accollarci il duro compito di educare tutti gli uomini, ma non educarne nessuno – affermando che tanto non capirebbero a prescindere – non dà alcun merito al femminismo, ci fa solo cadere negli stessi errori che tanto ci impegniamo a combattere.
In un tale clima, è difficile che si aprano spazi per una trasformazione autentica della mascolinità. Al contrario, molti ragazzi finiranno per cogliere in quei termini un messaggio implicito: che la loro stessa esistenza, in quanto uomini, sia qualcosa di cui dovrebbero vergognarsi. Ma chi cresce in un mondo che, esplicitamente o in modo sottile, gli ripete che la propria identità è difettosa per natura, non si emancipa: si difende. Non diventa un alleato, ma un oppositore passivo – o, addirittura, rancoroso. Il risultato, inevitabilmente, non sarà apertura, ma resistenza. Nella migliore delle ipotesi, questa si tradurrà in una chiusura sommessa, in un disimpegno affettivo e sociale. Nella peggiore, li spingerà verso la manosphere, dove troveranno conforto nell’idea rassicurante di non aver fatto nulla di sbagliato. Nessuno mette in discussione la necessità di contestare norme oppressive o strutture di potere. Ma c’è una domanda che non possiamo evitare di porci: le parole che usiamo, le immagini che evochiamo, sono davvero capaci di creare ponti? O, inavvertitamente, rischiano di alzare muri? – Manolo Farci, Quel che resta degli uomini





