In Memorie dal sottosuolo il caro vecchio Dostoevskij scrisse: Nei ricordi di ogni uomo ci sono certe cose che egli non svela a tutti, ma forse soltanto agli amici. Ce ne sono altre che non svelerà neppure agli amici, ma forse solo a se stesso, e comunque in gran segreto. Ma ve ne sono infinite di quelle che l’uomo ha paura di svelare persino a se stesso, e ogni uomo perbene accumula parecchie cose del genere. Ogni uomo perbene. Questa espressione fa intendere che forse l’autore russo credeva che i segreti fossero appannaggio delle brave persone, che per essere tali dovevano conservare per sé parte di ciò che provavano, pensavano, sperimentavano.
Eppure i segreti – le cose che non si dicono – spesso non trovano questo favore, ma anzi vengono visti come un peso, qualcosa di cui vergognarsi, da nascondere o di cui liberarsi. Una persona che occulta qualcosa istintivamente viene considerata poco onesta. Probabilmente c’entra anche la diffusa credenza di matrice religiosa che vede nella confessione una virtù, e pertanto tutto ciò che non viene confessato viene ritenuto malvagio, corrosivo, ignobile.
In questo caso, durante il mio ultimo sondaggio, ho voluto concentrare l’attenzione non sui segreti che gli altri ci confidano, ma sui propri, sui pensieri – come diceva Dostoevskij – che confessiamo solo a noi stessi, e a volte neanche quello. Portare un segreto è un peso? Qualcosa di cui siamo intimamente compiaciuti? Che posto hanno le cose che non diciamo?
Raramente si viene incoraggiati a tenere dei segreti. Oggi, o forse è sempre stato così, mi pare di intuire che dire tutto quello che proviamo o che ci passa per la testa viene visto come sinonimo di lealtà, di franchezza. Ma, anche con le migliori intenzioni, è possibile dire tutto? Certo qui il discorso si fa troppo ampio perché cadiamo in un dominio fumoso: pensieri, desideri, intenzioni, idee fugaci, picchi di rabbia, propositi e disegni che, a volte, non sono chiari neanche a noi. Impossibile dare loro una forma e tirarli fuori. Allora concentriamoci sui segreti, quelle piccole grandi riservatezze che, con più o meno consapevolezza, teniamo solo per noi, che decidiamo di non confessare mai.
Mi viene in mente il film The drama, visto di recente: la protagonista Emma, durante una cena, confessa di aver architettato – attenzione, non effettuato, ma solo pensato – una strage di massa. Da lì in poi le cose vanno a rotoli, perché il futuro marito Charlie comincia a mettere in discussione la bontà e la sanità mentale di Emma. Mi sono chiesta: era necessario che lei confessasse quel pensiero? e mi sono risposta subito: no.
Ovviamente il film non avrebbe avuto luogo senza questo particolare, ma qui voglio far notare come, a volte, ci sono cose che non è fondamentale condividere, che va bene tenere per sé dei segreti, soprattutto se questi segreti possono danneggiare l’altro, mandare a monte un rapporto, modificare degli equilibri precari.
Mi piace dire che i miei segreti sono come gatti: me li coccolo, me li sbaciucchio, ci gioco e, tutto sommato, il fatto di averli mi fa stare bene. Certo, come hanno fatto notare le risposte al mio sondaggio, dipende dalla natura del segreto, di che tipo di segreto parliamo: un conto è girarsi intorno al dito la consapevolezza di aver ammazzato una persona senza essere stati scoperti, un’altra aver rubato una caramella al supermercato. Dunque la discriminante qui è la gravità? Immagino dipenda molto dal carattere di ciascuno: ci sono persone che non riescono a tenere dei segreti, che si sentono in colpa; ce ne sono molte altre che nemmeno si pongono il problema, anche nel caso di faccende piuttosto gravi.
Penso, mentre sto scrivendo, anche a Confidenza di Starnone: Pietro confessa a Teresa una cosa che ha fatto e di cui si vergogna, all’orecchio, senza che il lettore ne sappia mai nulla. Intuiamo la gravità, la cattiva coscienza, eppure non ci è dato sapere. In quel caso la confessione è funzionale al recupero di un rapporto disastroso, che però finisce lo stesso, forse proprio a causa del segreto di Pietro. Anche leggendo il libro mi sono chiesta (escludendo l’economia del romanzo, solo per una questione filosofica): era necessario che lui lo dicesse? Non sarebbe stato meglio tenerlo per sé?
Allora se parliamo di gravità, mettiamo le cose a confronto: posso tacere un tradimento ma non una vita parallela con un’altra persona in un’altra città? Posso tacere di aver picchiato una persona ma non di averne uccisa una? Posso nascondere di aver immaginato di compiere una strage di massa ma devo per forza confessare se ho investito un cane?
Cos’è più importante: il pensiero “cattivo” o l’atto più o meno perdonabile?
Qui, è ovvio, apriamo un vaso di Pandora, scomodiamo i professori dell’etica, le filosofie aristoteliane, scuotiamo le polveri sopite ecc ecc ecc, per cui ho chiesto alle persone che mi seguono di darmi una propria interpretazione del segreto, del suo peso, della sua importanza, di come si comportano quando si presenta il dilemma dire/non dire:
V: Dipende dal tipo di segreto, ma personalmente non ne sento il peso. È una scelta mantenere un segreto tale, anche con se stessi, come dicevi. Metterci soggettivamente un peso rischierebbe poi di trasformarlo in qualcosa di deleterio. E se così fosse, il segreto rischierebbe addirittura di essere spifferato, proprio per non sentirne più il peso. Il focus è sul sé: ci si può pensare, certo, ma senza esserne “sopraffatti”, sia nel bene che nel male. È sicuramente utile saper convivere con i segreti.
D: Credo che una relazione senza segreti non possa esistere. Ognuno ha qualcosa di solo proprio, un po’ come “la stanza tutta per sé” di cui parlava Virginia Woolf. È proprio una sfera del privato, forse infantile, a cui gli altri associano la malizia. Ma la malizia non la costruiamo noi stessi? Col tempo associamo ai segreti qualcosa di losco, come se avessimo un’associazione a delinquere. Nel mio caso, non è mai esistita una relazione in cui io non abbia tenuto qualcosa solo per me, sia una cosa bianca e minimale, sia un peccato “originale”. È uno spazio mio e me lo tengo stretto.
D: In una coppia ci sono e devono esserci dei segreti. Non perché si è una coppia, ma perché si è persone singole che hanno una sfera privata, personale e chiusa. Se non esistono segreti o mentite o siete due scemi.
C: Penso ai tradimenti in una relazione: se confessati, per forza di cose, il modo di vivere il rapporto, la quotidianità, la vita di coppia, la sfera sessuale, l’individualità di ciascuno non saranno più le stesse. È più importante il bene dell’altro piuttosto che svuotarsi la coscienza. È da egoisti. Chiaro che qui non sto parlando di gente che ha una doppia vita altrove con altre persone, magari pure con figli, ma di scappatelle, di qualcosa che succede una volta e basta. Non c’è bisogno di dirlo.
J: Tradire e non confessare è doppio egoismo, doppia coltellata. Sono per confessare SEMPRE un tradimento, per evitare di intrappolare una persona che hai ingannato. Poi sarà l’altro a decidere che fare, ma non dirlo è un’infamia. L’egoismo non è nel dire, ma nel tacere.
Era piuttosto ovvio che nel discorso finisse la patata bollente dei tradimenti: forse il summum secretum, parlando esclusivamente di vita di coppia, che genera sempre dibattiti accesi. Il tradimento è un segreto che si deve confessare, sì o no? La mia interlocutrice C. sostiene che, se capita una volta, non ce n’è bisogno. Il mio interlocutore J. invece è categorico in senso contrario: il tradimento è un’infamia che va confessata, delegando all’altro, al tradito, il compito di dipanare il problema. Se C. crede di tutelare il rapporto tacendo, J. non contempla altra soluzione che sputare il rospo.
Ma qui la questione moralmente interessante è: se non lo sai, come fai a soffrire? Potremmo aprire un altro vaso di Pandora con la dicotomia sapere/soffrire e non sapere/vivere nell’inganno. Mi viene in mente L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera: Tomáš vive senza peso, Tereza si tormenta. Da qui l’analisi filosofica e psicologica dell’amore che sperimenta il tradimento.
Credo che il fulcro centrale sia proprio il sentimento: è perdonabile una scappatella – perché, diciamolo, a volte le condizioni in cui capita un tradimento sono misteriose, dettate da situazioni estreme, non è sempre un aprire la patta perché si è animali senza morale – laddove c’è un fondamento d’amore, ma non è perdonabile un traditore o una traditrice seriali laddove manca proprio l’affetto?
Credo anche che la questione non possa essere risolta in termini assoluti. Fatto sta che confessare il segreto di un tradimento è una di quelle cose per cui si sfasciano più coppie, anche quando non ce ne sarebbe affatto bisogno.
A: I segreti fanno parte di due famiglie, a mio modo di vedere. Non so perché ma mi viene in mente Libro di sogni di Borges, laddove – ricordando l’Odissea – scrive che i sogni hanno due porte, una fatta di corno, che annuncia cose che si compiranno, e una fatta di avorio, che inganna. Così immagino si atteggino dentro di noi i segreti: ci sono quelli che diventano di famiglia, ogni tanto li evochiamo, ci giochiamo, li interpelliamo. Poi ci sono i segreti che tormentano. Vorrebbero ogni tanto spuntare fuori ma non ce la fanno, anche per una nostra mancanza di coraggio. E allora pesano. [Come ci convivi?] Coi primi ci gioco, li accarezzo. Anzi credo che avere un segreto, custodirlo, faccia bene. Coi secondi non sempre bene. A volte mi sembra di tradire la fiducia di qualcuno se non li rivelo. Altre volte mi pare che debbano uscire, per stare meglio, ma non riesco a sputarli.
A: Io sono un amante dei segreti, anche delle bugie, a dire la verità. Però c’è una grande differenza tra un segreto innocuo e un segreto grave che non posso svelare neanche a me stesso. Mi verrebbe da dire che questa seconda possibilità si avvicina più a un percorso di terapia, nel senso di dover scavare molto in profondità per comprendere appieno.
S: Mi è venuto in mente Eyes Wide Shut, in particolare la scena in cui Alice racconta a Bill delle fantasie provate per un altro uomo durante una vacanza anni prima. In quel frangente, in effetti, c’è un sottilissimo confine tra fantasie e segreto che spesso possono coincidere. Però se lei non avesse fatto quella confidenza tutti i vari accadimenti successivi non si sarebbero presentati perché confessare un segreto può farci sentire meglio all’inizio, può liberarci, ma può anche stravolgere la trama. E poi, fantasticare su qualcosa o su qualcuno senza però dirlo può essere considerato un segreto? O solo una fantasia taciuta? In questo senso, per me, quella scena racchiude un po’ la morale della storia, cioè bisogna avere anche un certo intelletto per affrontare situazioni del genere, comprendendo che anche la confessione di una fantasia taciuta o di una fantasia attuata rimasta un segreto non deve intaccare necessariamente una relazione. Spesso sono più le turbe mentali a farci del male che quello che in realtà si è fatto o solo pensato.
Trovo molto interessante quest’ultima risposta perché apre una questione altrettanto stimolante: la confessione è a vantaggio di chi? Serve a chi la esprime, a chi si libera del segreto, o a chi la riceve? Di solito quando parliamo di segreti c’è una componente fattuale, attiva, cioè qualcosa che si è fatto ma non si vuole dire. La fantasia invece è un segreto perché la teniamo per noi, ma essendo aleatoria e inafferrabile non ha la portata “distruttiva” del gesto vero e proprio, del segreto insopportabile.
Dunque un segreto è tale perché richiede un’azione pregressa? Se io non ho fatto qualcosa non posso più parlare di segreti, ma di fantasie, di desideri, proiezioni, coscienze; tutto sommato non posso confessare qualcosa che ho solo pensato (e qui, di nuovo, torna The drama); cade appunto nella sfera della confidenza, dell’informazione da condividere a discrezione di.
Intrigante, il dinamismo del segreto: è come se, per genetica, nascesse da un atto, da qualcosa che ha richiesto un movimento, una decisione, uno scatto. E tuttavia, quando taciuto, anche se resta silente, si muove ancora, ribolle, si gonfia e si sgonfia, con violenza variabile a seconda della colpa avvertita. Forse è per questo che alcune persone devono tirarli fuori, mentre altre li lasciano lì, a macerare.
Il peso minimo di cui parlo nel titolo, allora, afferisce proprio a questo: non credo esista al mondo una persona esente dal segreto; tutti ne abbiamo uno, o più di uno, e molti non possiedono nemmeno una forma tale per poter essere riconosciuti. Dunque, dentro di noi, consapevoli o meno, c’è uno spazio riservato ai segreti, una stanza dedicata alle cose che vogliamo tenere per noi: in alcuni casi, i segreti stanno buoni e composti, in altri sgomitano bussando alla porta, o forse prendendola a calci.
Il segreto del segreto è conviverci. Oppure prendersi la briga di sedersi a tavolino e stilare una lunghissima lista di tutto ciò che vogliamo confessare. Non è detto però che ne avremo il tempo o l’occasione. E, a volte, davvero non ce n’è bisogno.






