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L’utilità dell’inutile, ovvero il superfluo che ci porta gioia

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
29 Aprile 2026
in Paprika
Tempo di lettura: 8 minuti
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Dovere di ogni cosa è essere felicità,

se non son tali, le cose, sono inutili o dannose.

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In tempi come questi – per usare un eufemismo, “difficili” – solitamente si attuano due strategie: attaccarsi alle cose necessarie o, all’opposto, cercare rifugio nell’inutile, nel superfluo, in tutte quelle pratiche che ci permettono di distrarci e di ridimensionare le brutture del mondo per favorire gli aspetti più personali.

Potremmo usare l’espressione “l’utilità dell’inutile” che, se ci teniamo strettamente al dominio della letteratura, qualcuno assegna alla poesia.

Con cose inutili intendo tutti quegli oggetti, quei gesti o ripetizioni a cui siamo affezionati che non hanno una finalità pratica immediata, che non servono alla sopravvivenza e di cui, a mali estremi, potremmo fare a meno. Eppure, possiamo dire di vivere una vita piena ed erotica se eliminassimo tutto ciò che, seppur superfluo, ci porta gioia?

Me lo chiedevo qualche settimana fa, parlando con un gruppo di amici: alcuni si dichiaravano appassionati di vinili, altri del tradizionale viaggio annuale in cui spendere le ferie, altri ancora di piccoli oggetti o gesti che apparentemente potevano sembrare futili e che invece costruiscono una grammatica iper-personale che li caratterizza.

Cosa siamo senza le nostre passioni? Senza i nostri piccoli tic? Famoso è l’adagio “non si può solo lavorare”, per cui tutto ciò che afferisce al mondo dell’inutile, alla fine, inutile non lo è per niente.

È interessante come quesito perché se è vero che ogni persona è unica a modo suo, allora è vero anche che il suo regno dell’inutile è unico a sua volta. Ed è una domanda che richiede una certa dose di riflessione, perché in un mondo capitalistico e tutto sommato fortunato – per chi sta da questa parte, ovviamente – ciò che è inutile è diventato consueto, quotidiano, quasi indispensabile. E quindi non ci facciamo più caso.

Il robot che lava i pavimenti al posto nostro; il secondo cellulare; quel paio di scarpe che tanto volevamo e che però, in fondo, non ci serviva; la cena fuori una volta a settimana; il caffè al bar la mattina. Sono piccole fortune a cui molti non hanno accesso: per noi sono cose che ci concediamo, per altri veri e propri lussi.

Ma mettendo da parte la filosofia della giusta parte della storia, quello che mi piaceva indagare era come ogni mio interlocutore avrebbe pensato e risposto: ci sono dei pattern? Siamo più simili di quanto crediamo? O è solo “essere italiani” che ci accomuna nelle nostre inutilità?

Mi pare che, in base alle risposte, un paio di tratti comuni ci siano: ad esempio, molte repliche hanno indicato come abitudine inutile prendere il caffè al bar la mattina, farsi un caffè lento a casa in un momento di pausa, prendere un caffè da asporto e camminare per strada, fermarsi a bere un caffè osservando la gente. Insomma, il caffè: come petit luxe o come atto di resistenza. Il caffè è davvero una piccola grande cosa inutile che ci porta gioia? A quanto pare le risposte dicono sì.

J: Le cose inutili che mi fanno stare bene sono due: avere una coda di libri da leggere non meno lunga di dieci titoli e il caffè al bar la mattina. È l’unica cosa che mi impedisce di finire sui giornali.

U: Farmi un caffè hand brew con calma, a metà mattina, quando non lavoro.

C: Ascoltare le confidenze del mio barista che ha un QI piatto come la Pianura Padana. Passo a trovarlo spesso perché mi chiama quando è solo. Subito parte con le sue confidenze legate ai suoi rapporti famigliari, alla gestione dei figli, alla sua bellezza fisica, e lì entriamo in un mondo di affermazioni da brivido che spezzerebbero la schiena a Freud, Nietzsche, Jung e farebbero suicidare Schopenhauer e Lacan. E io inutilmente lì a farmi annientare i neuroni. Però, e qui sta il bello, ascoltarlo mi piace, perché sono un buon ascoltatore e provo un piacere di sottofondo a sentirlo lagnarsi in modo genuino. Mi sento, in qualche modo, utile.

N: Mi piace sedermi al tavolo di una caffetteria, sorseggiando un caffè e leggendo un libro, guardando la vita attorno a me.

Se il caffè per alcuni è un lusso e per altri qualcosa di indispensabile per sopravvivere, altre risposte hanno citato i fiori. Effettivamente, comprare fiori freschi, ad esempio, è un gesto che potremmo relegare all’inutile, al superfluo: i fiori, spesso, non sono economici e dopo qualche giorno cominciano ad appassire, per cui spendere del denaro per un oggetto così effimero pare davvero quasi ostentazione.

Eppure, io stessa sono una di quelle persone che ne compra. Perché? Perché mi fanno stare bene, mi portano gioia, amo il rituale: andare dal fioraio, chiacchierare con lui, sbirciare il negozio guardando cosa è arrivato e cosa no, chiedere quando saranno disponibili i tulipani, scegliere qualcosa di bello, litigare – sempre col fioraio – perché insiste a farmi bouquet e invece io li voglio sciolti, senza fiocchi e fiocchetti, perdere inesorabilmente la battaglia ogni volta, tornare a casa e rompere il bouquet per distribuirli in vasi diversi come piace a me.

Mi piace il profumo, il colore, il fatto che diano allegria alla casa. Sono superflui, certamente, ma se mi fanno felice allora diventano quasi necessari? È un’abitudine che non avevo: è stato il mio compagno che me l’ha insegnato, comprare fiori senza un particolare motivo, in occasione di nulla, solo per il piacere di compiere il gesto.

Vizi di forma, che noi persone privilegiate vediamo come regali, come concessioni di merito che facciamo a noi stesse.

Lo stesso si potrebbe dire per i libri, in misura minore, perché – nel mio caso – i libri sono irrinunciabili. Piuttosto evito di comprare qualche altra cosa e prendo un libro in più. E questa affermazione mi fa riflettere: un oggetto che non è creato per la stretta sopravvivenza fisiologica, allora, quando smette di essere inutile e diventa indispensabile? Lo fa quando ci arricchisce mentalmente? Quando ci migliora come persone? Quando ci aiuta a capire il mondo?

Se rispondiamo sì, allora diciamo che – se ci concentriamo sull’atto di comprare libri – spogliamo l’oggetto della sua inutilità e la spostiamo sul suo cerimoniale: potrebbe essere inutile comprare solo libri nuovi, per esempio (alcune persone non ci rinunciano, ma preferiscono libri usati, o andare in biblioteca, o farseli prestare); oppure inutile potrebbe essere comprarne quando si ha già una bella pila che aspetta di essere letta (amici, I feel you); o collezionare varie edizioni di un stesso testo; comprare di getto, senza nemmeno leggere la sinossi, magari solo per il titolo o per la bellezza della copertina.

Ma, ancora una volta – e qui sta tutto il punto della mia domanda iniziale – non è forse tutta questa cornice che ci fa stare bene? Non è il libro in sé, che pure ha una sua importanza, ma il suo rito, l’abitudine, la gioia del semplice pensiero.

Molte altre persone mi hanno risposto con qualcosa di simile, ma che afferisce alla scrittura.

M: Mi piace comprare quaderni che poi non uso “per non sprecarli”.

S: Colorare o scrivere dove capita, senza un preciso motivo, in maniera totalmente astratta.

F: Temperare le matite col temperino a manovella, scrivere e poi cancellare con la gomma.

N: Comprare quaderni per appunti in ogni museo che visito e poi tenerli impilati sulla scrivania, in attesa.

G: Appuntare su un blocchetto le frasi per mi piacciono di più di un libro che sto leggendo.

In questo caso, la cosa “inutile” non è la scrittura in sé – perché, insomma, dovremmo aver appurare a questo punto che se una cosa ci porta gioia non è più inutile – ma il fatto di aspettare, cancellare, impilare, collezionare.

Anche il collezionismo, a proposito, è una delle cose che va per la maggiore quando parliamo di utilità dell’inutile: vinili, stampe, libri, francobolli, opere d’arte, orologi, vestiti, scarpe o borse, fumetti, libri rari ecc. ecc. ecc.

Ci servono? Probabilmente no. Ci fanno stare bene? Allora ci servono comunque.

Blaise Pascal, famoso matematico e filosofo francese del XVII secolo, disse: Nulla è così insopportabile all’uomo come essere in un pieno riposo, senza passioni, senza faccende, senza svaghi, senza occupazione. Egli sente allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto.

Ed è a questo aforisma che lego anche le restanti risposte dei miei interlocutori, le quali non prendono in esame un oggetto, una cosa, ma una sensazione, un sentimento, ciò che non è fisico e perciò un poco più difficile da definire e catturare.

M: Le cose vissute che mi causano malinconia.

G: Riempire piano piano il salvadanaio e pensare che un giorno lo romperò e ci troverò un bel gruzzolo.

G: Cercare voli aerei su internet che poi non comprerò.

M: Guardare la luce passare attraverso il fogliame degli alberi.

S: Fare la doccia d’estate, all’aperto, con l’acqua fresca.

F: Il decluttering: buttare tutte le cose che non mi servono più.

V: La prima volta che esci a mezzi maniche e senti il vento sulla pelle.

A: Incrociare persone sconosciute che mi danno il buongiorno.

R: Dormire nel letto, tra lenzuola e pigiama freschi di bucato, dopo la doccia.

C: Andare in bici e sentire la libertà.

La maggior parte di questi sono casi, e ce ne sarebbero altri milioni diversi, in cui il pensiero di ciò che fa stare bene è anche più piacevole dell’atto stesso. C’è un erotismo dell’attesa, come recitava una famosa pubblicità di Campari, una sorta di feticcio: comune è la sensazione meravigliosa di cercare un volo, programmare un viaggio, anticipare le esperienze, fantasticare sui posti che visiteremo, dove magari andiamo per la prima volta. Per alcune persone questa sensazione è una droga. Una necessità. E dunque possiamo dire che è inutile e superfluo?

Il cuore della questione è qui: le nostre passioni, i nostri tic, le nostre abitudini sono proporzionalmente necessarie alla quantità di benessere che ci portano. Tanto una cosa, un oggetto o un rituale, ci sembra indispensabile, quanto ci dà gioia. Ecco perché mi piace chiamarla l’utilità dell’inutile: un paradosso, un ossimoro, che fa di noi gli esseri umani che siamo. Senza, probabilmente, saremmo solo fantocci a testa bassa, coi paraocchi come i cavalli (poveri animali), stitici di gioie e concessioni che arricchiscono le nostre giornate.

Se ci pensiamo attentamente, spesso, l’inutilità delle cose ci viene in aiuto quando più ne abbiamo bisogno: una giornata difficile che viene spezzata da una passeggiata; un momento di sconforto che riversiamo facendo un dolce; un vaffanculo urlato in mezzo alla strada quando non se ne può più; un acquisto compulsivo senza motivo, solo per sentirci meglio; il ritorno in un luogo caro per fermarsi, pensare, ricaricarsi; la telefonata a una persona che non sentiamo da tempo. Piccoli gesti che escono fuori dall’economia della giornata “standard” e che però servono – e uso questo verbo di proposito – a ricordarci che esiste altro, che possiamo concederci qualcosa di extra “solo” perché in quel momento abbiamo bisogno di una dose di ossigeno in più.

Si tratta di prosperare invece di sopravvivere. Ancora una volta di indulgere nell’erotico delle piccole cose, laddove siamo così fortunati da potercelo permettere.

Prec.

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