Tutto quello che leggevo indicava che ero una sociopatica. Mi mancava l’empatia, mentivo senza problemi, ero capace di commettere azioni violente senza provare rimorso, mi veniva facile manipolare, ero superficialmente affascinante, commettevo azioni criminali, faticavo a connettermi alle emozioni, non mi sentivo mai in colpa. Eppure sapevo di non essere il mostro che descrivevano i media. (p. 162)
Di solito sono molto scettica quando devo valutare un testo che è esplicitamente etichettato come un memoir: non mi interessano i racconti autofinzionali né mi affascina il voyeurismo che spia nelle vite private degli altri; preferisco sempre un approccio più romanzato, meno manifesto nella realizzazione degli intenti. In questo caso, però, Patric Gagne non solo ci racconta la sua vita come sociopatica, ma ci accompagna nella scoperta di cosa questo termine voglia dire.
Ciò che ho trovato interessante in Sociopatica, edito da Mercurio Books, tolti tutti i dettagli prettamente personali, è che realmente l’autrice ha qualcosa da dire: la sua storia, il suo percorso nella scoperta della sociopatia, non serve solo a se stessa, ma soprattutto ha l’ambizione di aiutare altri come lei a capire.
Quando sentiamo il termine “sociopatico” le prime cose che ci vengono in mente sono i serial killer, i deviati mentali, i criminali, gli psicopatici: Patric Gagne ribalta completamente questa narrazione, estirpando radicalmente una credenza errata e costruendo una narrazione parallela che devia da questo percorso predefinito. In tal senso, la forma del memoir è la più sensata, considerato che il testo può essere letto anche come un lungo approccio terapeutico, per certi versi persino tecnico e scientifico, perché l’autrice è lei stessa una terapeuta, quindi ha gli strumenti per comunicare esattamente la sua patologia.
La trama è molto semplice: Patric è una bambina diversa, non sente quello che sentono gli altri, non ha assolutamente percezione del senso di colpa né del rimorso, non prova vergogna, commette atti e gesti sbagliati senza valutarli tali, non prova amore né empatia. A uno sguardo superficiale, alle persone – anche quelle più vicine a lei, come i genitori e la sorella – appare come una specie di mostro insensibile, e pericoloso, perché le manca del tutto l’inibizione e la misura di ciò che è giusto e non è giusto.
E fin qui potrebbe essere tutto lineare: ciò che è interessante è quello che l’autrice chiama “pressione”, una spinta che cresce dentro di sé, impossibile da contenere, che la costringe a compiere gesti estremi per poter trovare sollievo. Con gesti estremi, Gagne intende – e li racconta nei minimi dettagli – ferire gli altri, costringerli a provare dolore e paura, pedinare, rubare, mentire, introdursi nelle case altrui, commettere atti illegali. Ogni volta che sente montare la pressione, per poter sopravvivere deve trovare un modo per liberarsi, e la liberazione (almeno all’inizio) sta proprio nel compiere l’illecito, il proibito, quello che la società definisce eticamente sbagliato, se non illegale.
Ma questa pressione cos’è? Gagne se lo chiede per tutta la vita, e in tutto il libro: la sua maggiore preoccupazione è non sentire niente. Non prova pentimento, dolore, tristezza. Nel testo più volte viene usata l’espressione “non ti importa”. All’autrice sembra scivolare tutto addosso, come fosse impermeabile alle emozioni. Più in là nel racconto poi correggerà il tiro: ha uno spettro di emozioni ridotto, tutte le sfumature nel mezzo le sono precluse. Ovviamente questo causa una serie di problematiche, soprattutto relazionali: quando i freni inibitori che pesano il giusto e l’ingiusto sono compromessi, le persone fanno cose che non percepiscono come dannose, né per sé né per gli altri, con il risultato di incorrere in disastri di ogni tipo.
Da piccola, spesso mi rifacevo a mia sorella minore per avere indizi su cosa sentire. Era così che, fino a quel momento, ero riuscita (più o meno) a passare inosservata: fingendomi una “brava ragazza”. Fingendomi mia sorella. Il problema era che quel travestimento non mi stava mai bene. Harlowe, con la sua enorme profondità emotiva e la sua empatia senza limiti, non era per niente come me. Adottare la sua personalità era come indossare un vestito di due taglie più piccolo. Per un po’ si poteva anche fare, ma non a lungo. Mi serviva varietà: tratti di personalità diversi da cucire insieme per costruire un travestimento psicologico su misura. E adesso, finalmente, avevo il materiale. (p. 131)
Questo non impedisce alla protagonista di condurre una vita tutto sommato normale, almeno in termini di tappe: studia, guida, cerca di darsi delle regole, addirittura si innamora. David, personaggio reale (il marito dell’autrice), sarà fondamentale nel percorso di Gagne. L’amore, come sentimento che noi non-sociopatici riteniamo naturale, è per lei qualcosa da apprendere, come camminare o andare in bici: il rapporto con David sarà una montagna russa di sensazioni, cosa che a Gagne non potrebbe fare più comodo, vista la limitazione del suo ventaglio di emozioni. Questa limitazione la costringe a omologarsi agli altri, fingendo cose che non prova, sforzandosi di essere “normale”, rinnegando la sua vera natura: questo sforzo immane è la causa di quella pressione di cui parlavo poc’anzi e dei conseguenti sfoghi distruttivi che le servono ad allentare lo stress (che lei chiama “stress bloccato”).
Il percorso che l’autrice racconta si focalizza proprio su questo punto: imparare a tenere a bada questa pressione senza danneggiare gli altri. E per poterlo fare deve studiare: la parte tecnica del testo è funzionale proprio a questa ricerca. I sociopatici sono poco curati, vengono buttati nel mucchio insieme alle altre persone che soffrono di disturbi della personalità, ma l’autrice scopre che, in realtà, i sociopatici non hanno dei problemi biologici, ma solo di apprendimento: possono sbloccare le emozioni, non ne sono completamente sprovvisti. Il bello è appunto capire come, e tutto il memoir non è che una costante ricerca del modo.
Ho mantenuto quella routine per anni, e la costanza ha fatto miracoli. Col tempo ho capito che la mia teoria era corretta: compiere “trasgressioni” minori ma abituali era un modo più sicuro per scaricare la pressione e attenuare l’ansia sociopatica rispetto a compiere atti più grandi e impulsivi. Le trasgressioni premeditate avevano meno probabilità di espormi al mondo senza che lo volessi, e mi permettevano di restare fedele alla mia regola di non fare del male a nessuno. Ero una macchina ben oliata – per quanto criminale – di stabilità psicologica e comportamentale. Certo, stavo ancora pedinando gente con una certa regolarità e la mia “terapia” consisteva ancora nell’introdurmi in case altrui. Ma nessuna delle due azioni mi sembrava pericolosa. Al contrario, assumerne dosi regolari impediva alle mie pulsioni più oscure di prendere il sopravvento. Di conseguenza, la mia vita funzionava. Ero sulla buona strada per laurearmi. Avevo fatto progressi nelle mie ricerche. Ero una baby-sitter di fiducia. Avevo fatto esattamente quello che mi ero ripromessa di fare: avevo raggiunto una parvenza di vita “normale”. (p. 175)
Ciò che ho trovato riuscito è l’onestà con cui l’autrice si racconta: ovviamente qualcosa di finzionale c’è sempre, di romanzato e abbellito, ma se tutto ciò che racconta è vero ammiro il coraggio di questa esposizione. Non è facile mostrarsi fragili agli occhi degli altri, e per quanto alla protagonista non importi (ricordiamo che la sociopatia esclude il peso del senso di vergogna e dell’opinione altrui, almeno in parte) si apre ugualmente con generosità, ci lascia il compito di guardare ogni dettaglio, ogni dubbio, ogni azione sbagliata.
E, inoltre, ci permette di capire di più sulla patologia: i sociopatici non sono mostri insensibili, sentono solo diversamente da tutti gli altri e in misura ridotta. Si nasce così, non ci si diventa. Chiaro che non è una giustificazione a lasciare che commettano gesti distruttivi o illegali, ma un testo come questo aggiunge qualcosa al dialogo; i termini, le caratteristiche e le sfumature di persone “diverse” che hanno lo stesso diritto di tutti gli altri a condurre una vita ordinaria.






