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Elogio alla fatica

Milena Dobellini di Milena Dobellini
22 Marzo 2026
in Margini
Tempo di lettura: 3 minuti
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In un tempo in cui si elogiano le nefandezze, lo scopo di questo articolo è un elogio alla fatica delle persone comuni che con dignità e disperazione vanno avanti, anche quando vorrebbero solo arrendersi e tornare indietro.

Ieri, in metro, ho conosciuto un ragazzo di ventotto anni. Arrivato a Napoli da Catania intorno alle 11, avrebbe sostenuto, alle 15, la prima prova di un concorso per soli tre posti per poi tornare a casa a Catania con un volo delle 19 se ce l’avesse fatta o, in alternativa, con un autobus che sarebbe partito in tarda serata e arrivato in Sicilia all’alba di oggi. Un concorso che si sarebbe dovuto tenere a settembre, data per la quale lui aveva già acquistato un biglietto aereo di andata e ritorno. Poi la prova d’esame era stata rinviata. I soldi del viaggio li ha persi completamente. Qualcuno potrebbe obiettare che esiste l’assicurazione. Ma l’assicurazione non copre ogni bisogno e, in più, per averla è necessario un sovrapprezzo. Un ragazzo in cerca di lavoro che affronta un viaggio di andata e ritorno Catania-Napoli e Napoli-Catania nello stesso giorno per affrontare un concorso non credo abbia voglia di pagarlo, un sovrapprezzo per l’assicurazione.

L’altro giorno, in treno, ho incontrato una donna prossima alla pensione che sta valutando di lasciare il lavoro perché sua madre, anziana e malata, ha bisogno di assistenza continua, e purtroppo non bastano due braccia e una sola assistente alla persona per garantirle cura e attenzioni.

E ancora, un mese fa, in treno, ho visto un uomo risvegliarsi da un breve sonno e disperarsi perché a causa della stanchezza non era sceso alla fermata giusta. Provava a spiegarsi, era operaio in una ditta edile, aveva ancora i panni sporchi di lavoro onesto e stava tornando a casa. I soldi non bastano mai quando si ha una famiglia e un affitto da pagare, e lui era stanco. Ma gli toccava scendere dal treno alla fermata successiva e camminare a piedi per un bel tratto di strada.

Ho incontrato studenti che non possono e non vogliono addebitare il prezzo delle tasse universitarie alle loro famiglie d’origine. Studiano e lavorano. Ma il lavoro non ha tutele e lo studio non ha pazienza. Dunque, il risultato è un lavoro senza tutele e uno studio dai costi raddoppiati perché raddoppiato è il tempo impiegato per sostenere gli esami.

Se basta viaggiare su un mezzo pubblico, entrare in relazione con l’altro per scorgere tanta disperazione, come è possibile che nessuno veda questa enorme, inammissibile, fatica? Quanti di voi, quanti di noi si riconosceranno in queste storie? Tanti, troppi. Privatizzare uno Stato, privare i cittadini di lavori e compensi dignitosi, dimenticarsi dei loro diritti vuol dire perdere totalmente di vista i concetti di beni pubblici e democrazia. Vuol dire rendere i ricchi sempre più ricchi (e stiamo parlando solo di denaro) e i poveri sempre più poveri.

La legge non è uguale per tutti. I tribunali e i potenti mentono. Sono troppe le disuguaglianze e altrettante le ingiustizie. Dunque, ciò che andrebbe vista ed elogiata è proprio la fatica invisibile, infinita, inenarrabile alla quale questa bolla di precarietà che è l’Italia sta condannando la maggior parte dei cittadini. Tutte le storie raccontate hanno un dato comune. Tutti i protagonisti, esseri umani, volevano tornare a casa. Casa è un abbraccio di una madre, la carezza di un padre, un bacio di una fidanzata, una canzone amata, un fiore lasciato in un libro. Con tutta la fatica della vita. Nonostante tutta la fatica della vita.

Prec.

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