Femminicidio. Parola oggi di uso quasi quotidiano che riecheggia regolarmente nei titoli di giornale e TG e dal significato, purtroppo, chiaro e conciso: l’uccisione di una donna in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità. Più semplicemente, l’uccisione di una donna per questioni legate al genere. Assodato, direbbero in tanti, e invece no. Invece, a oggi 2025, esiste ancora chi sostiene che il termine femminicidio sia superfluo e privo di senso, confondendolo con omicidio di una donna e basta. C’è ancora chi nega l’esistenza del patriarcato, parola così abusata, memizzata, svilita, che quasi faccio fatica io stessa a pronunciarla in una conversazione senza risultare grottesca. E questa cosa mi fa molto male.
Proprio come è accaduto recentemente nei bagni del Liceo Classico Casardi di Barletta. Gli studenti hanno scoperto e denunciato alcune frasi misogine scritte sui muri, dei simboli nazisti e l’inquietante “Viva Turetta”, osannando l’autore di uno dei più atroci femminicidi degli ultimi tempi, quello di Giulia Cecchettin. Sembra assurdo eppure non è una grossa sorpresa. In un connubio tra social media e cervelli bacati, nell’ultimo periodo ne sono comparsi svariati, troppi, di reel e TikTok dove il volto di Turetta è stato utilizzato, tramite IA e fotomontaggi, per realizzare contenuti “umoristici” o di elogio nei confronti nel femminicida. Post che ne professano l’innocenza, ridicoli balletti o frasi che lo descrivono come uomo di sani principi, come benefattore. È qualcosa di molto più forte e pericoloso della mera stupidità.
È quello che la ricercatrice Erin Stoner definisce negazione plausibile, la promozione, cioè, di hate speech, in italiano, linguaggio di incitamento all’odio, utilizzando ironia e black humor e lasciando aperta la possibilità di dichiararsi del tutto estranei al fatto. Ne deriva, dunque, una memificazione della violenza di genere che, per usare le parole della stessa Stoner, «facilita un processo di desensibilizzazione, poiché presenta un contenuto estremo come se fosse qualcosa di ironico o da prendere a cuor leggero, rendendolo così più fruibile». Le conseguenze, neanche a dirlo, sono assolutamente disastrose.
Si continua a svilire e normalizzare la violenza misogina, oltre a fomentare l’hate speech e i vari commenti sessisti della cosiddetta maschiosfera o manosfera. Riguardo i femminicidi di Ilaria Sula e Sara Campanella, ad esempio, si potrebbe pensare che sia davvero inconcepibile prendere le difese del carnefice e condannare e colpevolizzare le vittime. E invece non è raro trovare sui social commenti del tipo: Ma quante troie sono morte in sti giorni, Un’altra cumcietta ipergamatrice che credeva di avercela solo lei […] Non ci mancherai oppure Il prezzo per ipergamare diventa sempre più alto, o ancora La solita cumcettina con ego smisurato che godeva del suo potere sessuale assoluto. Una in meno. Se ve lo state chiedendo, no, non sono errori grammaticali ignorati dal correttore automatico. Si tratta di una terminologia ben precisa. Le nuove, allarmanti parole dell’odio di genere. Facciamo chiarezza.
Chi è una cumcietta o cumcettina? Questo tipo di commentatori usa tali termini per identificare una donna che rifiuta gli uomini ritenuti inferiori in base a una sorta di gerarchia estetica preesistente. Riprende in senso dispregiativo il nome Concetta/Concettina, tipico del Sud Italia e rappresentativo di una donna insignificante, in cerca solo di partner esteticamente più attraenti di lei. Non è un caso che la storpiatura utilizzi il cum che significa sperma in inglese e vuole porre l’accento sulla promiscuità sessuale di tali donne.
Da qui, ipergamare e ipergamatrice. Derivano da ipergamia, l’usanza matrimoniale secondo la quale, in una società stratificata, gli appartenenti a un determinato gruppo sociale (classe, casta ecc.) scelgono il coniuge in un gruppo di posizione superiore al proprio e quindi ancora donne alla ricerca di uomini esteticamente, socialmente ed economicamente privilegiati. Il peccato più grave è dunque quello di non accontentarsi di ciò che si dovrebbe, tecnicamente, “meritare”.
Una visione distorta della società e assai degradante della figura femminile che rimanda a una precisa minoranza radicalizzata e assurda, quella della maschiosfera o manosfera. Nasce dall’unione dei termini uomo e blogosfera, crescendo di popolarità con la pubblicazione nel 2013 del libro The manosphere. A new hope for masculinity di Ian Ironwood.
All’interno della manosfera si organizzano svariati movimenti esplicitamente antifemministi i quali, muovendosi in forum e gruppi online, ribadiscono la supremazia maschile e condannano le rivendicazioni femministe e l’allontanamento dai valori tradizionali di un tempo, che hanno avuto come risultato il ribaltamento del sistema patriarcale e quindi la perdita del privilegio maschile.
Legati all’universo della manosfera sono gli Incel (dall’inglese involuntary celibate, “celibe involontario”). Si tratta di una subcultura online composta da uomini che si definiscono incapaci di instaurare relazioni sentimentali e/o sessuali non per volontà loro ma per colpa, principalmente, delle donne. Un “diritto al sesso” negato, per farla breve. Il termine è diventato mainstream nell’ultimo periodo anche grazie alla miniserie Netflix Adolescence, che affronta la tematica del femminicidio da parte di un adolescente dopo che questi è entrato a far parte di alcuni gruppi Incel.
Nella serie si parla di teorie cospirative, di totale e preoccupante assenza di empatia, di linguaggi codificati ben precisi. Come RedPill (in riferimento alla pillola rossa del film Matrix), ideologia che prevede la presa di coscienza dell’oppressione sessuale subita dalla categoria maschile, verso il ripristino dei ruoli di genere tradizionali.
Per alcuni non si tratta di novità ma i commenti sopracitati, una piccola parte della cloaca, rivelano che tali ideologie stanno sempre più emergendo nel dibattito corrente. Che è evidente che c’è un problema maschile con la gestione del rifiuto e che introdurre l’educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole non è mai stato così necessario. Perché secondo le statistiche muoiono circa cento donne all’anno a causa di femminicidio e, se da gennaio a oggi ci sono state circa tredici vittime, questo vuol dire che abbiamo un’enorme responsabilità e possibilità al momento: salvare ottantasette potenziali vittime. Agire su ottantasette potenziali assassini.
E se ancora ci fossero polemiche sul costante e considerato inutile utilizzo di etichette, vorrei ricordare le parole di Michela Murgia: «La prima cosa che dà forma al mondo è il modo in cui il mondo lo chiami». Le parole ci servono per fare in modo che le cose esistano. E una volta che le cose esistono, non esistono più scusanti.




