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“Le città di pianura”: il Gatto, la Volpe e un Pinocchio che studia architettura

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
30 Ottobre 2025
in Ciak!
Tempo di lettura: 5 minuti
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Quando sono uscita dalla sala, dopo aver visto Le città di pianura (2025, scritto e diretto da Francesco Sossai con Adriano Candiago), ho pensato: finalmente un film che parla in modo onesto del nostro Paese. Metto subito le mani avanti perché forse ci si può confondere guardando il trailer o leggendo sinossi sui social: non è un film che parla di architettura. La disciplina è marginale, è una scusa per accusare la coppia di protagonisti – Carlobianchi e Doriano – di non conoscere il proprio territorio, di vivere senza avere cognizione del proprio luogo di nascita, della sua storia e delle evoluzioni a cui va incontro.

Di fatto, è un road movie ambientato in Veneto, una regione non propriamente favorita quando si tratta di scegliere ambientazioni per i film italiani (palese la preponderanza di Campania, Lazio, Toscana, Puglia, Sicilia). La linea temporale è quella contemporanea e il nodo del conflitto corre su due binari: la crisi economica del 2008 e l’evoluzione del terzo personaggio, Giulio, uno studente di origini napoletane che studia architettura a Venezia.

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Carlobianchi (sì, tutto attaccato) e Doriano sono due veneti cinquantenni spiantati e alcolizzati senza né arte né parte, esilaranti a modo proprio, malinconici nonostante l’esistenza da vitelloni: nella scena di apertura si trovano in auto fermi a un semaforo ubriachi fradici e in catalessi mentre le auto alle spalle suonano clacson a tutto spiano. Si capisce fin da subito che il duo ha degli eventi pregressi – e futuri – da raccontare.

Come sono arrivati lì? Perché sono in quelle condizioni? Cosa fanno in auto a quell’ora della notte? La risposta non tarda ad arrivare: la mattina dopo devono andare a prendere un vecchio amico all’aeroporto di Treviso (o di Venezia?) e ammazzano il tempo bevendo in giro per bar, alla ricerca dell’ultima bevuta che ultima non è mai.

Questo è uno dei leitmotiv del film, il prolungamento esasperato dell’euforia data dal goccio della staffa. Ricordiamo però che siamo in Veneto, tradizionalmente terra di grandi bevitori, quindi spesso e volentieri i due saranno sfatti. Si può dire che non smettano mai di bere e, non contenti, trascinano nella loro peregrinazione Giulio. Lo incontrano una sera a Venezia durante una festicciola di laurea: Carlobianchi lo vede arrancare mentre rifiuta un invito da una compagna di corso neolaureata palese crush, quindi (è evidente) prende a cuore la sua situazione e – quasi costringendolo – lo invita a bere con lui e Doriano per poi non mollarlo più fino alla fine del film, in un arco temporale di un paio di giorni.

Dapprima restio a scombussolare la propria routine – Giulio è un ragazzo inizialmente rigido, timido, poco incline all’avventura – insieme a Carlobianchi e Doriano, che nel film giocano a una parodia del Gatto e della Volpe collodiani, riesce a mollare i freni, a lasciarsi un po’ andare. Se vogliamo seguire il parallelismo letterario, Giulio è un Pinocchio contemporaneo che, invece di diventare un “bambino vero”, capisce il valore dell’improvvisazione, del buttarsi senza avere paura dell’imprevisto, e tutto grazie ai due compagni di viaggio e una Fata Turchina di nome Stefy che fa nientemeno che la prostituita.

Il viaggio in auto porta i tre protagonisti in giro per il Veneto, attraverso campagne mangiate dalle infrastrutture, aeroporti, bar, bettole aperte a tarda notte, un ventaglio di non-luoghi la cui natura viene ripresa dalle parole di un altro personaggio, un fantomatico conte (è davvero divertente vedere come i tre ci si imbattono, probabilmente uno dei momenti più esilaranti del film) che riprende una questione aperta nella disciplina dell’urbanistica (a questo proposito direi che più che un film sull’architettura è un film sull’urbanistica): la città diffusa, un territorio che non porta da nessuna parte, mangiato dalle infrastrutture che, di fatto, non conducono in veri e propri luoghi ma solo da punto A a punto B.

Sotto il profilo paesaggistico infatti (a livello visivo il film è notevole), la storia mette in scena il “territorio produttivo” come spazio post-industriale, dove la produzione, la logistica, l’infrastruttura e la mobilità emergono quali elementi centrali del paesaggio (anziché la forma della città tradizionale).

I tre protagonisti non vanno da nessuna parte, pur essendo questo un road movie: non si finisce in un burrone come Thelma & Louise (1991), non si attraversano tutti gli Stati Uniti per poi tornare al punto di partenza a New York come in Green Book (2018). Semplicemente si viaggia, un po’ con la scusa dell’incontro col vecchio amico, Genio (che non riusciranno ad andare a prendere in aeroporto, ma incontreranno successivamente in modo fortuito), o di una capatina nostalgica in un ristorantino famoso per le lumache, o una tappa tanto agognata al Memoriale Brion, forse l’unico vero luogo di tutto il film (anche se, per definizione, un cimitero è ancora una volta un non-luogo).

Sul piano paesaggistico, questa pianura (forse il titolo sottolinea la localizzazione, forse riprende le città di pianura bibliche – Sodoma e Gomorra – distrutte da Dio per la loro dissolutezza e i loro peccati) si configura come una forma di “entropia visiva”: non vi è gerarchia fra elementi, non esiste un punto focale o un’idea di prospettiva, ogni porzione del territorio è intercambiabile con un’altra. Eppure, in questa apparente indifferenza, il film riesce a far emergere una dimensione lirica, quasi metafisica, dove la luce artificiale dei bar e il buio delle campagne restituiscono un sentimento di disorientamento e malinconia. È lo stesso sentimento che attraversa molta fotografia contemporanea dedicata al paesaggio italiano — da Luigi Ghirri a Guido Guidi, da Basilico a Jodice — e che trova nel Veneto una delle sue matrici più riconoscibili. Per una volta dunque il territorio non viene romanticizzato.

A che serve allora inserire un personaggio come Giulio nell’equazione? Non ha niente a che spartire con la coppia veneta di scapoloni – è meridionale, beve poco, non è un asso con le donne, ha delle scadenze da rispettare, d’altra parte studia architettura, gira vestito “in divisa” – eppure la sua presenza introduce uno dei temi del film: il paesaggio veneto come organismo meccanico e malinconico, una rete di strade che collega tutto ma non costruisce appartenenza, una sequenza di non-luoghi dove la vita scorre in un tempo sospeso. I protagonisti perciò, che vagano senza meta tra il bar e la pianura, sembrano riflettere la condizione stessa del territorio — abitato ma non vissuto, saturo di movimento ma povero di senso.

Il rovescio della medaglia rispetto alla narrazione del territorio è il racconto amaro della crisi del 2008: Carlobianchi e Doriano, insieme al loro amico Genio, fino a quel momento avevano fatto la bella vita, truffando e agendo sottobanco, ma con l’arrivo del 2008 sono affondati. I primi due hanno perso tutto scialacquando la loro parte di bottino, mente Genio, abbastanza furbescamente, ha levato le tende partendo per l’Argentina. Il suo ritorno inaspettato e il ricongiungimento con gli amici di un tempo non si risolve in modo favolistico, ma piuttosto penosamente in una delle scene più toccanti ma al tempo stesso farsesca di tutto il film.

Anche queste due note sono comuni: la comicità intelligente e il patetismo. Il film è a tratti comico, a tratti melancolico e, a mio avviso, il loro bilanciamento perfetto è uno degli elementi più riusciti. Se parliamo di fotografia, come dicevo prima, i riferimenti sono Ghirri, Guidi, Jodice, quindi una gioia per gli occhi degli appassionati. Colonna sonora anch’essa notevole: la firma Krano, nome d’arte di Mario Spigariol, veneto come il regista.

Per concludere, Le città di pianura può essere letto come un film urbanistico nel senso più ampio del termine: una meditazione visiva sul destino del territorio contemporaneo, dove l’infrastruttura diventa paesaggio e il paesaggio diventa infrastruttura. Il Veneto che Sossai filma è un luogo della saturazione spaziale e dell’evaporazione del senso, dove ogni strada conduce a un’altra, ma nessuna a un centro. È la mappa perfetta della “città che non porta in alcun luogo” — non perché sia vuota, ma perché è ovunque.

A latere, un pizzico di fatalismo meridionale che, per una volta, non è zuccherato alla Sorrentino: finalmente Giulio, che è napoletano, non è una macchietta né un fenomeno, ma solo un ragazzo ordinario un po’ sognatore un po’ disilluso come tutti noi millennials.

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