– Devi scegliere – dico. Non risponde. Così lui che non vive (o almeno così crede) si esaurisce nella vita.
Sono queste le parole che la madre protagonista di Le parole tra noi leggere di Lalla Romano rivolge a suo figlio adolescente, sperando possano essere un ponte capace di accorciare le distanze fra una vita adulta e una vita adolescente, fra chi ha seminato e chi si è fatto fiore. Fra chi crede di aver un’identità definita e chi la sta plasmando in un’età in cui l’inciampo sembra una ferita inguaribile.
Lalla Romano ci affida un’idea della crescita secondo la quale crescere è essere sorretti e sorreggere, dubitare e capire, cadere e appoggiarsi all’altro per rialzarsi. Ogni tipo di relazione umana in questo periodo storico risulta compromesso, affidato al controllo altrui, vissuto come una irrispettosa invasione dei confini e dell’integrità dell’altra persona non solo all’interno di relazioni sentimentali, ma anche nella relazione fra genitori e figli, in quella fra amici, fratelli e sorelle e in quelle fra nazioni.
La libertà di espressione leggera, scevra da pressioni e concretamente libera, sta diminuendo e il disagio in tutte le sue forme sta aumentando. Quali sono i meccanismi che innescano ordigni così dolorosi e deleteri per la vita umana?
Parlare è scegliere. Così come tacere. Così come è una scelta inconscia la comunicazione non verbale. Ma non esiste scelta senza rinuncia. Ci sono rinunce sofferte e sacrificate e ci sono rinunce che non pesano sul vulnerabile cuore umano. Ma l’essere umano non sa più mirare alla costruzione e non alla distruzione.
Comunicare è diventato una competizione, una battaglia, un guardare il ring della vita in attesa di veder qualcuno cadere, ovviamente chiunque tranne noi stessi. Così, la comunicazione e la relazione umana si accostano alla vittoria o alla sconfitta e la violenza diventa la conseguenza più immediata.
La retorica di parole come sconfitta e vittoria, lotta, battaglia, prestazione ha inquinato il nostro modo di pensare, di parlare e leggere la nostra realtà. Se si pensa sempre all’altro come nemico da battere, il primo nemico diventiamo noi stessi. Se si considera un solo modo di vivere o di non vivere, il campo visivo si restringe e la zona cieca si amplia fino a inglobarci. Così accade che il muro che vediamo fra noi e l’altro non è che la somma delle barriere che abbiamo eretto dentro di noi.
Come sostiene la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona. Nessuno potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti. Ciascuno ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di farvi ritorno.
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
In un tempo in cui l’essere umano fa molta fatica a connettersi con il proprio ritmo interiore, forme di violenza e repressione, di guerre e ferocia, di femminicidi e criminalità, di razzismo e omofobia, di negazione dei più elementari diritti umani sono quotidiane. Il silenzio di un popolo che pare rassegnato non solo è spaventoso, ma è disumano.
Amo il lagno feroce e sfrenato./ Così anch’io finalmente potessi lanciare nella notte il mio grido, /e il chiuso e insensato tormento/ alfine svelare.
Sono versi della poesia Grido di Lalla Romano, capace di rispondere alla distruzione con la costruzione, alla violenza con la forza del dialogo e delle parole, alla sopraffazione con un’indagine profonda, alla stortura con la cura.
È tempo di stare insieme, è tempo di ascoltarsi senza utilizzare il giudizio come uno strumento lesivo. È tempo di soccorrersi e rispettarsi. È tempo di svelare ogni insensato tormento per proteggere e tutelare l’inviolabile che è stato ed è ogni giorno violato. È tempo di parlare per non ferire.




