La fotografia di Mimmo Jodice ha spesso come protagonista il tempo, un tempo sospeso che va oltre il momento. Il fotografo partenopeo, che si è spento lo scorso 28 ottobre all’età di 91 anni, ha iniziato a sperimentare quest’arte come autodidatta nei primi anni Sessanta, diventando una figura centrale dell’avanguardia fotografica italiana e internazionale.
Le sue immagini non raccontano eventi ma imprimono una sorta di eternità, presenze fuori dal tempo. Se Henri Cartier-Bresson è stato maestro del “momento decisivo”, Mimmo Jodice fa esattamente il contrario: il suo è un tempo che non scorre, rimane sospeso. Si tratta di immagini che provengono da una dimensione diversa, dove la vita è trattenuta in una condizione di attesa, di silenzio, quasi inesorabile. La fotografia diventa quindi un luogo mentale, un portale tra quello che è stato e quello che sopravvive.
Ed è proprio questa relazione profonda con la storia e la memoria uno dei tratti più riconoscibili del suo lavoro. Nei suoi scatti emerge un amore viscerale verso il mare e verso il Mediterraneo, quale luogo di civiltà. Ogni statua, rovina, porto fa parte di una geografia culturale condivisa, dove il passato e il presente si trovano faccia a faccia. L’approccio di Mimmo Jodice è diverso dal reportage sociale e dalla fotografia di architettura perché per lui l’immagine non è una prova, ma una traccia, un segno.
Nella sua carriera, Jodice ha esplorato processi materiali, tecniche di stampa insolite, sequenze seriali, giustapposizioni messe in scena e immagini che facevano riferimento ad altre arti, tra cui pittura, scultura e performance. Ha fotografato artisti ed eventi internazionali, lavori documentaristici che, allo stesso tempo, fungevano da commento concettuale. Già dai suoi primi esperimenti si intuisce sin da subito quali sono le due costanti del suo lavoro: il rifiuto di considerare la macchina fotografica come un mezzo che registra in maniera neutrale ciò che inquadra e il fascino per il tempo e la memoria, un’ossessione delle tracce del passato.
La percezione di eternità viene enfatizzata dal suo utilizzo del bianco e nero, così austero, scultoreo. A differenza di Ansel Adams che controllava la scala tonale per restituire la maestosità della natura, per Jodice questa è la sua vera lingua e modella la luce per assegnare un peso a ciò che lo circonda. Tecnicamente, insieme al bianco e nero, predilige anche stampe di grandi dimensioni e tattili; sia questa palette che l’approccio alla stampa non fanno altro che amplificare la superficie fotografica, la grana, il contrasto e la qualità – della pietra o della pelle –, dando la sensazione che si tratti di meditazioni sulla durata, piuttosto che istantanee del momento.
La camera oscura è stata per lui il suo laboratorio poetico. Quello che l’obiettivo cattura non è che l’inizio di una trasformazione lenta e precisa che avviene su carta, nel buio. Spesso nei suoi soggetti non ci sono persone, si tratta di scatti vuoti e silenziosi, dove non c’è spazio per la distrazione. Ciò che non c’è diventa importante quanto ciò che vediamo: luoghi abbandonati, statue antiche, orizzonti marini vivono in una dimensione sacrale.
In questo senso Jodice ha dei punti in comune con autori come Hiroshi Sugimoto o Michael Kanna, ma è solo uno sfiorarsi perché il fotografo partenopeo è lontano dalla loro ricerca più contemplativa: in lui c’è sempre un margine di inquietudine, un mistero che chiede di essere risolto.
Mimmo Jodice è sempre stato “impegnato” con la sua città, Napoli, che nei suoi scatti non è mai uno sfondo pittoresco, ma è palinsesto di vita sociale e strati storici. Nelle sue immagini sono immortalati vicoli, rituali domestici, degrado urbano e sculture in modo che risultino al tempo stesso intimi e monumentali. Non è un semplice reportage, ma un’etnografia di luce e silenzio. C’è un profondo incontro tra l’antica memoria della città e la “grinta” contemporanea, trasformando le strade in vere e proprie scenografie.
La sua capacità di rendere visibile ciò che resiste al tempo è forse una delle sue qualità più originali. Le statue che ha immortalato sono presenze vive, sopravvissute ai secoli e che ancora oggi ci parlano. Non è Jodice che guarda al passato, ma è il passato che guarda noi. Il suo ribaltare questa prospettiva ha reso il suo lavoro davvero unico e riconoscibile. La fotografia può essere un’esperienza filosofica e attraverso la macchina è possibile andare oltre la rappresentazione del mondo e arrivare a interrogarlo. Nella lentezza dei suoi silenzi, che mancheranno molto, delle ombre precisissime, nelle città svuotate, invita a considerare ciò che resta, che non cambia, senza rumore, ma continuando a esistere e resistere.






