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A chi interessa la (in)sicurezza sul lavoro?

Giusy Santella di Giusy Santella
22 Agosto 2024
in Margini
Tempo di lettura: 4 minuti
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Solo due mesi fa assistevamo straziati al destino a cui il nostro Paese condannava Satnam Singh, bracciante morto a seguito di un incidente sul lavoro. O, meglio, morto per mano dell’aguzzino che lo sfruttava e che, anziché soccorrerlo dopo che un macchinario gli aveva amputato un arto, lo ha abbandonato sul ciglio della strada come se si trattasse di un sacco vecchio. Da buttare, da nascondere.

Quando uso la parola destino non mi riferisco ad alcuna sciagura o disgrazia, ma a una precisa scelta che l’Italia e i suoi rappresentanti politici – oramai da anni – portano avanti in tema di sicurezza sul lavoro. L’intenzione è chiara: tutelare a tutti i costi gli imprenditori e abbattere i dipendenti come le pedine di una scacchiera. I lavoratori sono sostituibili, vengono sfruttati il più possibile e i loro incidenti considerati conseguenze naturali della corsa al profitto.

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E allora, se questa è una precisa scelta, non ci si può stupire di fronte alla conta inesorabile di morti che cresce ogni giorno di più: gli ultimi dati disponibili al 30 giugno 2024 parlano di 469 persone morte sul luogo di lavoro, senza considerare tutte quelle che hanno rischiato di cadere in gravi incidenti. Neppure quest’estate ha fornito una tregua. Nicholas Colombini, morto folgorato da una scarica elettrica a Terni, e Dalvir Singh, bracciante trovato morto tra i campi a Latina: sono solo due dei nomi delle persone decedute nell’ultima settimana. Nei primi mesi del 2024, la media è stata di 3 persone al giorno, perlopiù operai, in imprese edili e nei campi. Pedine cadute rovinosamente, senza che nessuna misura seria venisse presa, salvo battersi il petto e definire questi avvenimenti delle tragedie.

E non possiamo stupirci neppure di fronte alla conversione in legge del cosiddetto Decreto Semplificazioni, con il quale si è deciso, di fatto, di rendere vane alcune norme che consentivano un controllo sui datori di lavoro, applicando, ancora una volta, due pesi e due misure. Se da un lato, i nostri rappresentanti politici spingono l’Italia verso una repressione e un securitarismo senza precedenti, inasprendo le pene anche per reati minori (in particolare legati agli stupefacenti) e ingrossando le fila di carceri già stracolme; dall’altro lato strizzano l’occhio ai datori di lavoro, essendo ben più accomodanti nei loro confronti.

E così, all’articolo 6 del D.lgs 103 del 2024, si stabilisce che: Per le violazioni per le quali è prevista l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria non superiore nel massimo a 5.000 euro, l’organo di controllo incaricato, nel caso in cui accerti, per la prima volta nell’arco di un quinquennio, l’esistenza di violazioni sanabili, diffida l’interessato a porre termine alla violazione, ad adempiere alle prescrizioni violate e a rimuovere le conseguenze dell’illecito amministrativo entro un termine non superiore a 20 giorni dalla data della notificazione dell’atto di diffida. In caso di ottemperanza alla diffida, il procedimento sanzionatorio si estingue limitatamente alle inosservanze sanate.

Si tratta senza dubbio di una norma scivolosa che presta il fianco a un’interpretazione troppo ampia: chi limiterà i datori di lavoro nell’appellarsi all’errore scusabile in moltissime fattispecie? Di fatto, si avvertono gli imprenditori come si fa con un bambino che non è stato in grado, con i propri strumenti, di comprendere le conseguenze delle proprie – pericolose – azioni. Eppure, i datori di lavoro sono ben consapevoli delle proprie scelte quando decidono di sfruttare lavoratori irregolari, quando abbassano il livello di sicurezza nei cantieri e nelle aziende, quando prosciugano le tutele di chi lavora nelle loro aziende. Questo viene stabilito a fronte di una percentuale del 78% di situazioni irregolari tra le imprese ispezionate nell’ultimo anno. La scelta è quindi quella di non risolvere i problemi, ma di permettere ai datori di lavoro di nasconderli sotto il tappeto: l’unico prezzo da pagare pochi spicci e una ramanzina, mentre gli ispettori, già al collasso e sotto organico, vengono spogliati di gran parte della loro efficacia.

Si introduce l’obbligo del preavviso di dieci giorni per i controlli che non riguardino la sicurezza sul lavoro – questi ultimi mantengono il carattere della sorpresa – eppure anche questo ci sembra troppo. I lavoratori irregolari e in nero sono spesso anche quelli sottoposti a peggiori condizioni di sicurezza e così, avvertendo il datore di lavoro della data del controllo e dei documenti necessari al suo svolgimento, si perderà l’occasione di individuare situazioni in un’ottica preventiva. Allo stesso modo, si introduce per le imprese la possibilità di ottenere una qualificazione di “basso rischio”, attraverso la quale si riducono sostanzialmente le ispezioni e i controlli a loro carico. Il pericolo di una mercificazione di tali certificazioni è altissimo, il rischio per i lavoratori incalcolabile.

Vi sembra abbastanza? E, invece, non è finita! Queste iniziative si aggiungono a una “patente a crediti” per le imprese attraverso cui gestire l’eventuale blocco delle loro attività al di sotto dei 15 crediti, in seguito alle decurtazioni che avverranno sulla base delle violazioni riscontrate. Peccato che si dia loro la possibilità di accumulare fino a 100 crediti, ancorando questi incrementi a criteri del tutto irragionevoli, come la “storicità dell’azienda”. Una misura inutile, quindi, una pantomima che agevola ancora una volta le imprese.

Un infortunio mortale di lavoratore dipendente dell’impresa, occorso a seguito di violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro comporta la decurtazione di soli 20 punti. Siamo di fronte a un disgustoso gioco a premi in cui la posta in gioco è la vita dei lavoratori. No, non siamo stupiti. Ma siamo addolorati, siamo stanchi, siamo rabbiosi.

Prec.

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