In Italia, nel 2025, si può ancora vivere di abusi e morire d’indifferenza.
Qualche giorno fa si è tenuto il rito funebre per salutare Elena Gurgu, una ragazza di ventisei anni, detenuta, che si è tolta la vita nel carcere di Sollicciano. Il suo è stato il suicidio numero 60 nelle carceri italiane solo nel 2025. La sessantesima vita non tutelata abbastanza, non vista. Nessun membro della sua famiglia di sangue era presente. Solo i suoi legali e alcuni volontari hanno partecipato ai funerali.
Ivan, trentaquattro anni, un rito funebre invece non l’ha ancora avuto. A Milano, sua sorella Katia l’ha cercato per cinque lunghi mesi, per interminabili 140 giorni. Poi l’ha trovato. Era rimasto all’obitorio per quasi metà anno come uomo non identificato.
Elena, di origini rumene, a quindici anni pare già vivesse per strada, fra prostituzione e droga. Ivan, di origini russe, nel 2021 pare si fosse impegnato per diventare tatuatore. Poi sembra fosse rimasto incastrato fra la paura, la solitudine, la droga, le allucinazioni, la mancanza di lucidità, in un vortice che non gli ha dato scampo. È morto. Molto probabilmente solo.
Elena e Ivan. Due vite spezzate. Ma definirle spezzate non basta per spiegare l’incuria, l’indifferenza, la disaffezione verso la vita umana. No, non spezzate, recise. Recise da chi guarda con presunzione, con prepotenza, con giudizio e noncuranza. Dove scivola il dolore umano quando la vita esagera, si perde, si disperde? La vita pare essere misurata secondo i conti in banca. Dunque se si arranca, se non si ha un appiglio al quale aggrapparsi, scivolare è la conseguenza più naturale del mondo. Ma viviamo in uno Stato incapace di comprendere una caduta e sostenere la riabilitazione di un proprio figlio. E no, che sia biologico o adottivo non cambia nulla.
Bisognerebbe chiedersi cosa è diventato l’essere umano. Un fastidio, un ingombro, un ostacolo di burocrazia? Bisognerebbe chiedersi a cosa serva possedere la facoltà della vista se l’essere umano si impegna ogni giorno per diventare più cieco e indifferente. Vivere in uno Stato che si definisce civile dovrebbe significare sostenere chi inciampa, aiutare chi soffoca, fermare chi opprime. E invece no.
Chi ha scritto la beffarda legge del mondo secondo la quale chi nasce non voluto debba crescere non visto e morire non amato? Che questo interrogativo possa togliere il sonno a ognuno di noi.
Il 18 ottobre, Giovanni Cucchi, padre di Stefano e Ilaria Cucchi, è andato via per sempre, dopo una malattia devastante. Dopo sedici anni dalla tragica morte del figlio, proprio negli stessi giorni in cui al suo amato e sostenuto Stefano furono consegnati abusi, incuria, crudeltà. Ha lottato fino all’ultimo giorno per amore e per la verità, pur essendo continuamente calunniato da chi avrebbe dovuto proteggere lui e la sua famiglia.
Con la speranza che Giovanni Cucchi, Elena e Ivan possano stare, ovunque si trovino, fra la luce della verità e le ali del rispetto e del valore umano. Che le loro fragilità possano essere abbracciate e amate, senza mai più subire abusi. Mai più.






