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Pippo Civati: «Scandaloso parlare di rimpasti in questo momento»

Farouk Perrone di Farouk Perrone
15 Gennaio 2021
in Interviste
Tempo di lettura: 6 minuti
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Uomo di sinistra, da parlamentare a editore, Pippo Civati si è defilato dalla politica partitica dopo l’esperienza di Liberi e Uguali e, soprattutto, dopo essersi candidato nel 2013 alle primarie del Partito Democratico vinte da Matteo Renzi. Nel suo percorso, ha assistito dal vivo a diversi momenti cruciali per il destino del PD prima e della sinistra in generale poi, distinguendosi sempre per la tendenza a dire in maniera molto limpida la sua opinione e a ritrovarsi, per questo, spesso in minoranza.

Poco entusiasta della sua esperienza con LeU («Grasso? Lui e gli altri li ho sentiti solo per condoglianze varie»), per nulla fiducioso nei confronti del Partito Democratico e di Renzi («Mai fatto parte del giglio magico»), è proprio dal senatore di Scandicci che parte la nostra intervista, nella quale Civati ci rivela di non provare alcun tipo di risentimento, pur sostenendo che anche la sinistra viva una fase di confusione totale. Il suo ultimo progetto, Possibile, si pone tre obiettivi: clima, patrimoniale e progressività fiscale. Ecco le sue parole.

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Partiamo dalla Sua esperienza: dirigente del PD, ideatore della Leopolda, poi fondatore e segretario di Possibile, candidato con LeU e, dopo le elezioni del 2018, fondatore della casa editrice People: a più di due anni da questa nuova sfida, a cosa serve, secondo Lei, fare politica fuori dai palazzi?

«Serve tantissimo. Aiuta a imparare a fare politica fuori dai ruoli tradizionali, provando ad avere un altro punto di vista che non sia quello formale a cui siamo abituati. È un’esperienza bellissima, non cercata, ma che è capitata e di cui ho fatto tesoro: sono molto soddisfatto di quanto stiamo facendo e del lavoro di una comunità di persone che leggono, lavorano e studiano, ribaltando vecchi modelli».

Dicevamo che è ideatore della Leopolda, ossia il fulcro del giglio magico renziano. Erano gli anni della rottamazione (mai avvenuta), ma Lei si è mai definito un rottamatore?

«Non ne ho mai fatto parte: c’era il giglio magico renziano, ma c’era anche Civati, poi le cose sono andate come sa. Mi sono contrapposto a Renzi già alle primarie del 2013 e ho usato quella parola nel senso liberatorio del termine. Tuttavia, vediamo che ancora oggi in quel partito decide tutto Franceschini – con cui Renzi è alleato – quindi non mi pare abbia funzionato. Le parole devono sempre essere sostenute dai fatti».

Qual è la Sua posizione su Recovery e MES? In una recente intervista a Il Foglio ha detto di condividere la posizione di Renzi…

«Il Recovery avremmo dovuto averlo già pronto e il MES sanitario bisognava accettarlo. Dopodiché, non sono d’accordo con Renzi su un milione di cose. Il Foglio è un giornale di centrodestra e ha voluto titolare così, ma io non sono d’accordo né con Renzi né con Conte: trovo scandaloso che si stia parlando di rimpasto in un momento difficile per il Paese e che sulle questioni di fondo, cioè clima, disuguaglianze e dramma sociale, non si stia facendo quello che si deve fare. Al massimo, sto con Mattarella che, tra l’altro, Renzi ha attaccato, dimostrando la sua irresponsabilità».

Una questione quasi del tutto sottaciuta è quella giovanile, andando oltre al dibattito sulla riapertura delle scuole. Lei si è sempre rivolto ai giovani, ritenendo che si dovesse dar loro priorità. A Suo avviso, quali misure bisognerebbe adottare per favorire i ragazzi? E non crede che il MES sia particolarmente svantaggioso per le future generazioni, considerando che il debito ricadrà su di loro?

«Il MES va preso solo per quanto riguarda la questione sanitaria di cui abbiamo un bisogno totale. Sono pur sempre soldi nostri, perché l’UE non è un’entità separata da noi: questa è una discussione ideologica dettata dai 5 Stelle e da una parte della sinistra che ha perso la bussola perché, allora, non dovremmo prendere neanche il Recovery Fund».

Però prendere il MES potrebbe assumere il significato di debolezza da parte dell’Italia…

«Il MES sanitario è legato solo alle questioni sanitarie: c’è una riflessione tecnica che non si vuole fare perché i 5 Stelle non lo vogliono e metà del PD non sa come agire. Poi, quando arriveremo per ultimi a realizzare obiettivi che gli altri avranno già raggiunto ne riparleremo, sarà tra un anno circa. Quanto al Recovery, lì non c’è uno slancio al futuro: mi ha colpito Mattarella che ne ha parlato nel discorso di fine anno ma è l’unico, gli altri lo stanno utilizzando per coprire dei buchi lasciati vuoti».

Ce l’ha un po’ con Renzi? È anche per causa Sua se ha lasciato la politica, visto che eravate partiti entrambi con l’obiettivo di ricostruire il PD e la sinistra in generale…

«Non ce l’ho con nessuno, la politica non è un fatto personale e per me non esistono categorie psicologiche come il livore. Ricordo che, anche se oggi è difficile trovarne uno, a un certo punto erano tutti renziani – tra cui La Repubblica – perché doveva aprire una nuova stagione politica. La verità è che non è successo e questo dimostra che non si deve puntare su una sola persona, ma su un progetto, che era vuoto e che era ammiccante verso destra».

Negli Stati Uniti si è provato a costruire qualcosa di sinistra nel campo socialista con Sanders: secondo Lei, l’America è pronta per una politica socialista e, se sì, perché ci è arrivata prima dell’Italia?

«Notiamo che Sanders non è mai stato nel Partito Democratico. Questa è una domanda intelligente perché il PD deve decidere se chiudersi in se stesso e nelle sue correnti, come pare stia facendo, o se rivolgersi a un mondo molto più grande. In Italia siamo schiavi di logiche di liberismo: Renzi parlava solo con gli amministratori delegati e non con gli operai».

In effetti, come dimenticare i suoi scontri con i sindacati e con le parti sociali…

«Scontri di grande stupidità politica perché, quando rompi un fronte, perdi pezzi e non li recuperi più: arriva sempre uno più bravo di te, che ricuce, come successo nel 2018».

Se rientrasse in politica, dove proverebbe a ritagliarsi uno spazio insieme a Possibile? Tra 5 Stelle e PD?

«No, io non devo rientrare. Voglio solo che facciano qualcosa per salvare il pianeta e per migliorare la vita delle persone, dunque clima, patrimoniale e progressività, che non vedo in nessuna delle agende dei partiti in Parlamento. Invece Possibile, che è il partito che ho fondato e che, in modo sorprendente, in questi giorni si sta riempiendo di iscritti, lo sta facendo».

Ha contribuito in prima persona all’esperimento di LeU, che ha poi definito postificio. Quasi ogni volta che si prova a costruire qualcosa, nonostante gli infiniti e affascinanti convegni, non si arriva mai a conclusione: può essere che il problema sia il fatto che non si sia mai voluto, dal 2007 in poi, lavorare a una sinistra unitaria in Italia?

«Il problema è il PD: se continua a svolgere questo ruolo da Democrazia Cristiana, capisce che diventa difficile costruire uno spazio a sinistra che vada dalla Merkel a Bersani».

Lo pensa anche ora che si è un po’ derenzizzato?

«Non so se si è derenzizzato, per me Zingaretti è un enigma, è da molto ormai che è segretario e non ha fatto nulla di straordinario».

Giulio Regeni, Silvia Romano e adesso Patrick Zaki: il Suo nome è fortemente legato alle battaglie civili per questi ragazzi. Nel Paese sul tema c’è una forte mobilitazione sociale ma non politica: perché non si riescono a porre al centro del dibattito parlamentare queste questioni e non si riesce ad avere una linea dura, come dimostrato dall’atteggiamento ancora troppo morbido nei confronti dell’Egitto?

«Perché non pensano che siano questioni politiche, perché ci sono molti interessi in campo e perché su questo punto tutti i governi che si sono avvicendati si somigliano: non ci sono valori e non c’è rispetto né della legge né della Costituzione. È stata la famiglia Regeni a rimproverare al governo la legge 185/90 e io l’ho fatto mille volte da parlamentare: non si vendono le armi ai Paesi in guerra che non rispettano i diritti umani. Intanto, Zaki è peggiorato e su Regeni non si sa ancora nulla, anzi le autorità egiziane si sono anche offese».

Condivide l’opinione secondo cui l’attuale esecutivo sta quantomeno provando ad andare nella direzione che Lei ha sempre auspicato? Si pensi all’ecobonus sul fronte ambientale o al cashback per quanto riguarda la lotta all’evasione fiscale o, ancora, al blocco dei licenziamenti che va a tutelare i lavoratori…

«Tutto il resto manca. Sono cose minime rispetto a cose gigantesche: la crisi andrebbe affrontata con il contributo di quelli che hanno grandi patrimoni, invece la maggioranza ha votato contro. Non si è fatto nulla di quello che si era detto a marzo e viviamo giorno dopo giorno con i pennarelli che colorano le regioni. Non a caso, il governo è in crisi da prima del COVID».

Ha deciso di investire in un settore che vive un momento delicato quale quello dell’editoria. C’è ancora interesse ad approfondire i macro-temi che trattate, come il clima e l’ambiente, al di là degli slogan di facciata a cui spesso questi vengono associati?

«Le dirò che il tempo lungo tornerà di moda, ora siamo ancora nella fase della battutina e del commento al commento. Secondo me, c’è bisogno di approfondimento e sostanza: noi cerchiamo quella».

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