Tamu Edizioni, casa editrice indipendente con sede a Napoli, è sempre stata più che una semplice realtà editoriale: progetto culturale, spazio di dialogo, libreria, punto di riferimento della comunità locale. Nel suo catalogo abbiamo sempre trovato testi impegnati, politici, femministi, anti-razzisti, queer-oriented, con uno sguardo attento alla questione delle migrazioni, del colonialismo, della crisi ecologica del pianeta. Ovviamente, come presidio napoletano, ha sempre riservato una particolare attenzione anche al Mediterraneo e al Sud Italia.
Il 3 novembre una grande novità: è stato annunciato sui profili social che dalla primavera 2026 Tamu cambierà nome in Tangerin, che in inglese significa “mandarancio”, una scelta narrativa e semantica oculata. Come dichiara la casa editrice: Perché Tangerin? La scelta del nome non è casuale. Il mandarancio è un frutto percepito oggi come tipicamente mediterraneo, ma che in realtà ha radici asiatiche e una storia diasporica fatta di migrazioni, incroci e trasformazioni culturali. Come altri agrumi è approdato sulle nostre coste attraverso le rotte dei mercanti arabi, genovesi, portoghesi e inglesi. Da lì ha poi continuato il suo viaggio verso il Nord America partendo dal porto di Tangeri – città da cui deriva il termine inglese tangerine, usato oltreoceano per designare il mandarancio. Un frutto ibrido, quindi, nato da viaggi e mescolanze, che smonta identità fisse e rivela genealogie dimenticate: una metafora che sentiamo affine alla nostra casa editrice, che fin dagli inizi si occupa di narrazioni che attraversano confini e mettono in discussione categorie consolidate.
Prima del passaggio definitivo, la casa editrice tratterà il suo nome in concomitanza col nuovo, è per questo che sul loro sito e sui social troverete ancora la doppia nomenclatura. Poi, Tamu scomparirà per lasciare il posto unicamente a Tangerin. Cosa cambierà? Il catalogo di Tangerin continuerà a ospitare libri che parlano di sud, classe, migrazioni, ecologie radicali, antirazzismo, decolonialità, linguaggi queer e pratiche femministe. In un presente segnato da rigurgiti identitari e confini chiusi, Tangerin ci permette di rimettere in circolo la nostra traiettoria, raccontarla come qualcosa che si muove, che muta, che si contamina. Il punto di vista privilegiato resterà quello radicato nel Sud Italia e nel Mediterraneo. Ma si aprirà anche a nuove traiettorie: lo faremo con la nascita della rivista R/est, un viaggio polifonico e partecipato nell’area balcanica, tra storia, attualità e cultura, che racconta voci locali, sfida stereotipi e intreccia reportage, narrazioni e immagini.
Ho provato a chiedere a Valeria Gennari e Carmine Cornelli (che insieme a Fabiano Mari hanno fondato Tamu nel 2020) qualcosa in più che ci aiuti a inquadrare questo passaggio e questo importante cambio di passo.
Cosa vuol dire essere una piccola casa editrice indie sia in un luogo come Napoli che in relazione al panorama editoriale generale del Paese?
«Il primo dato da prendere in considerazione a tal proposito è che l’editoria libraria è uno dei settori che più di tutti riflette dal punto di vista culturale, sociale, economico i fantasmi della questione meridionale. Se il divario tra le due parti del paese è già enorme, nella produzione editoriale italiana assume proporzioni spaventose: secondo l’ultima indagine ISTAT, si concentra in sole quattro regioni (Lombardia, Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna), che da sole ospitano il 56% degli editori attivi del paese e il 76% delle opere prodotte in Italia. In Campania viene pubblicato soltanto il 2,7% (la Lombardia è al 45%!) delle opere prodotte in Italia, e i dati sono ancora più impietosi per quanto riguarda le altre regioni del Sud. Se nelle regioni in cui si concentra la produzione libraria sono i rispettivi capoluoghi a fare da traino, ciò non avviene lo stesso per Napoli, che per abitanti è però la terza città di Italia. Questo divario economico si riflette su, e a sua volta dipende da, quello sociale e culturale: nel primo perché manca totalmente una filiera del libro sul territorio, e le numerose professionalità napoletane che nutrono l’industria editoriale lavorano altrove. Nel secondo campo, la debolezza del settore si esprime in un eterno provincialismo, sia delle scelte editoriali, contrassegnate da un costante ripiego sulla storia e le sulle tradizioni locali, che per quanto riguarda i circoli culturali e i media regionali, non formati né attrezzati per accogliere tra le loro discussioni dibattiti meno autoreferenziali. Inoltre, non è un caso che non esistano progetti “mainstream” che accolgono le storie editoriali di successo: paradossalmente l’immaginario offerto dalla città di Napoli, che negli ultimi vent’anni è stato alla radice di numerosi successi editoriali, è messo a valore da progetti che portano ricchezza in altre regioni. In questo quadro di difficoltà oggettive, quella che definisci editoria “indie” napoletana agisce meritoriamente, con idee e progetti sostenibili che da Napoli guardano al mondo, favorendo sia la pubblicazione di inediti innovativi, sia la circolazione della letteratura internazionale, muovendosi a suo agio nella narrativa e nella saggistica. Ciò è avvenuto negli ultimi anni principalmente per l’azione di progetti anagraficamente giovanissimi che si sono impiantati tra Napoli e provincia: Tamu Edizioni è stata sicuramente tra questi e ora con Tangerin intendiamo rilanciare».
Qual è l’esigenza alla base di questa spinta verso un cambiamento di nome?
«Tamu Edizioni è nata cinque anni fa da un percorso di condivisione con la libreria Tamu, aperta due anni prima nel centro storico di Napoli. La casa editrice nasceva per “moltiplicare i viaggi” e gli incontri nati a partire dallo spazio culturale della libreria, seguendo le stesse aree tematiche di interesse – femminismi, migrazioni, colonialismo, ecologie – e le aree geografiche di riferimento – il Sud Italia, il Mediterraneo, il Sud globale. Adesso i due percorsi si separano per una questione di crescita fisiologica dei progetti, di definizione di una propria specificità. Questo momento coincide con un periodo di fermento in termini di progettazione all’interno della casa editrice, e anche di un ampliamento dello sguardo a nuove aree geografiche, in particolare al Sud-Est Europa. Abbiamo voluto marcare questa trasformazione attraverso un cambio di nome che riflettesse non solo l’allargamento di orizzonti ma anche quelli che per noi sono dei concetti chiave, come l’ibridazione, il movimento, gli scambi. Tangerin (mandarancio in inglese, con la e finale qui elisa) racchiude per noi questi elementi: un agrume pensato come tipicamente mediterraneo che in realtà viene dall’Asia, un frutto che viaggia assieme ai mercanti (ma anche ai funzionari coloniali) per approdare sulle nostre coste e ripartire poi verso il Nord America, unendo parti di mondo lontane e valicando confini arbitrari. Un frutto da “aprire” per smontare identità percepite come fisse e statiche e svelare genealogie nascoste o dimenticate. È, infine, anche un frutto composito, fatto di molteplici spicchi, come le varie voci che contribuiscono a un progetto che pensiamo come collettivo».
Dunque, continuità di un percorso consolidato ma verso nuove direzioni, con la forza dei viaggi, degli scambi culturali e delle ibridazioni. Come un frutto di stagione che matura portando con sé tracce di ciò che è stato e la promessa di ciò che sarà.





