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Nicole Trevisan: esordio con “Malefica”, romanzo della rabbia e del Veneto

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
31 Marzo 2026
in Billy, Interviste
Tempo di lettura: 8 minuti
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Nicole Trevisan, classe ’89. A qualcuno piace dire sia un ingegnere con la passione per la scrittura. Noi di Spaghetti Writers, e io, ci teniamo a correggere il tiro: un’autrice che nel tempo libero fa l’ingegnere. Nel 2022 si classifica seconda al concorso dell’associazione internazionale Mensa (Mensa in fabula), con un racconto breve; sempre con racconti brevi, è finalista al Premio Zeno e al concorso Nuovi Argomenti. Nel 2023 un suo racconto viene inserito nell’antologia Cleup Libera le tue parole, a seguito del concorso indetto dalla casa editrice e dall’Università di Padova. Esordisce a febbraio 2026 con Malefica, edito da Fandango, un romanzo rabbioso e contemporaneo che racconta il Veneto e declina la furia della protagonista Aurora in svariate sfumature. Oggi ci racconta il suo percorso e il suo libro.

Qual è stato il motivo dietro alla scelta di ambientare la storia del tuo romanzo in Veneto? Solo una questione di appartenenza e di conoscenza o anche la voglia di sollevare nella narrazione un territorio che, spesso, viene adombrato da altri luoghi considerati più “vendibili e cool” come la Campania, la Puglia, la Sicilia, il Lazio? Il Veneto, a tuo avviso, ha meno appeal rispetto alle altre regioni, letterariamente parlando?

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«Una parte di questa scelta è dovuta alla sana raccomandazione “scrivi di ciò che conosci”, ma ora che il libro è uscito mi rendo conto che non avrei potuto inserire la storia in un luogo diverso. C’è una contaminazione profonda dalla terra ai personaggi, alla trama. Ciò che accade, accade perché si è nella provincia veneta. Che ha una sua fisionomia, non solo paesaggistica, ma sociale, piuttosto unica. È un territorio trasfigurato dal boom economico che ha conservato un’anima mistica. Solo, ha sfumature meno cariche rispetto ad altre regioni (Puglia, Sicilia, che citi), più soffuse. Letterariamente, il Veneto ha un appeal forte, ma che raramente ha raggiunto una certa diffusione. Per i più, siamo gente dalla parlata cantilenante, che vive per il lavoro e va su e giù in auto sotto a un cielo triste. Siamo alcolizzati che fanno ridere nelle commedie in tv: persino Andrea Pennacchi deve mettere in scena un personaggio comico per raccontare una sterminata amarezza. Le cose ora stanno cambiando, seguendo le tracce di scrittori (e registi, musicisti, poeti) che hanno aperto la discussione. Forse la Veneto Wave si ritirerà, e come tutte le waves che vanno e vengono non lascerà niente, ma quello che sta succedendo e che ci coinvolge come persone che scrivono e si confrontano è un’occasione. Soprattutto, di capire chi siamo come autori e autrici; l’identità di una voce letteraria non può separarsi dai suoi intenti. Io volevo mostrare anche la tenerezza che va oltre la desolazione apparente».

La rabbia è il sentimento matrice da cui partono tutte le azioni e le reazioni di Aurora, la tua protagonista. Una rabbia attiva, non silente, che fa del personaggio un’antieroina. Considerato che questo termine è spesso abusato, come la definiresti tu che la conosci meglio di chiunque altro? Non ci dimentichiamo che sia Aurora che Malefica sono appellativi della famosa fiaba La bella addormentata nel bosco, quindi si potrebbe dire che il parallelismo è voluto. Come lo hai declinato?

«Un approccio molto noto in psicoterapia è il cognitivo-comportamentale. Alla base, c’è l’obiettivo di modificare gli schemi appresi dall’infanzia e che conducono al medesimo risultato, anche quando gli attori (amici, datori di lavoro, genitori) cambiano. Io penso che Aurora non sia un’antieroina, penso sia una protagonista che vive in uno schema cognitivo-comportamentale che ha come unica risposta agli eventi la rabbia. Ci sono protagoniste dei romanzi di formazione che si difendono dagli eventi avversi con lo studio, con le relazioni, ma c’è anche una buona mole di protagoniste che scelgono l’annientamento (penso a Kathy Acker, penso a Lidia Yuknavich o Tove Ditlevsen che prediligono questi personaggi; come pure Virginie Despentes o Irvine Welsh). In Aurora, la rabbia è l’impronta che la racchiude e la protegge. Non la eleva e non la affonda. Quindi non credo si possa definire antieroina, anche se il gioco Aurora-Malefica è voluto. Come la Bella addormentata della Disney, poi, Aurora è bionda. Volevo innescare una negazione: e se pur nascendo sotto i migliori auspici, come una principessa delle favole, comunque si vivesse un senso di ingiustizia così gravoso da trasformarlo in una maledizione? L’eroina e la nemica si sovrappongono. La lotta è solo con sé stessa».

Se invece vogliamo assecondare la mia definizione – Aurora come un Re Mida al contrario – mi pare di intuire un pattern nel comportamento della protagonista e in quello della nostra generazione: per fortuna hai scelto una narrazione che evita la lagna e il lamento (anche perché ne abbiamo abbastanza di autofiction che pensano di abbagliarci con i loro patemi esistenziali che non interessano a nessuno), ma declini i disagi contemporanei dei millennial usando lo strumento del rancore. È corretto? E perché?

«Credo sia appropriato definirla in questo modo. È interessante, ironico, che sia un Re Mida al contrario, perché, come suggerisci, è una condizione che affligge Aurora come una parte della nostra generazione (e quelle più giovani, anche se non so quantificare in che misura): nati nelle condizioni migliori per eccellere e arrivare dove volessimo, siamo stati fermati da crisi economiche, collassi dei mutui, guerre, pandemie, ancora guerre, Brexit, trumpismo. Ormai persino emigrare e sognare ricchezza e grandezza altrove è diventato faticoso e l’orizzonte degli eventi – inteso in senso fisico, ovvero la soglia oltre la quale la gravità è così intensa che niente può sfuggire – avanza verso di noi. Naturale lamentarsi, esporre il petto e le viscere come il pellicano di de Musset, ma senza nutrire nessuno, se non le nostre orecchie, con lo splendore della nostra voce. Spesso lo è davvero, splendida. Interessante, o utile, molto meno. Era una scelta possibile, ma ho preferito altro. La rabbia è un’energia, anche quando è passiva, e diventa rancore o rammarico, che spinge ad agire. Una soluzione alternativa al lamento – cambiare, fare qualcosa, cercare nuove regole. Spaccare tutto: ce lo siamo dimenticati o hanno cercato di farcelo dimenticare, ma la generazione dei nostri genitori era tutt’altro che immobile».

Viene fuori quasi una soddisfazione nel lettore: una protagonista che sembra senza scrupoli (sembra) e che fa dell’ironia caustica una delle sue armi migliori. Come mi è capitato di riscontrare spesso, le narrazioni contemporanee hanno il timore di raccontare davvero l’odio: o viene edulcorato perché i personaggi poi rischiano di diventare odiosi (questa mania di scrivere di personaggi che devono per forza innescare empatia è onestamente inspiegabile) oppure viene caricaturato. Mi pare che invece Aurora sia molto credibile. Da dove viene questo sentimento? È espressione di un carattere innato, di genetica – “perché è fatta così” – o è il luogo in cui nasce che la rende cattiva (come diceva Montesquieu, il clima e l’ambiente influenzano le leggi e lo spirito dei popoli)?

«C’è una tacita necessità di scrivere protagonisti con cui si possa empatizzare, e se proprio non è possibile, almeno che inneschino una qualche risonanza col lettore. Di conseguenza, c’è (ultimamente) poco spazio per storie di odio, scomode, violente. Anche se si è sempre fatto: cito spesso, tra i miei riferimenti, scrittori e scrittrici noti per aver costruito personaggi assolutamente poco raccomandabili. C’è uno storico importante in letteratura di protagonisti contaminati dall’odio e dalla miseria. Aurora è un seme in questo lungo solco. Il suo sentire, lo schema che la porta ad agire seguendo la sua rabbia, deriva dall’intorno sociale e ambientale in cui è cresciuta, determinato dall’arrivismo, dalla fame di soldi per elevarsi a tutti i costi dal passato; ma è anche parte di sé, una sorta di reazione immunitaria (o autoimmunitaria, dal momento che non risparmia soprattutto lei) a quello che vive. Anche quando è lontana da casa, la risposta è sempre la stessa».

Tempo fa, facevo notare che c’è una sovrabbondanza – illuminante, secondo me – di titoli di romanzi contemporanei che inizio con la radice mal- (vedi già, senza andare tanto lontano, i nostri due romanzi si intitolano Malefica e Maleuforia). Perché ci interessa tanto, oggi, la declinazione oscura delle cose? Forse perché il tempo che viviamo è buio? Perché siamo disillusi? Ciò che scriviamo riflette il nostro umore? Questa connotazione in negativo trovo sia indicativa della direzione in cui stanno andando le nostre storie. Che ne pensi?

«Sto provando a ricordare altri titoli con la stessa radice e in effetti non siamo sole. Non ci avevo fatto caso, prima di oggi. Sto pensando a Male a Est di Andreea Simionel e a La malnata di Beatrice Salvioni, oltre ai nostri romanzi. Quattro donne: poco casuale. Mi piacerebbe girare la stessa domanda anche a loro, organizziamoci. Per quanto riguarda il mio punto di vista, credo che stiamo lentamente smaltendo degli umori negativi che si sono calcificati negli angoli delle nostre esperienze o che abbiamo notato nelle vite delle persone accanto a noi. Il male esiste. Vende meno di storie d’amore edificanti o sospirose, ma è un tema letterario. Solo che è cambiata la prospettiva – non più Malombra o I Malavoglia – ma un taglio femminile, uno sguardo che sbircia dalla porta, più discreto e non meno affilato. Né, perdonami l’assonanza, affamato. Il fascino della tenebra è legato al pericolo, ma anche al piacere di scardinare la ragione stessa che attrae e respinge. In questo male vedo un’occasione collettiva di guardarci allo specchio senza compatimenti».

Perché un romanzo e non una raccolta di racconti? Nel nostro collettivo Spaghetti Writers (e adesso, ce la tiriamo un po’) abbiamo esordito in quattro, con un quinto di prossima pubblicazione, e salvo uno di questi casi tutti abbiamo scelto la forma romanzo nonostante ci dedichiamo nella totalità del tempo a scrivere e editare racconti. La rabbia di Aurora, sfumata in una molteplicità di storie, ti sembrava meno efficace rispetto alla forma lunga?

«Scomporre in più episodi la vita di Aurora o la sua rabbia, disseminando nei vari racconti indizi sulle ragioni che l’hanno innescata era una scelta possibile e che ho accantonato perché avevo bisogno di spazio per certe intenzioni che avevo nello strutturare il linguaggio e lo stile del romanzo. Il rapporto tra Aurora e Rebecca emerge al negativo, solo dalla prospettiva di Aurora e solo in un certo modo; quello con Andrea è un luogo narrativo specifico, con uno stile ulteriore rispetto al resto della narrazione. Malefica è un meccanismo che chiedeva di tenersi unito per funzionare. Si può dire sia un’eccezione rispetto a quello che faccio normalmente (scrivere racconti, dunque sperimentare e arrivare a un romanzo di questo tipo). Dubito resterà l’unica».

Quali sono state le difficoltà maggiori nella scrittura di Malefica? E le gioie?

«Parto dai malesseri: le due stesure e mezza del testo. Sono partita con un’idea, poi è cambiata e infine è stata aggiustata fino alla forma che si legge oggi in libreria, con gli aggiustamenti di editing e correzione di bozze del caso. Patteggiare con le riscritture e le revisioni – atroci – a cui sottoponevo il testo è stata una fatica che so di aver dimenticato, o non vorrei mai più scrivere altro. Altro malessere, che si è trasformato in un’occasione di crescita, è stato gestire la storia di Aurora combinandola con le scelte stilistiche, di punto di vista e struttura – che poi è la ragione delle tre stesure. Ho avuto anche molti momenti di gioia: lavorando a tempo pieno, il momento che ogni giorno dedicavo alla scrittura è diventato solo mio, intoccabile e fermo. Una certezza in una sequenza di potenziali giornate orrende. Mi sono anche divertita molto a parlare agli amici di cosa stavo scrivendo, chiedere consigli su una cosa o l’altra; sono convinta che l’atto creativo non possa svilupparsi in solitudine. So di aver scritto l’incipit di Malefica sul divano della mia migliore amica e di averglielo fatto leggere subito. Ho scritto a mano molte parti del testo, perché ovunque fossi volevo poter andare avanti con la storia».

Ci delizierai con altre bad stories presto? Progetti futuri e dove troviamo le prossime presentazioni?

«Ho alcune idee e spero che almeno qualcuna converga in un progetto più definito rispetto a questa risposta. Di certo, parlerò ancora di Veneto. Vorrei riprendere a scrivere e a pubblicare racconti su rivista, anche; nel frattempo, porterò Malefica in libreria. Ad aprile ci sono tantissimi eventi, tra festival e presentazioni, a cui non vedo l’ora di partecipare e anche nei mesi successivi accadranno tante belle cose. Voglio prendermi il tempo per processare l’esordio, conoscermi di più e prendermi cura di questo libro. Poi, con calma, mi rimetterò a scrivere».

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