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Papa Francesco a Scampia

Redazione di Redazione
3 Giugno 2025
in Margini
Tempo di lettura: 12 minuti
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Martedì, 3 marzo 2015

Oggi sono andato al Centro Hurtado, qui a Scampia, per partecipare all’incontro tra le varie associazioni che aderiscono al progetto Scampia felice. All’ordine del giorno c’è la visita di Papa Francesco. È un evento, che va oltre il mero aspetto religioso. Diversamente, non ci sarei andato. Questo papa dice cose che investono problemi sociali ed esistenziali vitali. La sua visita ha destato molte aspettative. Specie tra i laici.

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Ho conosciuto Maria, abita nel mio stesso edificio, nella scala accanto, la C, ma non l’avevo mai incontrata prima d’ora. È dolce, sensibile, sa ascoltare. Lavorava in una grande ditta che ha chiuso in seguito alla crisi. Ora è disoccupata.

 

Mercoledì, 4 marzo 2015

Maria l’ho incontrata alla fermata del bus. Non era mai accaduto. O, forse, l’avrò anche incontrata, ma non me ne ricordo. Del resto, non è una di quelle che danno subito nell’occhio. La sua è una bellezza tranquilla, serena. Abbiamo stretto amicizia e deciso che ci incontreremo ancora. Infatti, ci siamo dati appuntamento. Ci vedremo sabato sera per una pizza. Per strada stanno pulendo le aiuole. Si sente nell’aria l’odore dell’erba tagliata. Sarà per l’arrivo imminente del Papa.

 

Sabato, 7 marzo 2015

All’appuntamento Maria è arrivata in ritardo di dieci minuti. Già dopo i primi cinque ho temuto che non venisse più. Mi sono rabbuiato. Ma, quando è arrivata, è bastato un sorriso perché mi sciogliessi. Proprio come nella bella canzone di Luigi Tenco, Ho capito che ti amo. Che mi stia innamorando? Abbiamo mangiato la pizza e abbiamo parlato un po’. Mi ha detto che frequenta la parrocchia di fronte. Tiene lezioni di catechismo. Mi ha invitato per la messa delle dodici di domani. Le ho detto che non sono credente. Mi ha rimproverato, dice che sbaglio, che Dio esiste, che non è possibile non accorgersene.

 

Domenica, 8 marzo 2015

Credo che Maria abbia deciso di convertirmi, non accetta che io sia scettico, che non riesca a convincermi dell’esistenza di Dio; o, meglio, che, essendomi reso conto che l’esistenza o meno di Questi non è scientificamente dimostrabile, abbia deciso di astenermi da qualsiasi ulteriore tentativo di ricerca e di attenermi a ciò che mi suggerisce la sola ragione. Le ho detto che, se Dio dovesse davvero esistere, è Lui che mi ha creato e pertanto è Lui che è responsabile dei miei limiti.

In passato, mi sono giustificato, io L’ho cercato e non L’ho trovato; questo vuol dire, sempre che esista, che Lui vuole così, che questa è la Sua volontà.

Ne ho parlato con tutti i preti di zona e non, ma niente, sono rimasto impigliato come un pesce nella rete, che si scuote, si dibatte, ma non ne esce. Ho letto e riletto la Bibbia, ne ho discusso con alcuni amici che frequentano la comunità di base di una zona limitrofa, una di quelle comunità nate sull’onda del Concilio Vaticano II, ma il caos è solo aumentato.

Secondo questi amici, poiché noi non possiamo conoscere Dio, in quanto non ne abbiamo esperienza, ma sappiamo storicamente di Gesù, dell’uomo chiamato Gesù, è a lui che dobbiamo fare riferimento nell’indirizzare le nostre scelte. In pratica, se ho capito bene, ma forse sbaglio, sembra che essi abbiano rinunciato a credere in un Essere onnisciente, onnipresente e onnipotente, che abita lassù nei cieli, e si siano realisticamente accontentati di dedicarsi alla scoperta di noi stessi attraverso le parole del Vangelo, un neocristianesimo dell’uomo.

Mi colpì molto l’intervento di Lorenzo Tommaselli a un caffè letterario condotto dal prof. Maiello al Centro Hurtado qui a Scampia: riferendosi al terribile terremoto che rase L’Aquila al suolo qualche anno fa, e alle centinaia di morti e decine di migliaia di feriti e senzatetto che ne seguirono, si chiese come avesse potuto un Dio che è padre permettere tanto male. “Un padre – disse – non può volere questo per i suoi figli; e, pertanto, se ciò è accaduto, è perché non è onnipotente”.

Ho concluso che forse Dio non esiste, che è solo una nostra proiezione: essendo noi una realtà limitata, incapaci di rispondere ai tanti perché che ci assillano, ci siamo inventati un dio che almeno in parte risponda alle mille domande che ci tormentano. Essendo, però, vissuto col convincimento della sua esistenza, non riesco a staccarmene del tutto e spesso mi ritrovo a pregare, a sperare che mi sbagli e che Dio ci sia, perché tutto sommato l’idea di un dio è rassicurante.

Mercoledì, 11 marzo 2015

Stamane mi sono svegliato con il rumore del frullio delle pale degli elicotteri. Erano le forze dell’ordine, che dall’alto studiavano le misure di sicurezza da prendere in vista dell’imminente visita del Papa. Maria se ne è venuta con una sorta di parabola che uno scrittore ungherese avrebbe utilizzato per spiegare l’esistenza di Dio e ha voluto che io l’ascoltassi attentamente.

“Due feti – ha detto – dialogano all’interno del ventre della propria madre. L’uno chiede all’altro se crede in una vita dopo il parto. Questi gli risponde che non lo sa di preciso, ma che qualcosa di certo ci deve essere. Il primo gli dice che si sbaglia, che dopo il parto non c’è vita, ma soltanto oscurità, silenzio e oblio. Il secondo insiste: «Io sono sicuro che di là c’è qualcuno, di certo una mamma, che si prenderà cura di noi». «Beh, se c’è, perché non si fa vedere da noi? Io non ci credo!» fa lo scettico. «Lei è intorno a noi – lo zittisce l’altro – Siamo circondati da lei. A volte, quando stai in silenzio, se ti concentri ad ascoltare veramente, potrai notare la sua presenza e sentire la sua voce da lassù».

“Che esista una vita dopo che per alcuni mesi siamo stati nel ventre di nostra madre non vuol dire automaticamente che ci sia un al di là – ho commentato acidamente – anche i cani prima di venire alla luce sostano nel buio del ventre materno e non mi risulta che per loro sia previsto un al di là”.

Si è offesa ed è scappata via, credo per non farsi vedere in lacrime. Non so perché sono stato così cattivo, potevo evitarlo. In fondo, lei si preoccupa per me; dal suo punto di vista non vuole che vada all’inferno.

Il fatto è che è un periodo che sono fortemente arrabbiato con la Chiesa in generale e con il nostro parroco in particolare. Due settimane fa ero andato in chiesa per i funerali di un collega di scuola elementare e il parroco dall’altare, nell’elogiare il defunto, ha affermato che questo collega era un ottimo docente perché insegnava la Verità, aggiungendo che solo chi insegna la Verità è un bravo docente. Mi sono sentito chiamato in causa, perché io penso che, essendo la scuola un’istituzione laica, debba affermare prioritariamente i principi costituzionali. E, ovviamente, mi regolo di conseguenza.

Molto probabilmente il parroco non voleva offendere nessuno; e tantomeno me. Forse, neppure sapeva che ero lì, ma mi sono sentito offeso lo stesso.

Il parroco non è nuovo a queste impennate. Anni fa se la prese con un altro collega, che aveva detto ai suoi alunni: “Noi discendiamo dalle scimmie”. In chiesa durante la messa si era pubblicamente lamentato che a dei piccoli venisse presentata una teoria in contrasto con i principi della fede, paventando il rischio che essi potessero prima o poi essere fuorviati dalla retta via.

Risultato, diversi genitori protestarono con il dirigente scolastico e alcuni di essi, non soddisfatti, pretesero che i loro figli fossero trasferiti in altra classe.

Giovedì, 12 marzo 2015

Ho fatto pace con Maria, non avrei sopportato di saperla in collera con me, ma sono fatto così, non riesco a fingere.

Alcuni operai dell’ASIA stanno svuotando i contenitori della spazzatura, mentre altri stanno rimuovendo via i cumuli di sterpi ed erbette, depositati ai lati delle aiuole.

Una donna sbraita: “Non è giusto che fanno vedere al Papa che il quartiere lo tengono pulito, il papa dovrebbe vedere il quartiere così com’è nella realtà di tutti giorni, quando non vengono né papi né ministri, cioè abbandonato a se stesso”.

Domenica, 15 marzo 2015

Ho confessato a Maria che da un bel po’ sono ossessionato dal fine vita.

Sono convinto che, se la Chiesa non avesse il potere che ha sui nostri politici, molti problemi al riguardo sarebbero già stati risolti.

Ripenso spesso al caso Englaro, alla povera Eluana.

Continuo a non capire perché la Chiesa si oppose con tanta virulenza alla richiesta dei genitori di porre fine alla vita e alle sofferenze della figlia, criminalizzandoli in nome di un vago rispetto della Natura e ostacolandoli con ogni mezzo.

In fondo, era proprio nel rispetto dei tempi che la Natura ci ha concesso che essi chiedevano di sospendere gli artifici tecnici che ritardavano la morte di Eluana.

“Per la Chiesa – mi ha risposto Maria – la vita è sacra, è un dono di Dio”.

“Anche se fosse – le ho replicato – Dio ci ha concesso il libero arbitrio, ovvero la libertà di sbagliare; impedendomi per legge di staccare la spina, di dire addio a una situazione di non vita, di stato vegetativo, di dipendenza assoluta, la Chiesa espropria Dio della Sua funzione di giudice, sostituendosi a Lui”.

“C’è anche gente che non crede che la pensa come la Chiesa – ha fatto lei – che, pur non credendo in Dio, non è per niente d’accordo sulla possibilità di sospendere cure e alimentazione a pazienti in coma. Questo vorrà dire qualcosa, no?”

“Una legge sul fine vita non impegnerebbe assolutamente queste persone. Perché, liberi loro di comportarsi come meglio credono per quel che li concerne, dovrei subire contro la mia volontà trattamenti sanitari che mi tengano artificialmente in vita, senza capacità di relazioni e in condizioni di dipendenza assoluta? Perché un altro dovrebbe costringermi a ciò? E, azzarderei, perché, se un giorno non me la sentissi di continuare, non potrei essere legalmente accompagnato da personale qualificato in questa mia scelta?”.

Maria mi ha guardato senza rispondere, ha capito che avremmo litigato di nuovo. L’ho presa per mano e abbiamo continuato la strada in silenzio.

 

Lunedì, 16 marzo 2015

Sono andato a casa di un amico che studia filosofia, dovrebbe laurearsi prima dell’estate.

“Non te la prendere – mi ha detto – certe persone sono canne al vento. E le canne il vento se le porta seco dovunque e sempre; se la Chiesa dice no, per loro è no”.

“Ma perché certi comportamenti, che non le impegnano per niente, irritano queste persone così tanto da assumere atteggiamenti violenti e illiberali, non rispettosi della volontà altrui?”

“Uno psichiatra, morto qualche anno fa, avanzò l’ipotesi che molti individui vivono la scelta di chi mette fine alla propria vita come una messa in discussione delle loro certezze” ha aggiunto lui. “Chi mette fine alla propria vita fungerebbe da specchio disvelatore delle miserie, in cui essi sono costretti e di cui non vorrebbero mai prendere atto. Di conseguenza, scatterebbe l’odio per chi, involontariamente, col proprio atto li ha resi coscienti della propria condizione”.

“Sinceramente, non so dove sia il torto, se dalla parte di chi ritiene che ci si debba aggrappare alla vita senza se e senza ma oppure dalla parte di chi ritiene che, quando la sofferenza è fine a se stessa e non ci sono più speranze di guarigione, il singolo possa pretendere di porre termine a quella che non ritiene più vita; ma sono fermamente convinto che, se non si arreca danno ad altri, qualsiasi azione sia lecita”.

 

Martedì, 17 marzo 2015

Assuntina ha nove anni ed è la figlia di mia sorella, mi ha chiesto se è vero che qui a Scampia è già venuto un altro papa. Ho confermato.

Ha fatto una pausa ed è subito tornata alla carica: “È vero che la Chiesa è sempre dalla parte degli ultimi, dei più poveri?”.

Ho confermato. E lei, dopo una breve pausa, mi ha guardato di sottecchi con uno sguardo corrucciato e mi ha chiesto: “Zio, dimmi, quanto siamo poveri?”.

Intanto, in strada gli operai stavano saldando i tombini per i soliti motivi di sicurezza. Mancano pochi giorni all’arrivo del Papa.

 

Sabato, 21 marzo 2015

Il gran giorno è arrivato. Ho deciso di andare anch’io a vedere questo papa. Non so cosa mi aspetto. Del resto, già un altro papa è venuto a Scampia e da allora sostanzialmente niente è cambiato. Questo papa, però, è diverso, vede la realtà dal bordo. E il marcio, che qui si respira, lui lo ha subito capito che è l’effetto di un marcio più grande, che viene da lontano, che non nasce qui. Per me è un alieno. E penso che debba esserlo, soprattutto e di più, per coloro tra i credenti che sono più attaccati alla tradizione, più conservatori e meno disponibili alle aperture.

Mi accompagna Maria. Ormai, è una presenza fissa nella mia vita.

Ci incamminiamo lungo via Fratelli Cervi. All’altezza del campo sportivo si intravedono dei capannelli. Sono persone che aspettano il pontefice. Alcune si conoscono tra loro. Si salutano, si sorridono, sono felici. Qualcuno viene da altri quartieri, molti dai Comuni limitrofi, Melito, Arzano, Casavatore.

C’è aria di festa. Del resto, non sono molte le occasioni da queste parti. Dei militari vigilano lungo il percorso tracciato da numerose transenne.

Ci si chiede se Francesco, come familiarmente lo chiama la gente, verrà in elicottero o in papamobile. D’improvviso si sentono dei rumori di motori, che vengono dall’alto. Sono due elicotteri, fanno un giro di ricognizione.

Dai balconi e finestre degli edifici circostanti si affacciano uomini, donne e bambini, di certo molti più di quanti vi abitano, devono esserci degli ospiti. Hanno delle bandierine e degli striscioni. Un’esplosione di oh si leva spontanea, quando appare l’elicottero bianco, quello del Papa.

Eccolo, atterra nel largo Battaglia, alle spalle del campo. È un rincorrersi di grida, sorrisi, sventolio di bandierine.

Il Papa scende dall’elicottero, solleva le braccia e con un cenno di benedizione saluta gli astanti, poi sale sulla papamobile per recarsi in piazza Giovanni Paolo II, ex piazza dei grandi eventi, a lato della villa comunale. Ad accoglierlo, tra gli altri, l’arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, il prefetto di Napoli, Gerarda Pantalone, e il Sindaco della città, Luigi de Magistris.

Alzo gli occhi per caso e vedo sui terrazzi di copertura degli edifici militi armati di carabina.

Il Papa passa a poco più di un metro da me, lo vedo in viso, ne incrocio lo sguardo, mi emoziono. Penso laicamente che non avrei dovuto, è un uomo come me. E avrà incrociato numerosi altri sguardi. Come ovvio. Ma ne devo prendere atto, mi sono emozionato. E non posso farci niente.

Le due ali, che la folla aveva dischiuso posizionandosi dietro le relative transenne, si ricompongono immediatamente non appena il Papa è passato; e le persone in ordine sparso si avviano lentamente verso la piazza, dove il Pontefice terrà il discorso.

L’incontro si apre con l’indirizzo di saluto del cardinale Sepe e con la consegna al Papa da parte del Sindaco delle chiavi della città.

Ci sono alcuni interventi di gente comune in rappresentanza del mondo della cultura, della legalità, del lavoro, degli emarginati e dei migranti.

A tutti il Pontefice risponde.

“Dobbiamo – dice – far sentire ai nostri fratelli e sorelle migranti che sono cittadini, che sono come noi, figli di Dio, che sono migranti come noi, perché tutti noi siamo migranti nel cammino della vita, nessuno di noi ha dimora fissa in questa terra, tutti ce ne dobbiamo andare”. Un colpo al cuore quel “tutti noi siamo migranti”.

Strizzo gli occhi come ad aprir la mente, voglio focalizzare, non perdermi una parola, una pausa, un gesto; seguire il discorso nello stesso modo in cui si segue un giallo, un thriller, quasi a voler anticiparne la conclusione, il senso.

Francesco, voglio chiamarlo anch’io così, si chiede: “Cosa fa un giovane senza lavoro? Che futuro ha? Che strada di vita sceglie? Questa è una responsabilità non solo della città, non solo del Paese, ma del mondo. Perché? Perché c’è un sistema economico che scarta la gente e adesso è il turno dei giovani a essere scartati”.

“Ci sono – aggiunge – le opere di carità, ci sono i volontariati, c’è la Caritas, c’è quel centro, c’è quel club che dà da mangiare, ma il problema non è mangiare, il problema più grave è non avere la possibilità di portare il pane a casa, di guadagnarlo. E quando non si guadagna il pane, si perde la dignità. Questa mancanza di lavoro ci ruba la dignità. Dobbiamo lottare per questo, dobbiamo difendere la nostra dignità di cittadini, di uomini, di donne, di giovani. Questo è il dramma del nostro tempo. Non dobbiamo rimanere zitti”.

Mi sembra di essere a una manifestazione sindacale e, invece no, sono partecipe di un grande evento e quell’uomo lassù sul palco passerà alla storia. Qualcuno piange, molti gridano, tutti applaudono.

Parla di sfruttamento, di lavoro nero, di niente contributi, niente pensione, del ritorno sotto nuove forme della schiavitù. E questo, grida, non è umano, non è cristiano.

Ricordo che alcuni autori, uno per tutti Fromm, avevano fatto dei paralleli tra Cristo e Marx, tra un certo cristianesimo e il socialismo, ma forse non è il caso.

Infine, affronta il tema della corruzione.

“La corruzione – spiega – è una tentazione, uno scivolare verso gli affari facili, verso la delinquenza, verso i reati, verso lo sfruttamento delle persone. Quanta corruzione c’è nel mondo! Una cosa corrotta – sottolinea – è una cosa sporca. Se noi troviamo un animale morto che si sta corrompendo, che è corrotto, è brutto e puzza anche. La corruzione puzza! La società corrotta puzza! Un cristiano che lascia entrare dentro di sé la corruzione non è cristiano”.

Ma perché, mi chiedo, ha messo il dito sulla piaga della corruzione proprio qui a Scampia, pur sapendo che la corruzione si annida altrove, ovvero nelle intricate maglie politiche e finanziarie?

Walter Bottaccio, un gesuita, che per caso è lì accanto a me tra la folla, mi dice quasi avesse letto il mio pensiero: “Lo sa perché dice queste cose sulla corruzione proprio qui a Scampia?”

“No…”.

“Le dice perché è proprio qui, in questi posti abbandonati, che si possono cogliere gli effetti malefici della grande corruzione, la puzza che si diffonde in lungo e in largo, lasciando la sua presenza maleodorante”.

Realizzo: il Papa ha voluto riaffermare che Scampia soffre di scelte sociali che puzzano di corruzione; e l’assenza delle istituzioni, la mancanza di lavoro, la grande difficoltà delle persone a vivere in maniera dignitosa ne sono le conseguenze.

No, mi dico, questo non è un papa, questo è il leader che manca alla sinistra, che non si vergogna di evidenziare certe verità, che ci sono state impedite di gridare, il bambino che mette a nudo la nudità del re.

E, senza rendermene conto, eccitato alzo il pugno al cielo.

Maria mi dà una gomitata e mi dice: “Che fai? Quello non è il tuo Marx, è il Papa!”.

Arrossisco e metto giù il pugno.

Il Papa ha ripetuto per l’ennesima volta col suo accento straniero: “La corruzione spuzza”; e la folla applaude. Batto anch’io le mani. No, non è Marx, ma va bene lo stesso.

Contributo a cura di Salvatore Tofano

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