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I social e il perché scegliamo di condividere le nostre vite

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
16 Ottobre 2025
in Paprika
Tempo di lettura: 8 minuti
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Questo agosto, come tutti gli anni, ho ritagliato del tempo per me. Niente social, lavoro, niente condivisioni o interazioni. Solo io, il mio compagno, qualche buon libro e un sacco di tempo per pensare. Mi rendo conto che per creare ho la necessità di isolarmi, di concedermi uno spazio in cui semplicemente riflettere. Sembra una sciocchezza, ma la distrazione offerta dai mille stimoli a cui siamo sottoposti oggi spesso non ci permette di focalizzarci sulle cose veramente importanti: l’ascolto di sé e degli altri, del proprio corpo, l’osservazione dei piccoli dettagli, il fluire dei pensieri, l’idea che può diventare progetto concreto, un incontro importante. Essere presenti.

E quindi riflettevo: i social media non hanno solo cambiato il modo in cui condividiamo le cose che amiamo fare, ma hanno modificato anche il perché le facciamo. Ogni hobby, ogni esperienza, ogni viaggio, ogni pasto, ogni curiosità spesso perde di spontaneità e diventa performance.

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Sono stato lì perché faceva figo, non perché ci volessi davvero andare. Ho ordinato quel piatto perché era instagrammabile ma non l’avrei mai mangiato. Mi hanno invitata a una festa e avevo solo voglia di stare a casa, ma poi mi è presa la fomo.

Non facciamo più foto per tenerle per noi. Non suoniamo più musica che non ascolta nessuno. Non andiamo più in alcun posto senza che almeno un migliaio di persone lo sappia. Non ci intratteniamo più in hobby “noiosi”, fuori dalla rete, non leggiamo più un libro, guardiamo un film, partecipiamo a un concerto senza scrivere una recensione, anche mentalmente.

Come dicevo durante l’ultimo sondaggio, la mia non è una critica ai social, li uso e ci lavoro, ma in quelle poche settimane offline ho avuto tutto il tempo di dedicarmi a cose che nessuno ha visto, come leggere, vedere posti, avere esperienze, dedicarmi a nuovi progetti. Il modo in cui le ho vissute senza renderle pubbliche le ha rese più vive e ha reso me più presente.

La domanda ai miei lettori e lettrici è stata: se doveste scegliere qualcosa a cui dedicarvi senza doverla per forza pubblicare/condividere/far validare agli altri, qualcosa da fare solo per voi, perché vi arricchisce e non perché si deve esibire, quale sarebbe?

La risposta più comune (e anche quella che mi fa più pensare) è stata: disegnare. A prescindere dal sesso dei miei interlocutori, la spontaneità di dire “vorrei imparare a disegnare/colorare/dipingere” rimanda a un gesto infantile, ingenuo – nel senso buono del termine – un’attività che non prevede alcuna tensione mentale, ma rimane meccanica, creativa in modo semplice. Non c’è la necessità di sforzarsi, di congetturare: è puro intrattenimento personale, è tornare bambini senza vergognarsi.

Mi pare indicativo che una bella percentuale di persone adulte abbia risposto in questo modo: probabilmente disegnare o usare i colori è l’estremo opposto della performance su una linea immaginaria che mette ai poli il bambino vs. l’adulto. Al bambino non viene chiesto di essere responsabile, maturo, serio, produttivo. Al bambino viene concesso di essere frivolo, di esprimersi con libertà, di sbagliare, di creare senza il bisogno di ottenere dei risultati vendibili o di successo. È un po’ quello che gli anglofoni chiamano inner child.

Questo discorso si amplia includendo tutte le altre risposte che hanno un filo comune: l’arte. Quasi tutte le opinioni espresse hanno incluso attività che si allacciano a espressioni artistiche: fotografia, pittura, musica. Ovviamente non sono state le uniche: c’è chi ha risposto volontariato, reiki, videogiochi, meditazione o viaggi, ma la tendenza più condivisa ha scelto hobby o passioni che si esprimono attraverso l’arte. La scrittura e la lettura, ad esempio:

F: Mi sono resa conto di essere una persona molto noiosa che oltre alla lettura non ha altre particolari capacità o propensioni tanto da farne un hobby. Per me, l’utilizzo di questo mezzo è nato principalmente per trovare persone che avevano i miei stessi interessi. Mi spiego: non avendo amici lettori, i social sono diventati il posto in cui potevo finalmente parlare di libri con altre persone. Sicuramente nel corso del tempo l’utilizzo è cambiato ed è diventato tutto un “guardami, guardami, guardami”, e a volte mi rendo conto di postare qualcosa non tanto perché ho piacere di farlo, ma perché penso: “se manco troppo dai social, cala l’interesse dell’altro e perdo follower” (che egocentrica, mamma mia). La bugia che mi racconto è: lo uso per lavoro. Che è vero. Senza questo spazio non avrei conosciuto il 90% delle persone che poi ho incontrato e non mi sarebbero successe cose per me, prima, impensabili. Il virtuale te lo scegli a tua immagine e somiglianza: la mia bolla ha i miei stessi gusti letterari, la mia posizione politica, sposa le cause civili che sposo io. Siamo nel paese delle meraviglie, ci creiamo la fantasia che qui sia tutto bello e fuori no. Nella realtà sono circondata da chi non legge (attenzione, leggere non mi rende migliore), da persone che votano Meloni, che pensano che scioperare sia inutile, che il lavoro non debba essere pagato il giusto e allora penso: ma chi me lo fa fare? Sto tanto bene qui, ma è un’illusione pura. Qui mostriamo quello che pensiamo sia il meglio di noi. I difetti ce li teniamo ben nascosti. Abbiamo tutto il tempo per scegliere le frasi giuste, le parole giuste per impressionare. Fallo dal vivo.

Per rispondere alla tua domanda: probabilmente mi cimenterei con la scrittura, però è una cosa di cui un po’ mi vergogno, anche con me stessa, a rileggermi, quindi non la darei mai in pasto al giudizio dell’altro.

C: Da quando condivido le mie letture sui social mi chiedo spesso se leggo per il piacere di leggere o per il piacere di performare. D’altra parte, secondo me, questo è un problema che si pone non solo riguardo ai social, ma in generale quando ci troviamo in presenza di “un altro che guarda e ci guarda” e che poi esprime il suo giudizio, cosa che con i social ovviamente è molto amplificata. Dal canto mio, ho iniziato a leggere seriamente non solo per il mio piacere, ma anche per il piacere di condividere. Che è un po’ quello che facciamo quando scriviamo ed è chiaro che non scriviamo solo per il desiderio di essere letti, ma anche per quello (insomma, si tratta sempre dell’altro e sempre di un certo piacere che solo la presenza di “un altro” può darci).

La domanda stimolante qui è: esiste un momento in cui ci rendiamo conto che quello che facciamo è solo per poterlo condividere e non perché ne abbiamo voglia? Penso, ad esempio, a una volta in cui sono stata in un ristorante in voga solo perché faceva figo dire “sono stata lì” e non perché avessi davvero voglia di andarci. Mi sono accorta solo dopo che, senza l’urgenza di condividere la mia esperienza su Instagram, io, in quel posto, non ci avrei mai messo piede. Ed è abbastanza frastornante quando te ne rendi conto, no?

A: Quello che faccio già nella vita senza condividere nulla: musica e scrittura. Mi fa sentire “normale”, sereno. Sono abituato così, sono educato in questo modo e non saprei fare diversamente. Non faccio granché “per gli altri”. Certo, se scelgo di condividere è ovviamente per includere “gli altri”, ma credo che la questione di fondo sia l’animus di partenza, lo slancio che spinge a. Credo davvero sia l’approccio che dovrebbe venire più spontaneo, soprattutto col passare degli anni e lo sviluppo della propria personalità: ogni tanto dovremmo sforzarci un po’ di liberarci da questa smania di presenza, visibilità, reperibilità, apparenza costanti… fa sentire più sereni e “normali”, al proprio posto nel mondo (forse). E invece mi sembra, purtroppo, ci sia una certa tendenza al contrario: una voglia compulsiva di visibilità e di apparenza. La condivisione è già un altro discorso. Un conto è apparire, un altro condividere.

L’altro binario condiviso infatti, probabilmente in risposta al sovraccarico di informazioni, profili, contenuti, obbligo di “esserci” (pena: non esistere), è l’assenza controllata. Molte persone scelgono di non pubblicare più nulla di personale, che esuli dal lavoro o dalla condivisione di contenuti inerenti alle proprie attività professionali, ed è una scelta onesta e rispettabile.

P: Non condivido più nulla che non riguardi direttamente il mio lavoro. Niente di personale o privato. Sono stanco di questa roba che non aggiunge niente alla vita. Ormai mi ritengo uno spettatore passivo perché sento che i social sono diventati una prigione, una prigione con una finestra che ti mostra il mondo che va in fiamme.

F: I social sono una gabbia dorata, il paradosso della prigionia: hai tutto tranne la libertà; hai sicurezza ma niente vento nei capelli; hai applausi ma nessuno sguardo sincero. È la cella preferita dei sogni addomesticati. L’alternativa è vivere. Non condividere una vita “condita”, “pittata” (artefatta). Quand’è che abbiamo sacrificato tutto per una cosa apparentemente inutile? Io lo faccio sempre ed è la mia via di fuga.

J: Leggo per me, scrivo per me, guardo per me e uso i videogiochi per me. È liberatorio fare qualcosa che sia solo per me ed è vitale ritornare ad una dimensione introflessa. Spesso invidio un mio amico che ha mollato i social perché sono sicuro che “vive” più intensamente ma, al tempo stesso, ho il timore di restare “fuori” e di perdere un’enorme fetta di possibilità, di legami da costruire, di relazioni da intavolare.

F: Ci credi che penso che sia una delle cose più faticose che si è sviluppata? Cioè la cura dei social network, ma soprattutto di performance e di creare la nostra identità è come se fosse una sorta di prolungamento, che però è doppiamente più difficile da gestire perché effettivamente non è tangibile, non guardiamo negli occhi o abbiamo vicino le persone che ci guardano (es. se abbiamo un profilo con molti follower) e questo può creare alienamento nei rapporti (a meno che tu non riesca ad avere una vita sociale ricca anche fuori).

Ci sono migliaia di profili in cui le persone si espongono, raccontano i loro drammi/sfortune, sensibilizzano; ma io sono estremamente convinta che “il nostro segreto più intimo”, che non riveliamo neanche al nostro migliore amico, quello non viene esposto neanche sotto tortura. Le nostre vergogne: molte persone non espongono veramente quello che gli fa paura o con cui non vogliono combattere. Questo si collega anche molto alla performance perché se ci esponessimo veramente sulla questione che ti ho citato sopra, quello che noi portiamo nei social fallirebbe e soprattutto non verrebbe accettato con la sensibilità giusta.

Inoltre un’altra questione che non si espone è il nostro desiderio. Il nostro desiderio inteso in termini forse più filosofici e non sicuramente tangibili perché molto probabilmente non lo sappiamo neanche noi che cos’è.

Per quanto la nostra società e i social (le pubblicità, gli sponsor, la persona che ha più beni materiali di te) e la performance (ho la macchina più bella di tutti o mi posso permettere dieci vacanze all’anno quindi riscuoto più successo) ci inducano a un desiderio consumistico, quello di cui ti parlo è un desiderio che è all’interno dell’Io.

La questione del desiderio è importantissima soprattutto perché è una mancanza che paradossalmente muove tutta la vita. E non conoscendo il desiderio forse cadiamo in una vita non autentica. Il peso della performance non ci fa coltivare questa vita autentica. E ci allontana dagli altri.

Prec.

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