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Smartphone vietati e BYOD: quanto può essere digitale la scuola?

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
23 Settembre 2024
in Margini
Tempo di lettura: 4 minuti
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Nuovo anno scolastico. La campanella torna a suonare e rieccoci a discutere del dualismo più controverso della nostra contemporaneità: scuola e digitale. Questa estate, infatti, ha visto al centro del dibattito la decisione presa dal Ministero dell’Istruzione e del Merito di bandire dall’a.s. 2024/2025 tutti gli smartphone dalle classi delle scuole di infanzia e del primo ciclo di istruzione (primaria e secondaria di primo grado), anche per le attività educative e didattiche. La motivazione alla base di tale circolare, proposta dal Ministro Giuseppe Valditara, vede una preoccupante escalation di danno e pericolosità sullo sviluppo cognitivo degli studenti che utilizzano il cellulare in maniera errata ed eccessiva.

Nulla di nuovo, diremmo. La serie tv Black Mirror insegna, dopotutto, che anche le migliori tecnologie, votate al bene e a ottimizzare la vita dell’essere umano, se utilizzate in modo improprio potrebbero rivoltarglisi contro e produrre effetti collaterali ben più che disastrosi. Ma è davvero in questa maniera tanto drastica che si può trovare soluzione? Davvero proibire è la chiave? Per meglio comprendere la situazione è necessario analizzare il concetto di scuola digitale e del cosiddetto BYOD.

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L’approccio BYOD, Bring Your Own Device (in italiano “porta il tuo dispositivo”) riguarda le politiche aziendali che permettono agli impiegati di tutto il mondo di utilizzare i propri dispositivi sul posto di lavoro. Cosa che la scuola è a tutti gli effetti, sia per docenti che per studenti. Proprio per questo motivo, il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), previsto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e pilastro della discussissima Buona Scuola (Legge 107/2015), regola tali politiche al fine di mettere in atto una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana e per un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell’era digitale.

Obiettivo primario del BYOD è quello di promuovere una didattica digitale fondata sull’integrazione dei dispositivi elettronici personali di docenti e studenti (PC, smartphone, tablet) con le dotazioni tecnologiche degli ambienti scolastici (LIM, PC). Ad esempio, la possibilità di organizzare giochi tramite Kahoot! – applicativo didattico basato su quiz a risposta multipla – direttamente in aula o sondaggi (student response system), usando il proprio smartphone come un vero telecomando. Sarà premura dell’insegnante, ovviamente, attenzionare l’accesso e l’utilizzo sapiente del web in classe. Ciò servirebbe non soltanto a proporre un apprendimento più moderno, accattivante e interattivo ma anche a promuovere autonomia, inclusione e soprattutto a sensibilizzare le nuove generazioni al tema della sicurezza online e a un uso critico e responsabile delle tecnologie digitali. Cosa potrebbe andare storto, dunque? Beh, che le nuove generazioni non sono affatto sensibilizzate all’uso corretto del digitale e che internet, attualmente, è ancora un enorme iceberg, arduo, per non dire impossibile, da controllare.

I nostri ragazzi, per quanto Gen Z (o anche Alpha), non sanno come utilizzare in modo corretto il web e i social. Piazzati dinanzi allo smartphone fin dalla nascita e abili imitatori di adulti irresponsabili, tendono a conoscere in modo impeccabile le app più gettonate e i relativi trucchetti (bimbi che neanche sanno ancora leggere ma usano con nonchalance la ricerca vocale per i propri contenuti di intrattenimento), eppure sono bersagli costanti e comodissimi di qualsivoglia insidia. Si perdono nell’ABC delle interazioni sane con altri utenti. Non conoscono i filtri, a parte quelli delle storie. Non hanno limiti. E finché lo Stato non prenderà atto che internet è realtà e come tale va moderato e regolato, come si può pretendere che lo facciano gli utenti?

Da docente, non posso negare di aver avuto dei problemi a proposito del cellulare in classe. Spesso, gli studenti non sono stati in grado di gestire l’uso dello smartphone a scopo didattico, scindendolo da quello privato o non hanno saputo autoregolarsi circa i gruppi, le foto, la creazione e diffusione di meme dicendo, testuali parole, non pensavo fosse così grave. Ma non posso neppure negare quanto il web sia ormai quasi fondamentale nella quotidianità scolastica. Non bisogna dimenticare che la Dad, per quanto discussa e spesso male organizzata, ha “salvato” la scuola e gli studenti durante il periodo della pandemia e che senza questa non avremmo ottenuto gli stessi risultati.

La decisione del Ministero, tuttavia, è ferrea e dovuta essenzialmente a specifici studi, come il Rapporto OCSE, che hanno evidenziato un legame negativo tra l’utilizzo sproporzionato delle TIC e il rendimento degli studenti, notando perdita di concentrazione e di memoria, diminuzione della capacità dialettica e dello spirito critico. Sarà dunque premura delle istituzioni scolastiche aggiornare i propri regolamenti e il patto di corresponsabilità educativa, con precise sanzioni disciplinari per tutti gli studenti e le studentesse che dovessero contravvenire al divieto.

Lo scetticismo resta ed è lecito, specie per gli alunni della secondaria di primo grado, per cui il cellulare è praticamente un’appendice – trovo invece del tutto appropriato tale divieto riguardo infanzia e primaria, dove l’idea che usino un proprio smartphone in classe mi fa più rabbrividire che altro.

Naturalmente, la circolare prevede delle eccezioni: non riguarda i casi in cui tale uso sia reso necessario dal Piano Educativo Individualizzato (PEI) per gli studenti con disabilità o dal Piano Didattico Personalizzato (PDP) per quelli con bisogni educativi speciali e disturbi specifici di apprendimento, come strumento compensativo e per una didattica inclusiva. Per tutto il resto, il Ministero dell’Istruzione ci tiene a evidenziare l’importanza e la valorizzazione di una didattica digitale, così come l’impegno a promuovere la crescita di alunni e in seguito cittadini autonomi e responsabili circa un uso corretto delle nuove tecnologie e sui relativi rischi, oltre a un’adeguata e continua formazione per i docenti.

Che sia forse questo il percorso corretto da intraprendere, investire (e non mostrando un dimenticabile cortometraggio o distribuendo opuscoli una volta l’anno che inevitabilmente finiranno nel bidone della carta) nell’educazione digitale delle nuove (e vecchie) generazioni? Che sia forse tutto collegato, l’uso che si fa dei dispositivi a scuola con quello che si fa al di fuori delle mura scolastiche, nella vita privata? Chissà…

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Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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