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Le ville di Napoli: lo “Scudillo” (1° parte)

Francesca Testa di Francesca Testa
6 Luglio 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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La salita Scudillo, a Napoli, inizia dal quartiere Sanità fino ad arrivare ai Colli Aminei. Come scrive il Galanti nel suo Guida storico-monumentale della città di Napoli e contorni, è un luogo sparso di amene ville, dove nella sua parte più elevata vedevasi un antico sepolcro romano. Quello che oggi è conosciuto come “O’ Scudillo” sembra che prenda il suo nome dal ruolo difensivo – quindi piccolo scudo – che la località paesaggisticamente esercitava contenendo nelle ampie vallate le fiumane di acqua e di fango dei Colli Aminei e dei Camaldoli e proteggendo così gli storici quartieri napoletani; secondo altre fonti, per attribuzione popolare, tale definizione era dovuta alla frequente presenza di nobili scudieri alloggiati in antiche ville, al seguito della corte nei periodi in cui si stabiliva nella Reggia di Capodimonte.

La presenza di ville, in questa zona, è davvero ricchissima: tra la salita di San Gennaro dei poveri e il corso Amedeo di Savoia, ad esempio, troviamo Villa Ruffo, del marchese Girolamo Ruffo che nel 1825 ampliò la proprietà. Esistevano, infatti, due costruzioni principali la cui ristrutturazione fu affidata all’architetto Antonio Niccolini. A tal proposito, Yvonne Carbonaro e Luigi Cosenza, nel loro Le ville di Napoli, scrivono: Il casino principale, che il Niccolini aveva reso superbo e che è scomparso in seguito alla costruzione del Seminario arcivescovile ai primi del Novecento, è descritto in un poemetto di Giorgio Masdea del 1825, che ne esaltava la bellezza, la splendida vista e la vicinanza al centro urbano. Niccolini, però, ristrutturò anche la costruzione più piccola. Si tratta del casino vicino alla salita di San Gennaro dei poveri, che prese il nome di “Il Castelletto”. A questo casino si accede dal cancello a destra della discesa che da Capodimonte porta alla Chiesa dell’Incoronata. Subito dopo, vi è un’altra dimora, Villa Petrilli, ristrutturata di recente per mostrare nuovamente le sue linee classiche.

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Il Castelletto, visibile anche dalla tangenziale, è immediatamente riconoscibile grazie alle colonne del terrazzo, oggi trasformato in un teatrino. Il committente aveva espressamente richiesto all’architetto Niccolini di ispirarsi, nella sua costruzione, alla scenografia del Riccardo Cuor di Leone – creato da lui in quanto scenografo del San Carlo. Si tratta di una costruzione neogotica, la prima nel suo genere nella città di Napoli: con numerosi elementi ogivali e le torrette angolari, sovrastate da merli a coda di rondine (ghibellino) e decorato nella parte alta con dischi concavi di ceramica azzurra invetriata, è ancora oggi riconoscibile, nonostante alcune modifiche subite, nell’edificio che ospita un pensionato per signore gestito da religiose.

Proseguendo sulla salita dello Scudillo, in via Mauro al n° 24, si accede a Villa Florido, una bella costruzione di medie dimensioni, restaurata e dotata di un giardino di 870 metri quadri. La costruzione, di origine settecentesca – attestata dalle informazioni trovate sulla mappa del duca di Noja – nonostante i vari cambi di proprietà nel corso del tempo, si è mantenuta egregiamente. Raggiungerla non è facile, bisogna attraversare i Vergini in un dedalo di vicoli prima di guadagnare la salita dello Scudillo, da più di vent’anni, chissà perché, chiusa dal lato dei Colli Aminei. Giunti lì un bellissimo panorama si apre dalla vetrata con cui sono state recintate le antiche colonne della terrazza all’ultimo piano, che affaccia a sinistra sul parco della Reggia, poi sulla grande chiesa dell’Incoronata, che sorge sul complesso catacombale di San Gennaro e via via sul costone degradante con il fitto nucleo urbano che giunge fino al mare, scrivono ancora Yvonne Carbonaro e Luigi Cosenza. Luogo in cui Angelo Otero, docente di filosofia, esperto di napoletano antico, scrittore, autore di testi teatrali ha organizzato periodicamente dei recital di versi, musica e canto.

Altra costruzione dalla storia interessante è Villa Gallo, poi Villa Regina Isabella o Del Balzo. Originariamente, era la dimora dei frati domenicani di Santa Caterina a Formiello, passata al pubblico demanio e, nel 1809, acquistata da don Marzio Mastrilli, marchese di Gallo. Anche in questo caso la ristrutturazione fu affidata all’architetto Niccolini che, con esclusione di alcune aggiunte, tenne conto dell’impianto originale dell’abitazione costituito da un cortile porticato racchiuso da tre corpi di fabbrica, di cui il più grande ha un colonnato che affaccia verso il panorama. Egli ridisegnò i prospetti arricchendo il fronte settentrionale con un pronao con colonne doriche coronato da un timpano, secondo il gusto neoclassico del tempo e l’analogia con altre ville come la Floridiana, Dupont e Majo era evidente soprattutto nel timpano triangolare sulla facciata in alto, raccontano Yvonne Carbonaro e Luigi Cosenza. Nel 1831 fu acquistata – dopo la morte del marchese – dal conte Francesco del Balzo, marito della regina Isabella di Borbone, da cui prese il nome. Arricchita in quegli anni, il Chiarini racconta che nella villa vi era una raccolta di oggetti artistici e di storia naturale: vasi italo-greci, animali imbalsamati, monete antiche, dipinti di grande pregio tra cui una Sacra Famiglia di Leonardo e una di Andrea del Sarto e molto altro. Oggi la villa è la sede di un orfanotrofio antoniano dei Padri Rogazionisti.

Tra Villa Ruffo e Villa Gallo vi era Villa Colonna, composta da un casino nobile, due edifici e un giardino di 12mila metri quadri. Oggi l’edificio si trova in uno stato di degrado, ma è ancora possibile vedere i segni del gusto neoclassico a cui era ispirata. La proprietà fu venduta nel 1900 dai Colonna a Luisa Ciro in Bandini per passare all’INAIL nel 1951. Negli anni Sessanta fu inaugurato l’Istituto Traumatologico Ortopedico che ne alterò completamente l’equilibrio originario. Solo il casino nobile – seppur in pessime condizioni – è ancora in piedi.

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