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Il Fatto

Manfredi si presenta: nessun giovane e lo sfizio della Cultura per sé

Il neo Sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, si è insediato ufficialmente la scorsa settimana a Palazzo San Giacomo. Una cerimonia attesa da tanti a cui ha fatto seguito, venerdì, la nomina della giunta che opererà – si spera – per i prossimi cinque anni. Una squadra dal notevole tasso tecnico, come definita da molti, con nomi importanti per quel che riguarda l’economia (Pier Paolo Baretta, ex Sottosegretario all’Economia del governo Conte), polizia municipale e legalità (Antonio De Iesu, ex questore della città), e infrastrutture e mobilità (Edoardo Cosenza, presidente dell’Ordine degli ingegneri di Napoli), misti a una dose di trasformismo a cui, data l’eterogeneità delle liste che hanno accompagnato la scalata dell’ex Ministro, era impossibile sfuggire.

La giunta Manfredi si è presentata alla città con usi d’altri tempi, lasciando a casa la componente più audace della popolazione partenopea, i giovani. Nessun under 40 è stato, infatti, chiamato dal Primo Cittadino a servire la propria generazione, neppure per l’assessorato di riferimento, passato da Alessandra Clemente (1987) a Chiara Marciani (classe 1977), fedelissima di Vincenzo De Luca, una scelta in linea con la proposta dalla politica nazionale che esclude i ragazzi da qualunque agenda di governo.

La delega che più fa discutere, però, è quella che l’ex Rettore dell’Università Federico II ha pensato di tenere per sé, la cultura. «Mi sarebbe piaciuto fare l’Assessore alla Cultura per questo ho mantenuto la delega a questo settore» ha dichiarato il neo Sindaco. «Così posso distrarmi, no?». Proprio come per la Regione Campania, anche Napoli rinuncia all’assessore alla Cultura, una scelta politica che sembra dettare una linea di (retro)pensiero tutta italiana secondo cui l’arte sia qualcosa da ascrivere soltanto a un passatempo, un’attività in cui adoperarsi per svago in mancanza di altro di più importante a cui dedicarsi.

Chissà, forse la formazione scientifica dell’ingegnere Gaetano Manfredi fonda la propria opinione della cultura sul più classico dei cliché, lo stesso offerto dall’ex Ministro dell’Economia Giulio Temonti («Con la cultura non si mangia») e dal Premier servito fino a poco meno di un anno fa, Giuseppe Conte, che, tra un DPCM e un altro emanati durante la gestione della crisi pandemica, si rivolse agli artisti come coloro che ci fanno tanto divertire, anziché una categoria professionale a cui offrire le stesse garanzie mai messe in discussione per i padroni di Confindustria. 

Eppure, in città come Napoli, la cultura non rappresenta soltanto un valore aggiunto all’identità di un popolo millenario, piuttosto ne è parte integrante, ancor più oggi, che è sinonimo di inclusione e alternativa alle sirene della criminalità organizzata, come le tante associazioni sorte nei vicoli dei quartieri difficili avrebbero da mostrare e dimostrare al neo Sindaco.

La presenza di un Assessorato alla Cultura e il suo corretto funzionamento dovrebbero essere una condizione imprescindibile per fare politica cittadina, uno strumento per creare lavoro, a maggior ragione potendo disporre dei fondi del Recovery Plan per uscire dall’incubo Covid, dando ampio respiro alle varie forme di spettacolo che la città ha dimostrato di saper offrire. Per quanta dedizione richiede, la cultura, a Napoli, dovrebbe togliere il sonno a chi riceve l’onere di celebrarla, altro che distrazione.

Al contrario di quanto fatto intendere da Manfredi, l’arte e lo spettacolo partenopei hanno bisogno di nuove idee, progettualità e investimenti. In particolar modo, la città del Vesuvio ha necessità di invertire la rotta rispetto all’ultimo anno, quando – come denunciato anche da LIRe, la rete di librerie indipendenti cittadina – sono stati offerti spazi e concessioni soltanto ai tavolini dei bar e le tovaglie dei ristoranti, mentre i librai si sono viste recapitare folli richieste di compensi per l’occupazione del suolo anche solo per la presentazione di un libro. Cultura non è solo gastronomica, Napoli non è solo pizza e babà.

La speranza – anche questa inflazionata quando si tratta della sorte del capoluogo campano e i suoi abitanti – è che quella del neo Sindaco Gaetano Manfredi sia stata solo un’uscita infelice dettata dall’emozione dell’esordio e che, presto, l’ex Ministro chiederà il permesso a Vincenzo De Luca per tornare sui propri passi e porre rimedio a scelte senza criterio.

Nella città in cui la più grande industria tecnologia al mondo, la Apple, ha recentemente deciso di incrementare gli investimenti del suo Developer Academy – in collaborazione proprio con l’università di cui Manfredi è stato rettore – creando percorsi per l’innovazione e lo sviluppo economico rivolti ai più giovani, il nuovo inquilino di Palazzo San Giacomo non ha ritenuto di dover offrire altrettanta fiducia alle nuove leve del territorio e ha tenuto per sé un settore, quello artistico, che non può – e non deve – fare affidamento al tempo libero che le annose questioni economiche, strutturali e sociali da dipanare lasceranno al neo Sindaco.

La cultura è coscienza, è preludio di bravura, è l’unica arma il cui manico resterà sempre dalla parte del popolo, la sola offensiva per scongiurare governi che escludono i giovani e fanno a meno degli Assessorati.

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