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La lunga storia dell’aborto in Italia

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
10 Ottobre 2022
in Lapis
Tempo di lettura: 5 minuti
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Da sempre, la parola aborto in Italia genera contraddizioni e complessità di pensiero, da un punto di vista sociale, etico e, ovviamente, politico. Attuale più che mai, con l’ascesa di Giorgia Meloni e del centrodestra alle recenti elezioni, anche se il tema tutt’oggi riecheggia in lungo e in largo, le sue radici, la sua storia, sono remote e, spesso, poco note. Un’evoluzione sudata per il raggiungimento della fatidica Legge 194, la cui sicurezza sembra ormai vacillare agli occhi di tutti. Una discordia forse eterna.

Con aborto si intende l’interruzione di gravidanza, in questo caso volontaria, da parte della donna. Una pratica vecchia come il mondo e a lungo non riconosciuta, come testimoniano svariate fonti artistiche (tra le più famose, un bassorilievo del 1150 ca a.C., dal tempio di Angkor Wat in Cambogia).

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Nell’antica Grecia e durante l’Impero romano, l’aborto era incredibilmente normalizzato e accettato dalla collettività, in quanto il feto era considerato quasi come un’appendice del corpo della madre. Tuttavia, la donna incinta non aveva potere decisionale in merito e poteva ricorrervi soltanto se a dare il consenso alla pratica era il suo uomo. Perché sul patriarcato non c’è mai stato alcun dubbio. Ai quei tempi, venivano utilizzati massaggi all’addome ma anche discutibili strumenti medici o preparati fatti di apposite erbe che conducevano infine alla morte del feto. Poi si diffuse il cristianesimo e, si sa, da questo momento le cose non è che sono andate benissimo per tutti, in particolare per le donne (in realtà le cose per loro non sono mai andate granché bene).

La Chiesa rinascimentale, avente come portavoce Papa Sisto V, proibì la pratica dell’aborto per chiunque e in qualsiasi circostanza, ritenendola un peccato al pari di un omicidio a tutti gli effetti. Un enorme passo indietro rispetto alla libertà e alla consapevolezza delle epoche precedenti. Influirono, inoltre, le consapevolezze medico-scientifiche del XVII e XVIII secolo, finendo con il dare sempre maggiore importanza e autonomia al feto in questione.

Dopo secoli di ambigui e inutili silenzi, si arrivò nientemeno che al Novecento, momento storico in cui cominciava a sollevarsi il dibattito pubblico riguardo una tutela in qualche modo legale per il diritto di interrompere una gravidanza indesiderata. Si guardava all’Unione Sovietica, con le regolamentazioni del post Rivoluzione d’ottobre (l’aborto fu legalizzato nel 1920, invitando la popolazione a ricorrere solo a metodi sicuri), ma anche all’Islanda, alla Svezia e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, a Ungheria, Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia, Inghilterra e Iugoslavia.

E in Italia? Nel nostro Bel Paese, maestro dei ritardi, le cose sono chiaramente andate a rilento e con maggiori ostacoli di percorso (qualcuno ha detto Vaticano?). Inutile dirlo, le donne bisognose di interrompere una gravidanza ricorrevano spesso a metodi alternativi poco sicuri, tentando di procurarsi un aborto indotto o attuandolo in maniera clandestina. Tutte cose che mettevano in serio pericolo la vita della donna stessa, con il rischio di morte, aborti incompleti, emorragie, sepsi e danni agli organi interni. Il dislivello sociale ed economico faceva sì che le donne più abbienti potessero rivolgersi a cliniche o medici, pagando cifre da capogiro. Diverso era per coloro con minori possibilità, che finivano per subire dolorosi interventi da figure non qualificate (le mammane) o, peggio, per fare da sé con utensili casalinghi, come i ferri da calza o le grucce per gli abiti.

Furono proprio le numerose morti causate dai continui aborti illegali a dare risonanza mediatica alla questione. Le proteste aumentavano e i giornali ponevano in risalto questa ignobile strage silenziosa. Non si poteva più far finta di niente. Ancora più grave e contraddittoria, l’enciclica Humanae Vitae emanata da Papa Paolo VI nel 1968, nella quale si condannavano senza se e senza ma aborto e anticoncezionali (assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto, anche se procurato per ragioni terapeutiche) ma si invitavano le famiglie, sulla base di condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali, a evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato una nuova nascita.

Gli anni delle proteste giovanili e dei movimenti femministi inasprirono di molto il clima già teso e finalmente, nel 1971, il Partito socialista italiano presentò al Senato la prima proposta di legge per regolamentare l’aborto in Italia, con l’appoggio della maggior parte della popolazione, del Partito radicale e del MLD (Movimento di liberazione della donna). Cominciava a diffondersi un concetto del tutto originale: un feto e una persona sono due cose differenti.

Mentre la Chiesa restava salda nella sua posizione antiabortista e tra i vari partiti si sgomitava per cercare il miglior compromesso, nei primi mesi del 1975 vennero avanzate ben cinque disegni di legge a riguardo. L’obiettivo era rendere l’aborto legale sono in due casi – stupro e pericolo di vita della madre – sempre sotto l’assoluta autorità del medico. Nel 1977, venne presentata alla Camera dei Deputati una prima proposta di legge, in seguito accantonata a causa dell’opposizione del gruppo democristiano e ripresentata con alcune modifiche l’anno successivo. Incredibilmente, passò sia alla Camera che al Senato.

Era il 22 maggio del 1978, l’Italia piangeva appena l’uccisione del Presidente Aldo Moro e sulla Gazzetta Ufficiale veniva pubblicata la legge nota come 194, dal titolo Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, firmata dall’allora Presidente del Consiglio Andreotti e dai Ministri Anselmi, Morlino, Bonifacio e Pandolfi. Una donna poteva abortire entro i primi novanta giorni di gestazione, mentre tra il quarto e il quinto mese solo per ragioni terapeutiche, cioè se il proseguimento della gravidanza, il parto o la maternità avrebbero comportato un pericolo per la salute della madre. Ma l’idea che una femmina potesse decidere qualcosa della propria vita continuava a non far piacere perciò, nel 1981, i cittadini tornarono alle urne per rispondere a un referendum abrogativo. Fortunatamente, la maggioranza votò per il no.

Per anni e anni, l’aborto è stato considerato un reato dal Codice Penale. Oggi è prassi legale eppure, come si suol dire, ci vuole un po’ a cambiare le leggi ma ci vuole molto di più a cambiare le menti. Il diritto di decidere del nostro corpo viene costantemente messo in discussione, non solo dagli obiettori di coscienza (una grossa fetta nelle strutture pubbliche) e dalle associazioni pro-vita, ma anche da una violenza psicologica del tutto insensibile alla persona in quanto tale e alla sua autodeterminazione. A prescindere dai motivi. Abbiamo paura? Un po’. Continueremo a lottare? Ovvio.

Perché, per citare le parole di Oriana Fallaci, dovremmo sempre ricordare che l’aborto non è un gioco politico, che a restare incinte siamo noi donne, che a partorire siamo noi donne, che a morire partorendo, abortendo o non abortendo siamo noi donne e che la scelta dunque tocca a noi e dobbiamo essere noi di volta in volta, di caso in caso, a prenderla, che a voi piaccia o non vi piaccia. Tanto, se non vi piace, siamo lo stesso noi a decidere, lo abbiamo fatto per millenni, continueremo a farlo. Abbiamo sfidato per millenni le vostre prediche, il vostro inferno, le vostre galere, le sfideremo ancora.

Prec.

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Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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