red valley
Rubriche

“Red Valley, siamo quello che ascoltiamo”: martellanti dubbi e nostalgia blu celeste

Scritto da Olmo Parenti e Alessandro Guida, prodotto da Ellida Bronzetti, Fabrizio Carratù, Mattia Lapiana, con la direzione artistica di Roberto Cenci e la fotografia di Niccolò Cacace, Red Valley, siamo quello che ascoltiamo è un docufilm disponibile da lunedì 3 ottobre sulla piattaforma streaming di Amazon, Prime video.

Si tratta del racconto ufficiale della sesta edizione del festival estivo di OlbiaRed Valley – che, dopo due anni di fermo, quest’anno ha ripreso a condividere la musica in quattro calde serate (dallo scorso 12 agosto al 15 agosto) presso l’Olbia Arena, confermandosi il più grande evento musicale della Sardegna. Più di settantamila persone erano sotto il palco e alcune delle loro voci, e alcuni dei loro volti, sono parte integrante del documentario diretto da Parenti che, per poco più di un’ora, procede verso un’indagine musicale per capire – o provare a capire – chi siamo oggi.

Gli interpreti del docufilm sono i cantanti, di musica pop e rap, che alternano le esibizioni in arena, a petto nudo o con camicie allegre, a interviste in cui, nella quiete di una stanza chiusa e una telecamera puntata, si avvertono un po’ spaesati, chi più, chi meno, chi per nulla. Qui si può percepire quel freno che, mascherato da qualcos’altro – sfrontatezza o distinzione – gli artisti non portano sul palco perché lì, a segni scoperti, si dà tutto. Perché quelle settantamila persone, in costume e sudate come loro, sono le orecchie, sono la pelle, e quindi sono la struttura ricettiva di un sistema di scambio che, di fatto e di senso, non può essere più intimo.

Il brano Notti in bianco di Blanco accende i motori con Vivila così (ah). Il più giovane tra gli artisti chiamati a conversare ai microfoni del documentario, Blanco è parte e interprete della Generazione Z. Sulle note di Gary Glitter, Rock and Roll, remixate con il suo singolo 90 min, Salmo entra in scena più tardi – dopo un rilassato gin tonic – a distruggere l’arena, per denunciare lo spettacolo grottesco che è l’Italia nelle sue insufficienze di coerenza e possibilità: Prima di essere un vero italiano, cerca di essere umano / Prego, sedetevi comodi / Sta cominciando lo show / È come volare in economy / Ma senza le buste del vomito / Corpi vestiti di graffi / Le facce che cercano schiaffi / Ma trovano sempre gli applausi.

Fabri Fibra nella sua Propaganda (brano in collaborazione con Colapesce e Dimartino) affronta il tema politico dell’illusione di rappresentanza da parte del cittadino italiano, che non è poi così dissimile – fa notare il rapper – dalla campagna che ciascuno fa di sé sui social media: Magiche le elezioni, a fare promesse siamo i campioni / Passo l’inverno a tenervi buoni / Cerco l’estate quaggiù in città / E allora sì, propaganda, propaganda / Non c’è più niente che mi manca / E allora sì, propaganda, propaganda / La risposta a ogni tua domanda.

Per Marracash in Cosplayer, sono politici come influencer; Dio lo salvi da loro – canta – e da chi si fa portavoce di cause sociali solo per convenienza. Con il rapper Luchè, inoltre, si parla del contenuto delle canzoni e, visto che nei testi in genere si riflette la società contemporanea, ci si interroga se questa abbia ancora contenuti da riflettere e su cui far riflettere o sia ormai solo questione di forma – o meglio – di propaganda della forma. E se è la società a influenzare persino quella musica che cerca ancora la ribellione, è per questo che nel panorama italiano di musica rap e pop – persino qui, ancora (?) – si debba riscontrare che gli uomini siano molti di più e che la donna faccia molta più fatica a cantare come le pare e piace? Che amarezza.

Marracash è l’artista che si interroga di più sul problema del successo, che è unico per storie diverse quanto l’umanità. Tormentato da un sogno così ambivalente e paradossale, durante l’esibizione al festival annuncia un pezzo molto intimo, una confessione, proponendo al pubblico il gioco di impersonare la sua coscienza. È il singolo Dubbi: La fuga da una realtà pesante / Cercando di farci dei soldi durante / Malgrado poi gli anni balordi e tutti i rischi corsi / Guardando quei problemi grossi che si fanno enormi / Quelli brutti sono diventati bei ricordi / Quelli troppo brutti li ho rimossi / E sono rimasti i dubbi / Martellanti dubbi.

Tra i macro-temi di fama, identità, collettività, sesso, denaro, felicità, le canzoni e i pensieri degli interpreti si intrecciano in un medley. C’è chi la vive in maniera più semplice e chi come un perpetuo spossamento al quale si cerca di reagire cercando una formula per esprimersi – che sia la più autentica possibile – senza nessuna pretesa di trovarla. Lo stesso sentimento della nostalgia è guardato – anzi, ascoltato – da più angolazioni. La nostalgia è una pericolosa patina sui ricordi per i Pinguini Tattici Nucleari ed è il sentimento opposto alla felicità per Blanco che, nel suo singolo Blu Celeste, dà colore e forma a quel vuoto tanto imprecisato quanto condiviso che questa genera.

Per i tuoi occhi color mare, color mare / Vuoti da colmare, da colmare, scrive Blanco, poi, in Nostalgia (l’ultimo singolo uscito a giugno, in scaletta al festival ma non ripreso nel film), cantando di un’altra sfumatura del colore, visto che fortemente interconnesso alla nostalgia è il tema della morte ma anche quello dell’amore. L’amore? L’amore di cui parla / Cioè stringere una cosa forte fino a soffocarla? / Un gioco in cui mi faccio male o faccio male a un’altra: sono altri versi della canzone/confessione di Marracash, che ripropongo perché si tratta di un’altra forma ancora della nostalgia, quella del non avuto, del non voluto, del sentimento di perdita di qualcosa di troppo fragile da trattenere.

Il trittico sostanziale di nostalgia, morte e amore, allora, sembra avere un suo resistente filo conduttore nella paura. Il grande Fabrizio De André, una volta, rispose, con la sua rassicurante chiarezza di spirito, a una domanda posta sulla scrittura che per un cantautore poeta non poteva che avere una risonanza esistenziale, essenziale e universale: Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.

Ovunque sarai di Irama tocca proprio queste corde, mentre Fiori di Chernobyl di Mr. Rain si muove con timidezza verso il domani, tentando di staccarsi dolcemente da questa riposta nostalgia: Perché è dagli incubi che nascono i sogni migliori / Anche a Chernobyl ora crescono i fiori. Riccardo Zanotti, frontman dei Pinguini Tattici Nucleari, durante l’intervista condivisa con gli altri membri della band, la chiama musica malincomica la loro maniera di far musica, che consiste nel mettere un po’ di tristezza in ogni felicità e un po’ di felicità in ogni tristezza. Perché anche la loro musica, considerata leggera, va ascoltata affondo e fino in fondo; bisogna infilarsi stadio dopo stadio, incominciare dalla superficialità fino a riconoscere come familiare ciò che vi è custodito sotto, senza però alcuna necessità di smettere di ballare.

Ed è questa la scommessa della naturale e ordinata pratica di comunicazione che è la canzone: il messaggio esce dall’artista, lascia la sua voce e arriva all’orecchio dell’ascoltatore, a cui è affidato il compito di completare – o anche solo di sentire passare – sulla sua pelle quel processo di significazione che ha avuto origine in una testa che non era la sua, a seguito di una storia che apparteneva a un altro, l’interprete ad esempio. Per quest’ultimo, quel trasferimento è un po’ un sottrarsi alla responsabilità della fine della canzone – come sottolineano per primi i Pinguini Tattici Nucleari – e quindi della fine di una storia ed è, per entrambi gli attori della comunicazione, sempre una rivalsa sulla dimenticanza.

La canzone è un’esperienza collettiva, è passaggio di emozione. Come dice Elio Biffi (voce, tastiera e fisarmonica dei Pinguini Tattici Nucleari) ai microfoni di Red Valley, siamo quello che ascoltiamo: è una canzone che piace così tanto perché chiunque riesce a trovare la sua persona che gli ha chiesto di prendere un gelato, riferendosi alla loro canzone Lake Washington Boulevard, che si slega a un certo punto dal contesto in cui è nata per essere adottata e adattata da chiunque la stia ascoltando. Perché tutti possono aver vissuto un’esperienza del genere che, essendo così semplicemente buffa o malinconica, chiunque può raccoglierla e farla propria.

Con le canzoni è così, è sempre vivo il ricordo – qui la rivalsa sulla dimenticanza – e le emozioni sono tutte a portata di mano, potenzialmente possibili, sempre, di nuovo. Ma quante ne sono? Quanta musica c’è? Quanto veloce va, oggi? L’ascoltiamo davvero come diciamo di ascoltarla? Ci concediamo (ancora) il tempo di un ascolto vivo e reattivo?

Il docufilm finora raccontato è nato proprio da un dato statistico: Nel 2022 gli italiani passano più tempo ad ascoltare musica (19 ore a settimana) che a mangiare. Sulla scia del detto nato dalle teorie del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (1850) “siamo ciò che mangiamo”, questa ricerca si prefigge di capire chi stiamo diventando a partire da quello che ascoltiamo. E per questo, in un Ferragosto di fuoco, gli artisti più ascoltati in Italia e gli stessi spettatori, in occasione del festival di Olbia, vengono invitati a rispondere a delle domande, alcune delle quali sarebbe interessante rigirare su di noi, per tentare di ascoltarsi e reimparare a emozionarci perché forse, invasi da input emozionali di ogni genere e supporto, non siamo più capaci di decifrarli con cura.

Partiamo da qui: come stiamo?

“Red Valley, siamo quello che ascoltiamo”: martellanti dubbi e nostalgia blu celeste
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

To Top