Siamo in un periodo in cui la musica tiene conto delle logiche aziendali come se fosse una qualsiasi industria e non in quanto forma d’arte. Il talento pare essere misurato solo e sempre in numeri, in dimensioni, in proporzioni. Se vendi sei: sembra essere questa la logica-carneficina. O meglio, è questa la logica che ha più modo di emergere e distruggere. Ma per fortuna non è l’unica esistente.
In questa mischia impietosa esistono e resistono ancora, come un dono, come una possibilità di esistenza alternativa e quindi di resistenza, piccole realtà che credono che il talento per natura non appartenga né possa appartenere in alcun modo alla misura. Il talento somiglia molto più all’espressione, e quindi all’ascolto, e alla libertà.
Raptors records, piccola etichetta discografia napoletana e soprattutto organizzatrice e promotrice di eventi musicali intimi in svariati posti della Campania, riesce a dare un microfono a cantautori attenti alla vita, poggiandosi sul desiderio di una musica intesa come atto di civiltà e senso di comunità, dove ogni pensiero può transitare liberamente. Sì, lì dove vigono l’omologazione e il trend, ricordare di essere attenti alla vita è forse la vera rivoluzione. Rispettare ogni colore, ogni dimensione, ogni voce che costruisce senza distruggere non sarà il sintomo di un possibile miglioramento?
Nell’ultimo anno molti sono stati gli eventi organizzati, con voci come A smile from godzilla, Achille Campanile, Divertenseria, Alessandra Nigro, Fabio Schember, Vasca, Antonio Santoro, Matteo Trapanese e tanti altri. Dunque, il 24 luglio si è svolto il secondo appuntamento della rassegna Raptors in the garden a Brusciano (NA), nel giardino della casa di Francesco, uomo appassionato d’arte. Si è così creata un’atmosfera intima e suggestiva, di lacrime e risate, parole e silenzi, riflessioni e ironia, indipendenza e libertà. A donare la propria voce sono stati i cantautori Achille Campanile e Vasca.
Vasca con i suoi brani Spettrotuffo e Spigno ha cantato la cordialità che resiste all’inferno e la volontà di nuvole in una terra-ostacolo, contraria all’ospitalità. Ancora, con schiettezza e onestà ha raccontato la disforia affinché sia un disagio preso per mano, e non ignorato con incuria. Con la musica accade anche questo. Ciò che spaventa diviene affrontabile.
Achille Campanile ha prima cantato L’ubriaco errante e Ipazia, suoi brani tratti dall’album Port’Alba del 2020, veri e propri elogi alla fragilità. Ha poi restituito attraverso un percorso fra gli abissi un ritmo armonioso e un ricamo perfetto alle poesie di Sbarbaro e Ceccardi. Ha infatti convertito versi non abbastanza conosciuti in una melodia capace di toccare e scompigliare il sentire. Protagonista della serata è stato il testo Dimmi un verso anima mia. Antologia della poesia universale. Per Campanile, le poesie sono come le stelle: infinite.
I suoi sono stati canti di grazia liberanti e liberatori, accoglienti e luminosi, capaci di creare ampi spazi dentro i quali chiunque potesse accomodarsi o elevarsi dove e come volesse. Si è infine dedicato ai suoi inediti, Ora d’aria e Spaiate, brani intensi e dolorosi, mani tese in mezzo al vuoto, tracce di luce da individuare e raccogliere, flusso puro di disincanto incantato.
Una volta terminati i brani, la platea aveva lo sguardo alto, rivolto al cielo stellato, come se fosse su una nuvola. Immanuel Kant scriveva: Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me. Il cielo stellato e la legge morale combaciavano. Si è alzata una voce. Stasera non si trema, fa caldo. E dentro un caldo che era calore. Ogni cosa, per un attimo, pareva aver smesso di tremare. La magia era avvenuta. Il Canto di grazia cantato.




