• L’Anguilla
  • Viola
  • Margini
  • Lapis
    • Camera Chiara
  • Paprika
  • Ciak!
  • Billy
  • Bisturi
  • Archivio
    • Appuntamenti
    • Attualità
    • Cinema
    • Il Fatto
    • Interviste
    • L’opinione
    • Rubriche
    • Viaggi
    • Varie
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Mar dei Sargassi
  • L’Anguilla
  • Viola
  • Margini
  • Lapis
    • Camera Chiara
  • Paprika
  • Ciak!
  • Billy
  • Bisturi
  • Archivio
    • Appuntamenti
    • Attualità
    • Cinema
    • Il Fatto
    • Interviste
    • L’opinione
    • Rubriche
    • Viaggi
    • Varie
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Mar dei Sargassi
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati

Le parole che non diciamo: il silenzio fotografico e la parola mancata

Francesca Testa di Francesca Testa
26 Marzo 2026
in Camera Chiara
Tempo di lettura: 9 minuti
Share on FacebookShare on TwitterInvia su WhatsApp

Può interessartianche...

Mimmo Jodice, il fotografo che rende visibile il tempo

Sebastião Salgado: la fotografia come atto di resistenza

Lee Miller: il fascino, il surrealismo e l’orrore della fotografia

Le parole tra noi leggere, lo ha scritto Lalla Romano, lo ha sussurrato Eugenio Montale nel suo Due nel crepuscolo e lo ripete il Salone del Libro di Torino per la sua XXXVII edizione. Ma oggi cosa resta di questa leggerezza? Viviamo in un mondo dove si parla senza ascoltare, si afferma senza riflettere e le parole galleggiano, senza peso, come bolle d’aria di una stanza satura. Parole sprecate che si moltiplicano e si svuotano.

Un tempo le parole portavano significato, memoria, responsabilità. E invece oggi vengono pronunciate, appunto, con troppa leggerezza, senza attribuire loro il giusto valore. Amore, dolore, libertà, verità. Parole ormai usate come hashtag, slogan, didascalie. È proprio in questo spazio vuoto, dove tutti parlano, ma nessuno dice, che entra la fotografia. Silenziosa, sì, ma presente e potente.

Non è un caso che molti artisti decidono di sottrarsi alla parola, di non spiegarsi, bensì lasciare che sia l’immagine realizzata a reggere il “peso del mondo”. Si tratta di una fotografia – lenta, contemplativa, marginale – che si fa custode di quello che non riusciamo più a dire. Di quello che non riusciamo più a provare.

Perché quando un’immagine è vera, non spiega, suggerisce; non parla, evoca. In questo silenzio, così assordante, si nasconde un gesto poetico e politico allo stesso tempo. Una resistenza al linguaggio che si logora. Un atto di cura.

Il silenzio come linguaggio

Il silenzio è un linguaggio, può essere vuoto, inerte, imbarazzato, ma anche pieno, denso e necessario. Non è questione di mancanza di parola, bensì di parola trattenuta. Il silenzio prende forma nella pausa nella musica, nell’intervallo tra due respiri, nello spazio bianco della pagina. Il silenzio, quando è consapevole, diventa una forma di attenzione. E in fotografia questo silenzio ha un ruolo essenziale. Un’immagine, per sua natura, mostra, non ha bisogno di parole e per questo motivo può restituire loro un senso nuovo, forse antico.

Roland Barthes, nel 1980, scriveva in La camera chiara che la fotografia dice sempre il reale, ma lo fa senza verbo. Eppure, proprio questa assenza riesce a essere talvolta più potente di una qualunque narrazione. È lo stesso meccanismo del “non detto” perché ciò che non si dice resta impresso.

La comunicazione contemporanea non è altro che rumore di fondo, un tappeto che nasconde. In questo contesto, la fotografia può diventare uno spazio di ascolto, un tempo rallentato, una pausa necessaria. Un paesaggio vuoto, una stanza abbandonata, un volto che guarda in camera, una finestra chiusa. Sono tutte immagini che non spiegano nulla, ma che invitano alla riflessione, al “sentire”. Le immagini chiedono di entrare nel loro tempo e di restare in silenzio. Tacere può essere una forma di resistenza, nell’arte come nella fotografia. Scegliere il silenzio visivo permette di lasciare che l’immagine resti ambigua, fidarsi dell’osservatore, della sua sensibilità e capacità di ascolto.

La fotografia non è soltanto immagine, ma uno spazio vuoto attorno a un significato. Come la poesia che non riempie, ma lascia margine. Sono parole “leggere”, non dette, ma che si sentono ugualmente.

Sospensione e leggerezza: Luigi Ghirri e Rinko Kawauchi

Nel panorama della fotografia silenziosa, Luigi Ghirri occupa un posto importante. Il suo sguardo leggero ma mai superficiale ha saputo cogliere la meraviglia del quotidiano. Le sue sono immagini che bisbigliano, offrono un punto di vista con discrezione, delicatezza. Ogni dettaglio, che sia una finestra, un’insegna o un campo, è carico di senso, dove il fotografo chiede, gentilmente, attenzione.

Ho sempre pensato alla fotografia come a una scrittura, come una forma semplificata e silenziosa del linguaggio, ha scritto Ghirri nel suo Niente di antico sotto il sole. Il silenzio che racconta è quello della provincia italiana, dei margini, delle cose che stanno lì da sempre, ma che nessuno guarda più. In un’epoca in cui si cerca l’unicità, Ghirri si sofferma sull’ovvio ed lì che trova poesia. Accanto a lui, seppur si parli di tempi diversi, Rinko Kawauchi sembra seguire la stessa linea emotiva. Nelle sue immagini, così morbide, intime e dalle tinte pastello, la realtà diventa qualcosa di fragilissimo. La luce entra come un sussurro, le cose appaiono appena, come per non disturbare.

Kawauchi fotografa la “bellezza minuta” che prende forma in un riflesso, un filo d’erba o una mano che si apre. Nei suoi scatti è come se volesse dire guarda quanto è fragile il mondo, eppure guarda quanto resiste. Le sue opere possono essere considerate, a tutti gli effetti, poesie brevi, visive, cariche di senso. Nei suoi lavori più noti, come Illuminance oppure Cui Cui, il silenzio occupa ogni spazio, non ci sono commenti, non ci sono indizi, ma solo una successione di immagini che, come i versi, creano un ritmo, un’associazione e un respiro. La sua fotografia è profondamente narrativa, un diario interiore che non dice, ma suggerisce.

Sia Ghirri che Kwauchi condividono lo “sguardo che ascolta”, che osserva senza pretendere di capire tutto. Entrambi, con i loro scatti, restituiscono alle immagini quel potere che un tempo avevano le parole vere: dire poco, dire bene, dire con leggerezza.

L’assenza che parla: Michael Kenna e Raymond Depardon

Ci sono immagini che mostrano ciò che c’è e altre che invece mostrano ciò che manca. Il silenzio in fotografia diventa un vuoto visivo, uno spazio lasciato intatto, una forma dell’assenza. Ed è che qui autori come Michael Kenna e Raymond Depardon hanno fatto del vuoto e del non detto un linguaggio etico e poetico allo stesso tempo.

Michael Kenna è il “fotografo della nebbia”, delle lunghe esposizioni, del bianco e nero rarefatto e le sue immagini sembrano sospese fuori dal tempo, immerso in una quiete irreale. Paesaggi spogli, alberi isolati, strutture solitarie. Dove tutto è essenziale e dove tutto è in ascolto. Non accade nulla, eppure ogni scatto contiene tensione, qualcosa è appena passato oppure qualcosa sta per arrivare. L’assenza diventa quindi presenza e la fotografia, per un istante, si fa spazio meditativo, quasi spirituale. Come se guardare volesse dire raccogliersi.

In una realtà sovraccarica di immagini e significati, spesso superficiali, Kenna crea un altro tempo. Non ci spiega il paesaggio, ma ce lo offre. Non ci guida, ma ci lascia soli con lui. Ed è proprio in questo silenzio che lo spettatore comincia a vedere davvero.

Raymond Depardon, invece, affronta il silenzio da una prospettiva opposta, quella umana. I suoi sono scatti in bianco e nero, crudi, asciutti, raccontano la marginalità, la sofferenza, l’abbandono. E nel loro raccontare, il dolore non viene mai spettacolarizzato, ma mostrato con rispetto, senza gridare. Emblematiche sono proprio le immagini realizzate negli ospedali psichiatrici italiani alla fine degli anni Settanta. I suoi scatti, inseriti nel libro Manicomio, non sono accompagnati né da commenti né da spiegazioni, soltanto volti, stanze, gesti. Un silenzio assordante che dice molto più di qualsiasi parola, una fotografia non invasiva che non interpreta né pretende di fare voce. Semplicemente lascia spazio all’altro. Anche quando fotografa paesaggi rurali della Francia o delle strade di periferia, mantiene sempre una distanza rispettosa.

Per Kenna e Depardon il silenzio non è una mancanza, ma una scelta narrativa. È ciò che permette all’immagine di respirare e, a chi sta guardando, di entrarci dentro. Uno spazio condiviso dove il senso non è già deciso, ma può prendere forma.

Intimità e distanza: Alec Soth e Anders Petersen

Un’altra forma di silenzio origina dalla delicatezza, dove non tutto ciò che è vicino viene rivelato, un silenzio che si fa spazio per l’altro e che osserva senza violare. Come quello che troviamo nella fotografia di Alec Soth e di Anders Petersen, due autori che, con le loro immagini, sono capaci di entrare nella vita altrui con uno sguardo rispettoso, attento e quasi amorevole.

Alec Soth, membro dell’agenzia Magnum, è conosciuto per i suoi scatti del paesaggio umano americano. Tra i suoi progetti ricordiamo Sleeping by the Mississippi, Niagara, fino ad arrivare a I Know How Furiously Your Heart Is Beating, dove si avverte sempre una sospensione narrativa, come se ogni scatto fosse il fotogramma centrale di una storia che però non viene raccontata.

Abbiamo una stanza disadorna, un uomo seduto sul letto, una donna che guarda fuori da una finestra, quello che succede è davanti a noi, ma nulla viene spiegato. Si tratta di un linguaggio allusivo. Soth riesce a dare voce al silenzio esistenziale che abita molte vite e la forza delle sue immagini è quella dell’ascolto. Nelle sue fotografie non costruisce dei personaggi, bensì incontra persone e lascia che siano proprio queste, con la loro presenza silenziosa, a parlare, a raccontarsi. Soth potrebbe essere considerato il fotografo dell’empatia contenuta, mentre Anders Petersen quello della “vicinanza bruciante”.

Il suo lavoro più celebre, Café Lehmitz del 1978, è un ritratto crudo, notturno e allo stesso tempo affettuoso di un’umanità ai margini: emarginati, ubriachi, prostitute, ma anche amanti stanchi e felici. Il silenzio è un elemento centrale delle sue immagini perché Petersen non giudica, non distanzia, è esattamente dentro la scena, vi partecipa senza invadere. I suoi scatti sono carezze sporche, tenerezze imperfette. La potenza delle sue opere risiede proprio qui: Petersen mostra quanto il silenzio possa essere corporeo, vibrante, quasi urlato nel suo trattenersi; si tratta di un silenzio che appartiene a chi ha già detto troppo, di chi è stanco, di chi, semplicemente, non ha più voglia di spiegarsi. La fotografia diventa quindi un mezzo di muta confessione e presenza assoluta.

Per entrambi i fotografi, il mezzo fotografico è un gesto di relazione, che sia fragile, consapevole e costruita sul rispetto. Anche quando arriva a sfiorare la brutalità, come nel caso di Petersen, ma non vi è mai compiacimento, solo verità senza clamore.

Le parole tra noi leggere

Le parole tra noi leggere è un titolo che sembra racchiudere una dolce promessa o forse una speranza, tuttavia oggi, in un tempo in cui le parole diventano estremamente superficiali, questa promessa si è fatta fragile. Parole che ci attraversano, ma senza peso, svuotate, riciclate, precipitate nel rumore continuo dei social, della pubblicità, dei media. Ed è qui che nasce il desiderio, quasi un bisogno disperato, di cercare linguaggi altri, più essenziali, più onesti. La fotografia, quando non rincorre la spettacolarizzazione, è in grado di offrirci questo spazio, diventando una “pausa”. Un modo per dire senza sovraccaricare, ascoltare senza giudicare. In un tempo di parole urlate, la fotografia diventa un esercizio di sottrazione, una scrittura muta, carica di senso.

Ghirri, Kawauchi, Kenna, Depardon, Soth e Petersen mostrano quanto sia possibile raccontare il mondo senza violarlo, che si può parlare anche tacendo. Proprio in questi silenzi ritroviamo qualcosa che avevamo perduto: lo stupore, l’attenzione e la possibilità di sentire davvero. Oggi la fotografia può essere anche un gesto di resistenza a un linguaggio pubblicitario che consuma tutto, all’immagine pronta all’uso, alla parola riempita fino a scoppiare.

Fotografare con delicatezza, con consapevolezza, con rispetto, è una forma di ecologia del senso. E così, tra parole e immagine, tra ciò che si dice e ciò che si tace, si può forse recuperare un linguaggio che non spiega tutto, ma che accoglie, sempre. Un linguaggio che non deve riempire, ma lasciare spazio, senza consumare, e che riesce invece a custodire. Un linguaggio dove anche il silenzio ha il suo posto; un linguaggio tra noi, che sia, leggero e necessario.

Prec.

Le parole che curano, le parole che uccidono

Succ.

Nicole Trevisan: esordio con “Malefica”, romanzo della rabbia e del Veneto

Francesca Testa

Francesca Testa

Articoli Correlati

mimmo-jodice-fotografo-tempo
Camera Chiara

Mimmo Jodice, il fotografo che rende visibile il tempo

22 Marzo 2026

La fotografia di Mimmo Jodice ha spesso come protagonista il tempo, un tempo sospeso che va oltre il momento. Il fotografo partenopeo, che si è spento lo scorso 28 ottobre all’età di 91 anni, ha iniziato a sperimentare quest’arte...

Sebastião-Salgado-fotografia
Camera Chiara

Sebastião Salgado: la fotografia come atto di resistenza

22 Marzo 2026

Sebastião Salgado, nato ad Aimorés, Brasile, l’8 febbraio del 1944, è stato un fotoreporter che ha fatto della documentazione sociale una forma di poesia visiva e della bellezza un atto politico. Figlio unico di un allevatore di bovini, studiò...

lee-miller-fotografia-surrealismo-fascino-orrore
Camera Chiara

Lee Miller: il fascino, il surrealismo e l’orrore della fotografia

15 Aprile 2025

Lee Miller, nata a Poughkeepsie, New York, il 23 aprile 1907, è stata una fotografa, artista surrealista e modella americana. Il suo avvicinarsi al mondo della fotografia avvenne grazie al padre Theodore, un fotografo amatoriale che scattava con una...

oliviero-toscani-fotografia-narrazione-provocatoria
Camera Chiara

La narrazione provocatoria della fotografia di Oliviero Toscani

23 Gennaio 2025

Nel corso della sua carriera di fotografo, Oliviero Toscani ha saputo trasformare la fotografia in un mezzo di comunicazione sociale e artistica estremamente potente. Nato a Milano nel 1942, Toscani non si è mai limitato a realizzare un’immagine per...

Succ.
nicole trevisan malefica

Nicole Trevisan: esordio con “Malefica”, romanzo della rabbia e del Veneto

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I più letti del mese

  • Amparo Dávila

    Amparo Dávila: la maestra del cuento che imbrigliò la paura

    576 shares
    Share 230 Tweet 144
  • “Cime tempestose”: erotismo senza il coraggio di indulgere nell’osceno

    405 shares
    Share 162 Tweet 101
  • Le ville di Napoli: il Vomero e le dimore “gentilizie” (parte 2)

    356 shares
    Share 142 Tweet 89
  • Esorcisti e psichiatri: demoni o psicosi?

    979 shares
    Share 392 Tweet 245
  • Simboli nascosti: la Cappella Sansevero e il tempio massonico X

    658 shares
    Share 263 Tweet 165
  • Chi siamo
  • Contatti
  • Privacy policy

Direttore: Alessandro Campaiola

Registrazione al Tribunale di Napoli – Autorizzazione n. 35 del 15/09/2017

Le foto presenti in MarDeiSargassi.it sono reperite su internet, pertanto considerate di pubblico dominio.
Qualora il proprietario di una o più di queste dovesse ritenere illecito il suddetto utilizzo, non esiti a contattare la redazione affinché possano essere rimosse

Iscriviti alla nostra newsletter.

© Copyright 2024 Mar Dei Sargassi | All Right Reserved
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • L’Anguilla
  • Viola
  • Margini
  • Lapis
    • Camera Chiara
  • Paprika
  • Ciak!
  • Billy
  • Bisturi
  • Archivio
    • Appuntamenti
    • Attualità
    • Cinema
    • Il Fatto
    • Interviste
    • L’opinione
    • Rubriche
    • Viaggi
    • Varie