Non capita a tutti di pubblicare il proprio libro d’esordio ed essere riconosciuti, immediatamente, tra gli autori di punta del panorama letterario del proprio Paese. È accaduto a Monica Acito, autrice del fortunato Uvaspina, da marzo scorso in libreria con il suo secondo romanzo, La carità carnale, che conferma il talento già evidente del debutto ma ancora più ampio per indagine narrativa, storica e simbolica.
Se Uvaspina aveva regalato alla proposta culturale italiana un’autrice immediatamente riconoscibile per energia linguistica e capacità di reinventare il Sud fuori da ogni folklore, La carità carnale alza la posta: oltre al radicamento territoriale, l’opera ambisce a misurarsi con il corpo, il sacro, il desiderio, il potere, la genealogia femminile e la violenza delle comunità.
La lingua impetuosa e l’immaginario visionario di Acito costruiscono un universo femminile insieme materiale e teologico. La carità carnale, infatti, interroga il rapporto tra santità e corpo femminile, tra povertà e potere, tra marginalità e mito.
Fin dal prologo, ambientato nella Napoli del Seicento, l’autrice campana introduce la figura di Giulia Di Marco, donna e santa investita da una misteriosa forza taumaturgica che passa attraverso il corpo e il desiderio. La sua carità carnale non è metafora, ma una forma di cura incarnata, scandalosa, capace di guarire e, al contempo, di destabilizzare l’ordine religioso e sociale. La scrittura di Acito si incendia subito in una delle sue qualità più riconoscibili: il lessico barocco, capace di fondere liturgia e viscere, mistica e popolare, reliquia e sangue, una lingua che sembra nascere da una lunga sedimentazione meridionale che attinge dagli esempi di Anna Maria Ortese ed Elsa Morante ma che non imita nessuno.
Dopo il prologo ambientato – come detto – nel centro storico napoletano, il libro si trasferisce nel Cilento contemporaneo, in un paese marginale e immaginifico dove cresce Marianeve, bambina amatissima e problematica di Sarchiapone. Il paesaggio, qui, diventa corpo a sua volta. Così accade che i frutti sanguinano, le colline sembrano seni svuotati, il mare e la terra si confondono in una fisiologia comune. Anche il territorio, in uno scambio simbolico con i corpi delle protagoniste, conserva ferite.
In Cilento il romanzo fa battere il suo secondo cuore. Se la santa eretica, Giulia Di Marco, rappresenta la genealogia della carità, Marianeve ne diventa l’incarnazione nuova e inconsapevole. Attraverso di lei, Acito mette in scena una delle grandi intuizioni del libro, ossia che il miracolo, oggi, non appare nei luoghi della borghesia, del centro, ma nei territori residuali, ai confini dimenticati, nei corpi impropri.
Il rapporto padre-figlia sostiene buona parte del romanzo. Sarchiapone è personaggio doloroso, ridicolo agli occhi della comunità, spesso umiliato dalle amiche di Marianeve, eppure tenerissimo nella devozione assoluta verso la figlia. In lui l’autrice incarna una paternità popolare non idealizzata ma vulnerabile, a tratti commovente. La vergogna che la bambina prova per il padre davanti alle compagne racconta senza pietà il classismo interiorizzato della società contemporanea.
Il Sud di Monica Acito diventa un laboratorio di rapporti di forza. Il Cilento del romanzo non è più la cartolina di Benvenuti al Sud, un palcoscenico della commedia dell’arte, ma uno spazio dove agiscono il disprezzo sociale e la fame, la superstizione e la sessualizzazione precoce. Il corpo di Marianeve è potere e condanna, e ogni donna che eccede la misura concessa dalla comunità viene prima adorata e poi punita. Il patriarcato che tollera il miracolo solo finché può amministrarlo.
Il risultato è un romanzo vivo, a tratti disturbante, influenzato nelle immagini che propone al lettore dal realismo magico sudamericano, di cui l’autrice è esperta lettrice. Un testo denso di simbolismo, barocco nello stile, ma tangibile. Con La carità carnale, Monica Acito conferma di essere una delle voci più riconoscibili della nuova narrativa italiana. E questo, per un secondo libro che segue un esordio di successo, è forse il miracolo più difficile.





