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A ogni quartiere la sua casa editrice – Napoli Edition (parte 2)

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
5 Novembre 2025
in Paprika
Tempo di lettura: 17 minuti
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Quasi un anno fa, assecondando la divisione di Napoli in quartieri, ognuno con la sua personalità, avevo creato una mappa abbinando a ciascuno una casa editrice italiana (trovate la prima parte qui). Una sorta di gioco un po’ irriverente che prendeva le caratteristiche di quartieri, rioni, zone famose della città e le sottolineava accostandoci una realtà editoriale nazionale quanto più possibile affine. Bene, questa è la seconda parte perché, oltre a Posillipo, Vomero e Pendino, mancava una bella fetta di quartieri. Come l’altra volta, da ovest a est:

Fuorigrotta: sede del leggendario ei fu stadio San Paolo, oggi Stadio Diego Armando Maradona, il quartiere di Fuorigrotta ha radici antichissime. Il suo stesso nome deriva dalla sua posizione “al di fuori della grotta”, facendo riferimento alla Crypta Neapolitana, una galleria scavata in epoca romana che collega (esiste ancora un tratto percorribile) quest’area a Piedigrotta. Avamposto dei Campi Flegrei, riempita di cemento durante il periodo fascista, si divide tra sport (lo stadio), musica (PalaPartenope), fiere (Mostra d’Oltremare), parchi divertimento (il mitico Edenlandia) e animaletti (lo Zoo di Napoli, uno dei più antichi giardini zoologici d’Italia). Insomma, a Fuorigrotta non ci si può annoiare, tra consumismo, ludopatia e asfalto, come vorrebbe il postmodernismo delilliano. Un po’ come capita coi libri di 66thand2nd: tra le loro collane troverete Vite Inattese e Booksport se volete dedicarvi a letture dedicate allo sport, mentre per evadere dal traffico impazzito (soprattutto durante le partite in casa del Napoli), e dal caos del quartiere più popoloso della città, rivolgetevi alle collane Bazar e Bookclub.

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TIP: in onore degli ultras consiglio Maradona è amico mio di Marco Ciriello; per le fanciulle sognatrici che invece durante le partite sparano Apocalypse dei Cigarettes after sex a tutto volume, Sad Girl di Sara Marzullo.

Pianura/Soccavo: lo so, lo so, è peccato mortale metterle insieme, ma se Kurt Vonnegut e William T. Vollmann fossero stati napoletani avrebbe senz’altro avuto casa in uno di questi due quartieri, magari uno di qua e uno di là. Pianura: alto tasso di pendolarismo ma, per contro, è il quartiere più giovane di Napoli. Fa risalire il suo nome agli albori della sua formazione, quando un tempo ospitava i lavoratori del piperno (ci sono tante cave estinte in questa zona), e perché è un territorio pianeggiante circondato da alture (o, come direbbe la cantante Rosalia, Con altura). Oggi è conosciuta come “la città abusiva”, a torto, perché se Pianura è abusiva lo è tutta Napoli + la Costiera amalfitana.
Soccavo: ai piedi della collina dei Camaldoli, condivide con Pianura la sua origine operaia. Via Epomeo, una delle strade più famose della città, sorge su una strada romana costruita proprio per il trasporto del piperno dalla sua cava. Gli abitanti protestano: zero forze dell’ordine, zero verde, zero civiltà con la gestione dei rifiuti. Come per Fuorigrotta, San Giovanni, Ponticelli e Barra, l’unione col centro del capoluogo nel 1926 ha declassato la natura, le tradizioni, la cultura di questi quartieri, rendendoli periferie senza attenzione da parte delle istituzioni. Insomma, gira e rigira, è sempre colpa dei fascisti.

TIP: per la resistenza, la libertà e le misure di emergenza, Come un’onda che sale e che scende di Vollmann; per il neoimperialismo e il capitalismo malato che snobba le periferie, Un uomo senza patria di Vonnegut. Entrambi editi da minimum fax, che di questi temi ha fatto una missione.

Chiaiano/Piscinola/Miano: il trio degli outsider della zona nord, snobbati dalle tratte turistiche perché fanno da corona a quartieri più beat: San Carlo all’Arena, Arenella, Stella. Allora che facciamo qui a parte prendere i mezzi per andare ggiù Napoli? Intanto, Chiaiano è un quartiere enorme, una piccola cittadina, seguito da Piscinola e Miano. Chiaiano si contraddistingue in due zone, una verde chiamata la Selva di Chiaiano, in dialetto ‘ncopp’a severa, e una che ospita varie aziende ospedaliere, a sud-est, il Policlinico, il Cardarelli, il Monaldi. Quindi se vi spaccate la testa perché non avevate il casco o fate indigestione di mozzarella di bufala, qua dovete passare per forza. Nota interessante: Chiaiano, ma soprattutto l’area collinare di Polvica, era noto per le masserie, come quella dal nome fantasmagorico Rione dei Calori di Sopra e di Sotto. Oggi sono ruderi, ma alcune sono semi nascoste alle spalle de II Policlinico nel folto bosco di mortelle antiche.

Piscinola, sede di numerose vasche d’acqua benefica e di ville della nobiltà napoletana antica, che qui venivano a prendere aria buona; Miano, originariamente vecchio casale, poi sede dello storico stabilimento (fino al 2005) della Birra Peroni: a prescindere dai vari problemi legati alla presenza della camorra, vale la pena fermarsi qui per visitare Santa Maria degli Angeli al Cavone (per gli edifici religiosi) e l’isolato residenziale di Mianella, per gli appassionati di architettura (il progetto fu voluto da Dardi e Carreras). In questi quartieri Edizioni e/o troverebbe storie a valanghe, superando la Elena Ferrante del rione Luzzatti.

TIP: gli abitanti di questo trio non sfigurerebbero in un testo come Rifiuto di Tony Talhatimutte, Attraverseremo le bufere di Anne-Laure Bondoux o La ragazza del convenience store di Murata Sayaka.

San Carlo all’Arena: quartiere enorme, è il polmone verde di Napoli, grazie all’Orto Botanico e al Real Bosco di Capodimonte. Qui è tutto in formato maxi: l’orto, l’Albergo dei Poveri, le piazze, le chiese, i complessi residenziali come le Sigarette a Ponti Rossi, l’Osservatorio Astronomico, la Reggia di Capodimonte, le Catacombe di San Gennaro. È un quartiere a metà tra vocazione artistica e confusione urbana, tra verde e cemento, e no, non c’entrano niente i gladiatori col suo nome: semplicemente, prima dell’asfalto, nei periodi di secca senza pioggia, il terreno era sabbioso proprio come un’arena. Salendo sulla collina di Miradois, dalle sonorità spagnoleggianti, attraverso la Salita del Moiariello (spoiler, uno dei miei posti preferiti) ci si ritrova in una piccola Narnia: c’è da scarpinare ma ne vale la pena. A ovest del quartiere, divisi tra San Carlo all’Arena e Stella, i Colli Aminei, altro presidio verde (anche se meno rispetto alle origini).

San Carlo all’Arena è un autobus di linea dell’ANM che viaggia con casse di champagne nascoste nei bagagliai mentre i passeggeri sui sedili sgranocchiano le paste del Cornettone dopo essersi abboffati di trippa d’o Russ. Ippocampo potrebbe dedicargli un volume illustrato da Benjamin Lacombe, ma se vogliamo pensare in grande, perché qui è tutto big, anche un rilegato copertina rigida di mille pagine accompagnato dalle incisioni di Gustave Doré.

TIP: Giardini perduti di Sandra Lawrence e Lucille Clerc per la natura; Il libro delle ombre di Alix Paré per l’arte.

San Pietro a Patierno: prima della guerra questo era il quartiere dei calzolai e dei mastri del commercio e riciclo della scarpa. I bancarielli e le chiantelle. Poi la Cina ha detto ok basta frà, levatevi di mezzo. Dopo la guerra, il Campo di Marte di Murat diventa aeroporto di Capodichino. È uno dei quartieri più snobbati perché ha gli stessi problemi di Scampia – la zona bassa viene chiamata il “Bronx” – ma non la stessa fama e soffre di un isolamento maggiore dal centro. L’aeroporto inoltre, nonostante le gioie che ci dà (solo a Napoli poteva esistere un aeroporto nel bel mezzo del tessuto urbano, andatelo a dire a Istanbul che vi fa fare sessanta chilometri per andare a prendere l’aereo), divide in due il quartiere manco fosse il muro di Berlino.

Qui è nato Nino D’Angelo e Jorit vi ha dedicato pure un murale. Se venite il 29 giugno buttatevi nella processione di San Pietro apostolo: balconi con drappi e decorazioni colorate laddove passa il corteo, come si faceva un tempo. Oppure visitate i vecchi casali, Masseria Luce (che ospita un Museo della civiltà contadina), Masseria Aquino e Masseria della Chiesa. In alternativa, se siete del Vomero o di Posillipo, prendete un taxi e andate direttamente in aeroporto.

TIP: Iperborea è una casa editrice specializzata in letteratura nordica e scandinava, ma la sua collana The Passenger vi farà viaggiare senza alzare le chiappe dal divano. Consiglio ovviamente il volume dedicato a Napoli per chi vuole giocare in casa, altrimenti Giappone e Mediterraneo per andare un po’ più in là. Per chi preferisce narrativa, L’uomo che non voleva piangere di Stig Dagerman perché quando arrivi al Sud piangi due volte, una voltababbabababba bla bla bla bla.

San Lorenzo: considerato il cuore del centro storico di Napoli, comprende anche parte di Forcella e il Borgo di Sant’Antonio Abate. San Lorenzo è il biglietto da visita del turista mordi e fuggi: in ventiquattro ore avrete un assaggio di tutto, Decumani, Spaccanapoli, Cappella San Severo, Duomo, i presepi, ‘a pizz, ‘a frittatina, e tutto l’unto che il vostro stomaco è capace di assorbire. Certo, se restate qualche giorno in più, magari una capatina al Teatro Bellini non sarebbe male, oppure a uno dei suoi complessi museali, il Donnaregina, il MANN, il Madre, i Gerolamini, il Tesoro di San Gennaro.

I napoletani praticamente non ci mettono più piede, se non per ragioni di studio o lavoro. Troppi turisti. È patrimonio UNESCO, ma forse sarebbe più corretto dire patrimonio Airbnb. I vasci sono diventati appartamenti deluxe; il calzolaio è stato soppiantato perché sono più buoni i cuoppi fritti delle suole di scarpe; però se vi volete mangiare una bella genovese potete andare da Mimì alla Ferrovia, che fa limite col Vasto. Qui trova sede anche uno dei miei luoghi preferiti di Napoli, Porta Capuana e la zona della Duchesca.

Nel Borgo Sant’Antonio Abate poi, fin dal Cinquecento e ai tempi dei Gran Tour (sostanzialmente ricchi rampolli, che non avevano un cazzo da fare e perciò gli saliva la malinconia, partivano per visitare l’Europa in un tour a tappe, una specie di interrail ma senza birra e canne, al massimo un poco di oppio), esisteva l’Imbrecciata, uno dei primi quartieri a luci rosse del mondo. Ferdinando II il furbacchione, nel 1855, se mise ‘a coppa costruendo un muro per isolare i clienti che cercavano piacere e sollazzo, in cambio di denaro. L’Imbrecciata ci viene tramandata come luogo di perdizione, pericolosissimo, parola di Flaubert e di Dumas senior. Però, oh, dopo che fu chiusa nacquero i casini (le case di tolleranza), mica male! Per raccontare questo quartiere non basterebbero pagine e pagine, ma Racconti Edizioni, casa editrice specializzata in raccolte e forma breve, ne avrebbe di testi da sfornare.

TIP: Volevo essere stupefacente di Gordon Lish, come direbbe San Gennaro allo scioglimento del suo sangue nel Duomo; oppure Orientamento di Daniel Orozco perché se scendi come crocerista e ti fai i Decumani, sia mai che perdi la bandierina della guida, ti possono scippare anche le mutande mentre ti vendono una zeppola fritta.

Vicaria/Vasto: idealmente suddiviso in due parti – Vicaria Vecchia, inglobata in San Lorenzo, e Vicaria Nuova che insieme a Vasto e Arenaccia si allunga nel cuore storico della città – mostra una doppia anima, una fatta di vicoli e chiese antiche e un’altra più nuova che si costruisce nei primi del Novecento con il passaggio della ferrovia, con l’acquedotto Bolla e le famose industrie tessili napoletane – le Manifatture Cotonerie Meridionali – distrutte a seguito del terremoto del 1980. Il toponimo Vasto lascia supporre che nella zona la famiglia D’Avalos, marchesi di Vasto appunto, possedesse alcune proprietà, ma più probabilmente Vasto è corruzione di “guasto” per le distruzioni e i saccheggi più volte causati dagli eserciti invasori nella zona a ridosso di Porta Capuana. Letteralmente, il Vasto territorio di Simón López Trujillo.

Il Vasto è uno dei quartieri multietnici di Napoli, segnato anche da avamposti osé, come vari cinema a luci rosse e la frischezz delle granite di Lello. Qui caccavelle, nire che parlano napulitano e repertorio completo di Mario Merola ancora sparato a mille per le strade: si vende di tutto, ‘e cos, coccos e cusarell. Tradizione vuole che sia il posto del contrabbando: scarpe, vestiti, sigarette, tabacco, orologi. Negli anni Novanta si facevano affari. Il quartiere ha dato i natali a Vincenzo De Crescenzo, celebre per la canzona Luna Rossa, a Lina Sastri e a Giovanni Ermete Gaeta, paroliere, poeta e cantante che ha musicato la meravigliosa Tammurriata Nera.

TIP: Mercurio Books, con i suoi libri weird, qui troverebbe pane per le sue zanne. Se pensiamo a Vicaria/Vasto come a un dungeon da sbloccare, allora consiglio Dungeon Crawler Carl di Matt Dinniman; se avete paura di imbattervi nell’uomo nero o in un maniaco con l’impermeabile ballerino, allora andate con Mini Horror di Barbi Marković, perché il Vasto è bellissimo ma può anche essere mostruoso se ci mettete piede per la prima volta.

Poggioreale: quartiere estremamente eterogeneo, ospita alcune delle strutture pubbliche e private più importanti della città, a partire dal Centro Direzionale (lo sapevate che è stato il primo complesso di grattacieli realizzato in Italia e nell’Europa meridionale? mica coteca); il celeberrimo carcere di Poggioreale; il Cimitero di Santa Maria del Pianto. Inoltre è sede del Rione Luzzatti, famoso per essere ambientazione de L’amica geniale di Ferrante. Anche qui, come un po’ tutta la zona est, esistono luoghi dismessi (nessuno vi sta suggerendo di andarci, no no) come il vecchio mercato ortofrutticolo, l’ex macello comunale, la vecchia Centrale del latte. A quanto pare ai tempi antichi qui il re veniva a fare le sue battute di caccia (ecco perché il nome poggio-reale), poi Tornatore ha ben pensato di venire a girare delle scene di film tra i ruderi di Poggioreale Antica: Nuovo Cinema Paradiso, L’uomo delle stelle e Malèna.

Abbiamo detto eterogeneo ma anche frammentato: girando per Poggioreale si ha l’impressione di saltare di isola in isola, di essere sbarrati da innumerevoli muri di cinta – il penitenziario, il cimitero, l’accesso al Centro Direzionale, la cortina edilizia – rendendo l’esperienza alienante ma al tempo stesso degna di interesse. Immagino che i testi di Add Editore sarebbero perfetti per raccontare questo quartiere: vero è che la casa editrice è famosa per la sua collana dedicata all’Asia, ma i suoi saggi raccontano Moltitudini (i fratelli ingiustamente carcerati); l’amore molesto ferrantiano con Io non so raccontare l’amore; i fantasmini del Cimitero Monumentale con Hit parade di lacrime; e infine la vertigine dei grattacieli con La Torre.

TIP: Abolire l’impossibile di Valeria Verdolini per i seriosi; Napolitopor dei Risulei per la natura multiforme del quartiere.

Zona Industriale/Gianturco: contraddittori, punk, attraversati da flussi ondivaghi enormi, non possono che rispondere a Nero Editions, casa editrice che si occupa di post-colonialismo, urbanistica, capitalismo, conflitti, utopie. La Zona Industriale è, in concomitanza con quartieri limitrofi, la zona della Stazione di Napoli Centrale, conosciuta ufficiosamente come Gianturco per via del suo asse viario principale, via Emanuele Gianturco. Se ci teniamo sulla faccia della medaglia che vuole Garibaldi come nodo caldo di stranieri, soprattutto di origine africana e cinese (nel quartiere risiede una numerosa comunità cinese, la terza in Italia dopo Prato e la zona Paolo Sarpi a Milano), barboni e prostitute (però ci sta Mexico che ti fa un grande caffè) non possiamo non urlare Capitalismo Gore leggendo Sayak Valencia.

Però capita ogni tanto di vedere graziose giapponesine vestite di rosa che attraversano Corso Arnaldo Lucci, per cui possiamo virare verso Capitalismo e Candy Crush di Alfie Bown. Se amate la dismissione e l’urbex a Gianturco troverete pane per i vostri denti: l’ex Manifattura Tabacchi ne è un esempio. Avviso: entrare in proprietà abbandonate è illegale e pericoloso, ma qui non ce ne frega un cazzo, come direbbero quelli di Nero Ed.

Gianturco, Gianturco, zona ex industriale di idrocarburi profumata, il quartiere dove non passa nessuno, neanche prima delle elezioni. Il resto di niente, come si suol dire. Qualcuno lo chiama Gianturkistan, però ci sta Officina 99.

TIP: Realismo capitalista di Mark Fisher, ovviamente edito – come i testi citati sopra – da Nero Editions.

San Giovanni a Teduccio: quartiere dalla grande personalità, un po’ incompreso, come Ciuchino di Shrek. Citandolo: “Oh! Non facevo un trip così dall’università!”. E a San Giovanni a Teduccio si fa veramente un trip: ex industrie conserviere importanti come Cirio, Russo, Paudice e Reale; la prima industria ferroviaria d’Italia che serviva la tratta Napoli-Portici; la ex Corradini, fabbrica di armi e acciaieria tra le più importanti d’Italia; e nientemeno che la Apple Academy e la Cisco System. Però con lo sbocco sul mare e con i murales di Jorit.

Insomma un quartiere urbex, industriale, un po’ punk, un po’ berlinese, dall’architettura sporca, ma dal passato pulito: fino al Settecento qui c’erano ben ventotto mulini ed era considerata una zona di villeggiatura d’alto borgo (lo testimoniamo le molte ville nobili presenti, anche se molte abbandonate, come Villa Percuoco, Villa Procaccini, Villa Raiola Scarinzi, Villa Volpicelli, tutte sul Miglio d’Oro). Immagino che, come nelle migliori dimore nobiliari, fatte di intrecci, politica, feste, gossip e promiscuità, qui Wom Edizioni avrebbe trovato grandi personalità (Rachilde di Monsieur Vénus) e qualche testa di cazzo (Vita e opinioni di un cazzo di Alphonse Momas) da inserire nella sua bellissima Collana Rosa. Passato ricco, quindi, e presente ribelle.

TIP: La rivolta degli appesi di B.Traven e Macario dello stesso autore, editi Wom, per patteggiare col diavolo delle industrie in cambio di una parigina del Bar Vela o di una pizza di Donna Carmela.

Bonus isole

Lo so, lo so, le isole fanno comune a parte, però mi sembrava carino abbinare una casa editrice anche per le nostre perle del Golfo.

Capri: Capri la bella, Capri il cuore del jet set, Capri la vip. Scavando un po’ più a fondo però, l’isola non è tutta luccichio e sandaletti ticchettanti nella Piazzetta, è anche l’isola dei suicidi, l’isola dei morti del pittore svizzero Arnold Böcklin, l’isola di Tiberio, la terra delle sirene (come diceva Norman Douglas): se guardi un po’ più a lungo in fondo ai suoi burroni, ti chiamano suadentemente per trascinarti giù. È stata l’isola degli hippies – il film Capri Revolution ce lo ha raccontato benissimo – il rifugio degli omosessuali di tutta Europa nell’Ottocento, qui ci sono passati filosofi, pensatori, scrittori che l’hanno amata e odiata. Anacapri poi è un mistero nel mistero: l’elogio all’ozio e ai segreti. La nostra Siren Land è croce e delizia degli animi irrequieti: William Blake e Gustave Doré qui avrebbero trovato pane per i loro calamai, ma Sorrentino ha ben pensato di nascondere la sua Beatrice in Hanno tutti ragione.
A me Capri dà più l’impressione di un paradiso perduto, citando John Milton, ma se vi affacciate da una delle sue falesie calcaree, forse, un pezzetto di quel mondo magico lo potete ancora intravedere. Grotta Azzurra e Faraglioni tappe obbligate, specie se la visitate per la prima volta, ma cercate di andare oltre (magari non ad agosto) e riuscirete a sentire quanto oscura, erotica, drammatica è l’isola, un po’ come i testi di Es, la collana di volumi erotici curata da Edizioni SE, che ha pubblicato De Sade, Masoch, Restif de la Bretonne, Radiguet.

TIP: Venere in pelliccia di Masoch, ma la versione a fumetti di Guido Crepax: per il glamour e l’anima crudele dell’isola. Per conoscere i misteri di Capri e sostenere una casa editrice locale, consiglio Siren Land di Norman Douglas edito da Edizioni La Conchiglia.

Ischia: se Capri è snob, Ischia è l’isola democratica. L’isola verde, com’è conosciuta, sia per via della sua straripante vegetazione, sia per la sua pietra peculiare, il tufo grigio-verde del Monte Epomeo. A Ischia si vanno a fare le terme, tant’è che ad agosto non ci potrete praticamente mettere piede: viene letteralmente invasa, sia dai turisti che dai napoletani che vanno ad ammollarsi e a scrostarsi l’abbronzatura ai Giardini Poseidon e al Negombo (Igiene dell’assassino, direbbe Amélie Nothomb). La scrittrice belga, fedelissima alla casa editrice Voland che l’ha fatta conoscere al pubblico italiano, dedica quattro ore al giorno alla scrittura e pubblica, per scelta personale, un libro all’anno, alla fine di agosto: un po’ come i villeggianti ischitani.

C’è una leggenda secondo cui a Ischia vi è una delle porte d’ingresso per il centro della terra (ne sarebbe stato felice Jules Verne), l’Eremo di San Nicola: pare sia abitata da una popolazione misteriosa aliena, gli Agharti, cui apparterrebbero anche gli ufo periodicamente avvistati in giro per il mondo, Ischia compresa. Capito? Chi se la sarebbe mai aspettata questa svolta sci-fi. E ci mettiamo pure un poco di mitologia: la spiaggia di Citara sembra aver dato i natali, dalla spuma del mare, niente meno che alla Dea Venere. Insomma, Stupori e tremori, come direbbe ancora Nothomb.

TIP: dell’autrice vi ho già consigliato un paio di libri, ma possiamo aggiungere Dove i cani abbaiano in tre lingue di Ioana Pârvulescu, perché a Ischia si parlano tanti dialetti quanti sono i comuni, e ovviamente Il Maestro e Margherita (da cui trae il nome la casa editrice Voland) dell’indiscusso genio Michail Bulgakov. Sia mai che mentre andate al Negombo in infradito incontriate Behemoth in costume da bagno. Ce lo vedo.

Procida: la sorellina minore, era l’isola del turismo lento prima che diventasse famosa per essere stata Capitale della Cultura nel 2022, quasi quanto le sorelle maggiori. Ma poi sarà vero? Elsa Morante ci aveva già ambientato L’isola di Arturo e Massimo Troisi ci aveva girato Il postino.

Procida è una bomboniera Thun a forma di angioletto paffuto, ma insomma, una foto da influencer da Terra Murata con vista sulla Corricella non ce la vogliamo fare? Mi raccomando, di spalle, petto e culo in fuori, e possibilmente con un lungo vestito svolazzante. Poi scendete a andate a prendervi una bella lingua di Procida, il dolcetto tipico a forma allungata dell’isola. Ma poi lo sapete che anche Procida ha i suoi faraglioni? Eh sì, sulla costa ovest, presso la spiaggia di Ciraccio (che, se inclinate la mappa di 45° in senso orario, sembra il dorso di un gatto con la coda rigogliosa). Ci avete mai fatto caso alla forma di Procida? Mi prendo questa licenza poetica, un po’ come si fa quando si vuole indovinare la forma delle nuvole.

Nonostante la sua verve giovane, frizzante, Procida rimane un’isola, quindi conserva un po’ della sua natura malinconica: lo sanno bene gli amici di Marcos y Marcos, casa editrice milanese, che pubblica perle da decenni ma – un po’ come questa piccola isola – non ha la fama che meriterebbe.

TIP: Ovviamente non posso che consigliare Ho paura torero di Pedro Lemebel e Quarantanove poesie e altri disturbi di Cristina Alziati perché le isole come Procida sono il posto giusto per la poesia. Entrambi dalla Collana Gli Alianti.

Prec.

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Comments 1

  1. Football predictions says:
    1 mese fa

    Questa guida è un vero spasso, un vero trip per chi vuole sfidare la noia napoletana… o peggio, lAirbnb che si fa patrimonio UNESCO a San Lorenzo. Il Vasto che vende tutto e il Poggioreale che ti fa saltare di isola in isola tra muri e grattacieli. Poi cè Capri, lisola dei suicidi e dei sandali, che chiede pane per i denti a chi vuole glamour e mistero. Bravissimi! Sarebbe bello vedere i testi di Valeria Verdolini o di Wom Edizioni raccontare questi quartieri così. Che sia un rifiuto di Talhatimutte per la discesa in thesea!

    Rispondi

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