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Il Titanic come metafora della modernità: la raccolta di poesie di Fondane

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
29 Aprile 2026
in Billy
Tempo di lettura: 4 minuti
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Quando si prova a cercare su internet “poesie Titanic” viene fuori un ventaglio di risultati infinito, a testimonianza dell’impatto che la tragedia della nave più famosa al mondo ebbe sull’immaginario delle persone, allora e ancora oggi. Quando il Titanic affondò, il 15 aprile del 1912, Benjiamin Fondane aveva quattordici anni. Monique Jutrin, nella postfazione di questo testo, fa giustamente notare che dovette rimanere parecchio impressionato dall’evento a tal punto che, nella sua poesia, il destino di questa nave finì col diventare emblematico.

Titanic (Castelvecchi, 2026) è una raccolta di poesie dell’autore – filosofo e scrittore rumeno naturalizzato francese, tra le vittime dell’Olocausto perché fu deportato e morì ad Auschwitz nel 1944 – che ha per fulcro centrale l’evento della nave che affonda come metafora della modernità. La nave è chiaramente un simbolo: grande, potente, costosissima, un prodigio della tecnologia, inaffondabile. E però, come ben sappiamo anche grazie al film di James Cameron, per quanto potesse essere perfetta e quasi divina, affondò eccome. Nonostante le promesse, nonostante la fiducia che le persone vi avevano riposto.

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Ecco, le poesie di Fondane assecondano la parabola del Titanic rappresentandola come lo specchio dell’uomo moderno: la nave costruita per essere veloce, organizzata, inattaccabile, diventa metafora di un’umanità che credeva di poter conquistare ciò che voleva, ma che viene tradita dalla sua stessa superbia. Il viaggio dell’uomo del Novecento che marcia convinto di dominare il mondo e alla fine incontra solo la morte e il vuoto.

Questo parallelismo viene rinforzato dai temi trattati nelle poesie: la fragilità del progresso, l’angoscia esistenziale (tipica della letteratura del secolo scorso – ma, mi viene da dire, anche di questo), la solitudine collettiva e, non meno importante e incisivo, il presagio storico, ovvero l’avvento delle due guerre mondiali (Fondane, che era di origine ebraico-romena, qui fa la parte del profeta).

Il volume non presenta le poesie come una singola lirica breve, ma come un poema stratificato, frammentato, dallo stile feroce e lucido, come se l’autore fosse presente al momento del disastro e avesse avuto in mano una macchina fotografica per catturare immagini ferme e immortali, dei lampi di luce che, tradotti in parole, collidono (mi piace utilizzare questo termine) con la fantasia del lettore.

Credete che basti nascere per cantare,
e morire per vivere?
Sono nato dalla carne come il vino del diavolo
sgorgato dai fori praticati su un tavolo
sono nato dal nulla,
e tuttavia, più tardi nella carne della donna
ho cercato quella cosa amara e intricata,
l’oscura voluttà che mi ha aperto gli occhi.
Ma come questa carne diventa spirito, lo so io,
come si trasforma il latte in parole
e il sangue in angoscia
e come la materia si muta in disperazione?
Fluttuavo spensierato sui fiumi del sangue
– quale pescatore impigliò la lenza alla mia doratura
per gettarmi in una rete sporca e umida
con altri viventi, prigionieri come me,
ridestatisi come me nella peggiore delle solitudini,
privati del loro ambiente salino?
Esco sul balcone e grido: Fermatevi!
Chi ricorda ancora il suo paese natale?
Questa terra non è nostra
la luce non è che una gabbia
e il tempo nient’altro che un frusta,
siamo solo degli schiavi
cantano, forse, i nostri attrezzi,
canta il lavoro
e i nostri polmoni gemelli respirano in eterno?
Ricordo: abitavo nel paese delle pigrizie,
i maelström vi cantavano sulle rive.
Dei grandi uccelli di sogno deponevano lì le loro uova
di fuoco e d’acqua impastate.
(poesia IX pp. 76-7)

Le poesie non seguono un filo dritto e coerente – non seguono la classica struttura narrativa inizio/svolgimento/fine – ma procedono per scene: scene urbane, immagini del porto e del viaggio, la folla e le macchine, le merci, e poi i sentimenti, la preghiera e la paura, le allusioni al naufragio, tenute insieme da pensieri e meditazioni di tipo esistenziale (come si nota anche dalla poesia precedente).

Se il Titanic, come campione del progresso tecnologico, viene demolito da Fondane – e, per espandere il concetto, viene demolito come la formula “progresso = salvezza” – ciò che resta è la sensazione di aver sperato a vuoto, di avere stretto nelle mani un pugno di mosche. Le poesie, ad esempio, sono piene di descrizioni di rumori meccanici, a dare l’illusione di vita e produttività, ma se leggiamo attentamente si tratta di espressioni vacue, vuote, senz’anima. Qui sta la metafora della modernità che produce molto, che fa tanto rumore, ma che infine non lascia nulla all’uomo.

Una delle intuizioni più felici del testo, inoltre (si conferma la natura profetica dell’autore), è trattare il commercio – quello che oggi chiamiamo capitalismo – come una religione, un culto: gli uomini sembrano aver abbandonato la morale, la decenza, per inginocchiarsi a un altro altare, quello del denaro e del consumo, che si rivelerà traditore.

In sintesi, le poesie di Fondane riassumono quel mal di vivere che, nel suo caso, era anticipato e non ancora pienamente vissuto (la raccolta uscirà per la prima volta nel 1937, poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale), ma non per questo meno inteso o doloroso. È contemporaneamente un poema sulla modernità e una critica sociale, una satira del progresso, un’elegia dell’uomo smarrito.

Una raccolta che sorprende per la sua attualità e che è invecchiata (purtroppo per noi, perché significa che non siamo affatto migliorati nel corso di quasi cent’anni) benissimo.

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