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Il naufragio del Peloponneso e i crimini dell’Europa

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
16 Giugno 2023
in Il Fatto
Tempo di lettura: 5 minuti
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Non è legno pregiato dell’Honduras quello che al largo di Pylos, nel Peloponneso, affiora dalle acque dell’Egeo. Non suona questo legno scheggiato, non diventerà chitarra: toccherà il fondale o, forse, raggiungerà la riva. Sarà bara o croce. Sarà legno e basta. Sarà funerale per chi non è Stato.

È la legge del Mediterraneo. È la legge dei dimenticati, dei reietti, dei nessuno. È la legge che legge non conosce. Quella che, a poco meno di quattro mesi dalla strage di Cutro, lascia che un’altra imbarcazione si rovesci. 750 persone.

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È il 13 giugno, sono le prime ore del mattino. Dopo cinque giorni di viaggio – racconta Nawal Soufi, attivista per i diritti umani e collaboratrice volontaria durante la fase di soccorso dei migranti – l’acqua è finita, il conducente dell’imbarcazione li ha abbandonati in mare aperto. A bordo ci sono già sei cadaveri. I migranti non sanno dove si trovano ma, grazie alla posizione istantanea del telefono satellitare, Nawal – che intanto è stata contattata da chi sa come finirà questa storia – riesce a ottenere la loro posizione esatta e ad allertare le autorità competenti.

La situazione si complica quando una nave si avvicina all’imbarcazione, legandola a sé con delle corde e lanciando bottiglie d’acqua. I migranti hanno paura: temono che la barca si rovesci, che la sete – ormai troppa – possa scatenare delle risse a bordo, che l’istinto di sopravvivenza si scontri con un altro istinto, a suo modo, anch’esso legato a un’esigenza di conservazione. Per questo si allontanano appena dalla nave, per evitare un naufragio sicuro.

Durante la notte, la situazione si fa più drammatica: i migranti sono confusi, non capiscono, hanno paura che questa non sia un’operazione di soccorso ma un modo per mettere le loro vite ancora più in pericolo. «Sono rimasta in contatto con loro fino alle 23 ore greche, cercando di rassicurarli e di aiutarli a trovare una soluzione. Per tutto il tempo mi hanno chiesto cosa avrebbero dovuto fare e io continuavo a dire che i soccorsi greci sarebbero arrivati. In questa ultima chiamata, l’uomo con cui parlavo mi ha espressamente detto: “Sento che questa sarà la nostra ultima notte in vita”». Il racconto di Nawal è così sincero da provocare un forte senso di colpa.

A questo punto, non c’è più alcuna intenzione di continuare il viaggio verso l’Italia. Le persone a bordo non saprebbero come arrivarci, nessuno sa condurre l’imbarcazione. «È mai possibile che la fuga dei migranti dallo stato di pericolo in cui si trovavano sia stata interpretata dalle autorità greche come fuga dal soccorso? Queste sono domande a cui io non posso rispondere, ma posso testimoniare che queste persone hanno sempre chiesto di essere salvate da qualsiasi Paese» continua Soufi. A risponderle saranno proprio i greci: «I migranti non volevano essere soccorsi». Ma come può qualcuno che scappa da morte certa volerne trovare un’altra? Perché avrebbero dovuto rifiutare di essere salvati? E, se così fosse stato, con quale indifferenza tutti coloro che sapevano hanno scelto un naufragio a un salvataggio coatto?

Al momento in cui scriviamo, i morti accertati sono 79, ma sappiamo bene che è soltanto un altro numero in aggiornamento e che, con quasi assoluta certezza, supereremo ancora le centinaia di vittime, come centinaia erano i bambini a bordo secondo i pochi superstiti. «In che lingua devo rispondere ai familiari dei morti? Quali parole devo usare? Ho passato una vita a portare avanti questa missione e non ho mai imparato le parole giuste da dire a una madre che perde un figlio. […] Le loro voci sono impresse nella mia mente… Decine e decine di chiamate, pianti, urla…».

Quando sei a 47 miglia dalla costa, sei quasi arrivato. Lo sapeva Frontex, lo sapeva Alarm Phone, lo sapeva la guardia costiera greca. Non è intervenuta, non ha voluto. Così come, al largo di Cutro, non è intervenuta l’Italia che da giorni piange Silvio Berlusconi e nemmeno si è accorta di questa tragedia. Basta sfogliare le prime pagine dei quotidiani per rendersi conto che i tempi sono cambiati, che ormai i morti in mezzo al mare non suscitano più interesse. Figurati se lo fanno mentre si beatifica chi quest’Italia l’ha ridefinita a sua immagine e somiglianza, chi per primo – con la Bossi-Fini che guai a chi la tocca – ha reso illegale i disperati tentativi di gente disperata.

La morte non è una livella, Totò si sbagliava. 750 migranti non valgono un Berlusconi. Non hanno nomi, non hanno volti, non hanno passato. Sono massa indistinta, carico residuale, il prezzo da pagare per preservare l’anima europea. Ma quale anima. Ma quale Europa.

Ore di continue richieste di aiuto inascoltate sono un’omissione di soccorso. Sono una procurata strage. E, così, seicento vite si sono perse in fondo al più grande cimitero del mondo. Non saranno persone, non saranno morti, non saranno niente. Migranti in transito: i documenti ufficiali li chiameranno così. In transito tra l’inferno libico e l’abisso profondo della disumanità.

L’8 giugno, il Consiglio dei Ministri dell’Interno europei ha trovato un accordo per riformare le procedure di frontiera e la gestione dell’asilo per coloro che arrivano in UE. Le regole – che dovranno essere discusse dal Parlamento – sostituiranno il vecchio regolamento di Dublino, pur restando invariato il principio secondo cui il primo Stato di ingresso in Europa è responsabile delle domande di asilo.

I Paesi di frontiera, dunque, continueranno ad avere più oneri e più a lungo perché aumenta il periodo di responsabilità che gli stessi Stati avranno dei migranti (da dodici a ventiquattro mesi). Per questo la discussione si è accesa, come prevedibile, tra Italia e Germania, con la prima che – su carta – ne è uscita vincitrice. L’obiettivo era la possibilità di effettuare respingimenti e rimpatri anche verso i Paesi di transito, la cui definizione di sicurezza diventa a discrezione degli Stati membri. In Europa, dunque, mentre la vita prova resistenza, muore il diritto d’asilo. Muore lo stato di diritto. Muore, anche, la Convenzione di Ginevra.

La procedura di frontiera rischia di diventare procedura sommaria. Rischia, inoltre, di sovvertire il concetto di Paese terzo sicuro: basterà un accordo bilaterale, basterà pagare, basterà vendere uomini e donne come nella peggior tratta degli schiavi. In fondo, lo facciamo da tempo con la Libia, con la Turchia, lo faremo ora anche con la Tunisia. Eppure, i tanti naufragi, gli altrettanti sbarchi, dovrebbero insegnare all’Europa che non sono i divieti a fermare chi non vuole morire.

Da tempo, la geografia delle rotte migratorie si adegua al clima propagandistico e normativo dell’UE, che rende le traversate sempre più complesse e pericolose. Così, mentre si investe in sistemi di sicurezza sofisticati, si alzano muri e finanziano dittatori, sono trafficanti e mafie ad approfittare della disperazione delle persone migranti cercando nuovi profitti e battendo nuove strade. Loro, ma non solo loro.

Eppure, tutto ciò a cui ci riduciamo è questo. A fare un’asta. A pagare i dittatori. A costruire lager. E, quando niente serve, lasciamo al mare l’onere di pulirci la coscienza. Ma i morti non si lavano via. Il legno resta. Sul fondo o sulla battigia. «Le urla di questi bambini non sono arrivati nelle istituzioni UE?» si domanda Nawal Soufi. Intanto, il Primo Ministro ad interim greco, Ioannis Sarmas, ha annunciato un periodo di tre giorni di lutto nazionale per le vittime di quella che chiamano tragedia ma è una strage. Ci si chiede con quale coraggio. Almeno l’Italia ci evita la pantomima.

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