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Pier Paolo Pasolini e l’Italia dello sviluppo senza progresso

Vincenzo Villarosa di Vincenzo Villarosa
9 Novembre 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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Che cos’è lo sviluppo? E cos’è il progresso? Negli Scritti corsari della prima metà degli anni Settanta del secolo scorso, il poeta e artista Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975) sottolineava l’importanza che avevano assunto quelle due parole nella discussione pubblica e la confusione che emergeva dalla riflessione intellettuale sia nel pensarle come descrizione di due momenti diversi dello stesso fenomeno sia nel considerarli come espressione di fenomeni opposti. E le cose si complicavano quando si intuivano le articolate e contraddittorie relazioni fra questi due termini e i processi economico-sociali e culturali a cui rimandavano.

La parola sviluppo, in genere, si riferisce al processo economico e sociale che avviene in un territorio o anche nel sistema mondiale e, in generale e soprattutto con l’avvento dell’epoca moderna, a quel cambiamento che si è verificato con il passaggio da una società agricola basata sulle risorse naturali e il loro sistematico sfruttamento, a quella incentrata sull’industria e il settore terziario dei servizi a essa collegata. Il termine progresso, invece, sta a indicare l’elevazione umana e morale, legata a una concezione della storia concepita come lineare miglioramento dell’esistenza a cui approdano gli esseri umani e le comunità societarie grazie al rafforzamento delle basi materiali e, quindi – con un passaggio logico e consequenziale dato per scontato –, delle sue espressioni sociali e persino spirituali.

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Parlando della società italiana, Pasolini rifletteva sulla volontà degli attori sociali che erano a favore dello sviluppo: gli industriali che producono beni superflui, in primo luogo, ma poi anche i consumatori di quei prodotti, irrazionalmente e inconsapevolmente d’accordo nel volere lo “sviluppo”, che significava, nell’immediato cambiamento quantitativo della loro vita quotidiana, una visibile promozione sociale. Questa si esprimeva, comunque, nell’abbandono di quei valori culturali legati a un’esistenza di miseria e al risparmio ricavato dall’attività lavorativa. La “massa” è dunque per lo “sviluppo”, argomentava il poeta, per motivi esistenziali e diventa portatrice dei nuovi valori della società consumista.

Il progresso, invece, è voluto da quelli che non hanno interessi immediati da soddisfare, ma si battono per la qualità della vita e delle relazioni umane, vale a dire da operai, contadini e intellettuali di sinistra: chi lavora e chi dunque è sfruttato. Il “progresso” è dunque una nozione ideale (sociale e politica), continuava Pasolini, in un passaggio elementare nel senso positivo di definizione delle condizioni di base di un discorso sulla complessità del reale, là dove lo “sviluppo”, invece, è un fatto pragmatico ed economico.

In termini di ideologia e di azione politica, in riferimento soprattutto alla società italiana, è la destra – che spesso lo scrittore definiva, senza mezzi termini, clerico-fascista – a volere e a fare concretamente lo sviluppo, mentre è il progresso a cui mira la sinistra. Per raggiungere il potere, tuttavia, quest’ultima finisce per volere quello sviluppo, realizzato dall’industrializzazione e rappresentato dall’espansione economica e tecnologica borghese. Nel sistema capitalista, insomma, è possibile il progresso soltanto se si pongono le basi strutturali costituite dallo sviluppo, così come viene realizzato nel tempo storico in cui si vive e dai detentori del potere economico, sociale e politico che governano la cosa pubblica.

Tutte qui sono, in effetti, la realtà e le contraddizioni delle condizioni economico-sociali, della prassi politica e della cultura che hanno prodotto quella mutazione antropologica presente nella storia italiana di cui parlò Pier Paolo Pasolini in una serie di interventi apparsi fino a un mese prima della sua tragica uccisione – avvenuta nella notte tra il 1° e il 2 novembre del 1975 sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia – sulle pagine del Corriere della Sera e della rivista Il Mondo, e uscite postume nel volume Lettere luterane (Einaudi, 1976).

In Italia, più che in altri Paesi, vi è stato quello sviluppo senza progresso, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, nel quale gli italiani furono gettati nel vortice dei processi di individualizzazione e di modernizzazione tipici dell’età contemporanea con il passaggio dalla società tradizionale e contadina a quella dominata dall’industria e dall’urbanizzazione. Nella vita frenetica delle città, gli esseri umani agiscono, quindi, secondo le logiche del mercato, in una società conformista definita dal poeta come penitenziario del consumismo, dove regna l’omologazione dei valori, spesso spacciata per emancipazione sociale. Un’illusione provocata anche grazie alla falsa rappresentazione della realtà promossa dalla televisione, che era stata ingenuamente definita, al suo apparire, come quella finestra sul mondo che avrebbe mostrato agli spettatori le meraviglie dello sviluppo e del progresso.

Dure furono le parole del poeta, nel parlare di tutta la classe politica, ma in particolar modo della Democrazia Cristiana, con il suo ambiguo e, in alcuni casi, pseudo-democratico uso del potere. La sua indignazione lo portava a scrivere che l’Italia è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue, mentre i cittadini erano l’immagine della frenesia più insolente ed era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti. Lo sviluppo diventato fine a se stesso e non mezzo per il benessere sociale, insomma, ha portato addirittura al regresso rappresentato dal degrado morale, sociale e dell’ambiente naturale. E l’errore si è trasformato in orrore.

Dagli anni Settanta della profetica analisi pasoliniana ai nostri giorni, nel tempo dominato dall’informazione televisiva e da quella che scorre sulle pagine digitali dei social network, in un’Italia sempre più in crisi, assistiamo increduli all’invocazione dei pieni poteri da parte di un ministro di una democrazia parlamentare, mentre dalle regioni artiche e dall’Amazzonia in fiamme arrivano le immagini dell’inferno sulla Terra, causato dall’irresponsabile e non sostenibile sviluppo infinito su di un pianeta dalle risorse grandi ma finite.

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Comments 1

  1. Gianfranco says:
    3 anni fa

    bellissimo articolo che riapre la discussione su ideali e obiettivi politici delle parti. peccato per la chiusura.
    grazie da Gianfranco

    Rispondi

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