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Un muro contro i migranti: l’Europa si spacca (ancora)

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
14 Ottobre 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 6 minuti
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Un muro contro i migranti: è questa la richiesta, passata sin troppo in sordina, che dodici Paesi dell’Unione Europea hanno avanzato a Bruxelles la scorsa settimana. L’obiettivo formale è l’introduzione di nuovi strumenti che permettano di evitare, piuttosto che affrontare in seguito, le gravi conseguenze di sistemi migratori e di asilo sovraccarichi e capacità di accoglienza esaurite, che alla fine influiscono negativamente sulla fiducia nella capacità di agire con decisione quando necessario. Quello celato – ma già ben noto –, invece, è il tentativo di minare alla stabilità dell’Unione e la ridefinizione del Vecchio Continente nell’avanzare degli estremismi.

Con la rinnovata emorragia afghana e il perdurare di crisi umanitarie, in particolare nel vicino Medio Oriente, i richiedenti hanno così formulato l’ipotesi di un finanziamento per la costruzione di barriere fisiche che – dicono – sembrano essere un’efficace misura di protezione che serve gli interessi dell’intera UE, non solo dei Paesi membri di primo arrivo. Pertanto – hanno precisato – questa misura legittima dovrebbe essere finanziata in modo aggiuntivo e adeguato attraverso il bilancio UE come questione urgente. Quella dei muri, ovviamente, è soltanto una delle nuove scelte che ritengono l’Europa debba fare in materia di immigrazione, un tema che da tempo tiene gli Stati membri su fronti opposti, affatto intenzionati a trovare una soluzione comune.

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A rispondere alla richiesta è stato il Commissario Europeo agli Affari interni Ylva Johansson che ha parlato di forti pressioni migratorie – alludendo all’aggressione di Lukashenko, all’aumento degli arrivi attraverso il Mediterraneo e alla rotta atlantica, ma anche all’aumento di movimenti secondari – e, quindi, della necessità di fare progressi sul Patto sull’immigrazione e l’asilo, in stallo dallo scorso anno sulle scrivanie degli alleati. Non ha negato, tuttavia, la possibilità dei singoli Stati a procedere nella direzione segregazionista, seppur senza il supporto comunitario. Dichiarandosi favorevole al rafforzamento della protezione dei confini esterni dell’Unione, infatti, il Commissario ha soltanto bocciato l’idea di un finanziamento UE, ma non la possibilità, per ciascuno, di agire da sé. Parole, le sue, che rischiano di trasformarsi in un pericoloso lasciapassare, soprattutto se firmatari della lettera sono quei dodici che già da tempo scuotono le fondamenta dell’Europa.

Parliamo, infatti, di Paesi quali Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituana, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Slovacchia, i cosiddetti frugali e sovranisti – a esclusione della Danimarca, guidata da un governo di centrosinistra – che da tanto attentano ai valori dell’Unione con politiche interne ed estere che poco spazio lasciano ai diritti sanciti a livello comunitario. Nella stessa direzione si muove anche quest’ultima trovata, licenziata da troppi come paradossale, ma ben più strategica di quanto sembri.

È abbastanza chiaro, infatti, che i sottoscriventi non si aspettassero una risposta positiva, eppure la loro richiesta va a stressare ulteriormente i rapporti tra gli Stati membri anche, e soprattutto, in vista del prossimo Consiglio Europeo, fissato per fine ottobre, quando all’ordine del giorno vi sarà proprio la questione migratoria. L’obiettivo sostanziale, dunque, pare più il tentativo di porre un veto alla ridiscussione delle politiche di accoglienza, come spesso richiesto da Paesi quali Italia e Spagna – che, più di altri, vivono l’emergenza – anziché una reale domanda di finanziamento che, per ovvi motivi, non avrebbe mai potuto ricevere esito favorevole. Come se non bastasse, la richiesta – pretestuosa ma efficace – arriva da quegli stessi leader che, già da ben prima che questa fosse avanzata, stanno provvedendo a erigere barriere per motivi di sicurezza.

Stando a uno studio reso noto nel 2019, disseminati in tutto il pianeta, ci sarebbero circa settantasette muri, di cui settanta già eretti e sette in costruzione. Divisori pensati per tenere separati etnie e interi Paesi o per fermare i flussi migratori. Due anni dopo la pubblicazione della ricerca, quantificarli è ancora più difficile: quel che è certo è che alla resa del Berliner Mauer i muri erano appena sedici, gli altri sono stati realizzati dopo, in modo particolare in Europa dove, secondo un rapporto del Transnational Institute, i confini si sono intensificati soprattutto negli ultimi cinque anni. I motivi sono molteplici: dallo spostamento di massa di numerosi gruppi di persone alla repressione, dai conflitti all’impoverimento, senza dimenticare l’ascesa delle politiche securitarie sulla scia dell’11 settembre, l’instabilità economica e sociale e il collasso finanziario in seguito al 2008.

Eppure, denuncia lo studio, il vero interesse consisterebbe nel business della costruzione: basti pensare che, in termini di estensione, l’Unione Europea ha innalzato l’equivalente di sei muri di Berlino sulla superficie terrestre e di ventinove su quella marittima per un totale di quasi un miliardo di euro. Non soltanto muri fisici, però: numerosi e remunerativi sono pure i cosiddetti muri virtuali, vale a dire tutti quei sistemi di monitoraggio e pattugliamento dei confini coadiuvati dalla tecnologia con radar, droni e telecamere di sorveglianza, ognuno volto a impedire il libero accesso in Europa.

In ordine cronologico, ultimi a voler costruire delle barriere sono propri alcuni degli Stati firmatari, i Paesi Baltici e la Polonia, che in queste settimane si ritrovano vittime degli attacchi del dittatore bielorusso che sta spingendo i migranti al confine minacciando l’Unione Europea. Una mossa che anche un altro dittatore, Recep Tayyip Erdoğan, aveva fatto sua lo scorso anno, aprendo le frontiere per lasciar passare centinaia di migliaia di disperati in fuga. All’epoca, le Nazioni Unite avevano parlato di circa 900mila persone, tra cui moltissimi bambini, in marcia nel cuore del gelo siriano per sfuggire all’offensiva di Bashar al-Assad. Giunte al confine, però, avevano trovato la polizia greca ad attenderle, a impedire loro di accedere alla civile Europa.

Anche lì, al confine greco-turco, campeggiano oggi quaranta chilometri di barriere. Anche lì, nelle zone remote che uniscono la Turchia alla Grecia, in particolare nell’area compresa tra la città di Edirne e quella di Kastanies, nella porzione di territorio delimitata in gran parte dalle fredde acque del fiume Evros e da una recinzione artificiale che circoscrive il bosco dove spesso si rifugiano e muoiono i migranti, le autorità di Atene hanno pensato di installare delle barriere sonore, apparecchi acustici in grado di emettere rumori a un altissimo numero di decibel per ostacolare il passaggio.

La zona dei Balcani, in effetti, è quella più interessata dai muri: ne sono sorti tra Slovenia e Croazia, tra Macedonia del Nord e Grecia, tra Serbia e Ungheria. Il più lungo, a oggi, corre alla frontiera tra Bulgaria e Turchia e misura 235 chilometri. Lettonia, Estonia, Russia, Cipro vantano già altre recinzioni. Anche la Spagna, sull’altro versante, sta rinforzando reti e filo spinato a Ceuta e Melilla. La Francia ha intenzione di blindare il porto di Calais.

Quando nel 2015 Viktor Orbán decise per primo di costruire un muro per impedire ai profughi siriani e afghani di entrare in Europa, a tutti sembrò un brusco ritorno al passato: a quasi venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino, il Vecchio Continente si riscopriva diviso, anche fisicamente. Ignorava, tuttavia, quanto quel gesto si sarebbe rivelato come uno spartiacque, qualcosa da cui non sarebbe più tornato indietro. Da allora, infatti, il cosiddetto blocco di Visegrád (Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Slovacchia) si è opposto in maniera compatta alla riforma del sistema di asilo europeo, imponendo un approccio nazionalista alla gestione dei flussi migratori. Sei anni dopo, a quei quattro, si sono aggiunti altri otto Paesi e tanti altri sono pronti a farlo, quantomeno negli ideali. L’Europa, però, continua a non agire. Continua a non condannare.

A pochi mesi da quel 9 novembre che avrebbe cambiato la storia, Peter Schneider, celebre scrittore tedesco, si chiese: La vita senza il Muro pone soprattutto questa domanda: riusciremo a vivere senza un nemico?. Il suo interrogativo sembra ogni giorno trovare la stessa risposta: no, non ci riusciremo.

Prec.

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