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Il Fatto

SOS Humanity 1: sbarco selettivo e umanità residuale

Quanto cinismo ci vuole per scegliere chi salvare tra i sopravvissuti. Quanto cinismo ci vuole per catalogare la sofferenza. Quanto cinismo ci vuole per dire tu sì, tu no, tu resti qua. Me lo chiedo da ore, ma non trovo risposta. A Catania, città di mare, il disco rotto della propaganda suona, ma fa solo rumore. Ferma, in un porto che non accoglie, la SOS Humanity 1 chiede lo sbarco dei migranti salvati dalle acque della morte. L’Italia si fa mercato degli schiavi.

Un tempo, per la Bestia salviniana, 35 erano gli euro che un immigrato ci costa al giorno. Oggi, sono gli uomini che non possono entrare in Italia. Occhi, pelle, cuori lasciati a bordo della ONG secondo criteri di accoglienza selettiva che in questo Paese ancora non si erano mai visti. Il pugno duro, la voce grossa, un caso internazionale – e prossima, certa, condanna – per 35 persone. Praticamente, una delle nostre tante classi pollaio. 35 respinti per un po’ di consenso.

Su 179 migranti, a sbarcare, sono stati in 144. Donne incinte, minori (102), uomini fragili. Persone ritenute più vulnerabili di altre, nonostante tutte abbiano subito violenze e abusi di ogni genere già in Libia, già nei lunghi giorni in nave in attesa di un porto sicuro che non è mai stato indicato. Un’indifferenza, tramutatasi in illegalità, in spregio ad almeno tre trattati internazionali ratificati dall’Italia: la Convenzione Solas, la Convenzione di Amburgo e la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. C’è, poi, l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, violato, ancora una volta, per quello che si configura come un respingimento collettivo. Una sorta di selezione innaturale secondo cui non tutti son degni di essere accolti, di sopravvivere, di sentirsi umani.

Questo nuovo capitolo di (anti)politica migratoria era iniziato ad appena poche ore dall’insediamento del governo di Giorgia Meloni, in particolare con l’arrivo di Matteo Salvini al Ministero delle Infrastrutture e con l’omonimo Piantedosi al Viminale che preannunciavano il rispetto di regole e confini. In quei giorni, al largo delle coste libiche, c’erano già la Ocean Viking e la SOS Humanity 1 con a bordo centinaia di migranti. Che sarebbero approdate in Italia era soltanto questione di nodi.

Il Ministro dell’Interno aveva, così, giocato d’anticipo firmando – su sollecitazione del Vicepremier forzista Antonio Tajani – una direttiva indirizzata ai vertici delle forze di polizia e al comandante generale della guardia costiera, con la quale aveva spiegato che gli interventi delle due imbarcazioni impegnate nel soccorso in mare erano avvenuti in piena autonomia e in modo sistematico, senza ricevere indicazioni dall’Autorità statale responsabile di quell’area SAR.

Le condotte delle ONG incriminate, quindi, erano state definite non in linea con lo spirito delle norme europee e italiane in materia di sicurezza e controllo delle frontiere e di contrasto all’immigrazione illegale. Addirittura, citando l’articolo 19 della Convenzione internazionale delle Nazioni Unite sul diritto del mare, si era scritto che il passaggio delle due imbarcazioni avrebbe potuto essere considerato pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero, aprendo alla possibilità di divieto di ingresso nelle acque territoriali. Divieto concretizzatosi nella giornata di sabato con un decreto interministeriale (Interno, Infrastrutture e Difesa) che ha interdetto l’entrata in Italia alle navi umanitarie e concesso alla Humanity 1, già vicina a Siracusa a causa del maltempo, di avvicinarsi per far sbarcare, dopo i dovuti controlli, solo alcuni dei migranti a bordo. Per gli altri – al momento – non si offrono soluzioni.

E non se ne offrono – perché non ce ne sono – nemmeno per i migranti che resteranno intrappolati sulla Geo Barents, la nave di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere attraccata nella giornata di domenica con a bordo 572 naufraghi al momento al vaglio vulnerabilità. Non un caso isolato, dunque, quello della SOS Humanity 1. Non un’esultanza irripetibile quella di Victor Orbán, che ringrazia Giorgia Meloni per aver protetto i confini d’Europa. Lui che, ogni inverno, li riapre per minacciare Bruxelles in cambio di miliardi di euro. Quanto cinismo ci vuole per scegliere chi salvare tra i sopravvissuti. Quanto cinismo ci vuole per catalogare la sofferenza. Quanto cinismo ci vuole per dire tu sì, tu no, tu resti qua. Si spiega soltanto così, a suon di quattrini.

Gli sbarchi selettivi rappresentano un pericoloso precedente: giuridico, propagandistico e disumanizzante al contempo. Arbitrario, soprattutto. Come si può valutare la fragilità di un individuo che, dopo una lunga ed estenuante traversata, non ha ancora la possibilità di toccare terraferma? Quali sono i parametri per dichiarare qualcuno immeritevole di diritto di asilo, per giudicarlo dopo una sommaria valutazione a bordo di una nave carica di tensione e dolore?

«Abbiamo applicato la legge, i famosi Decreti Sicurezza rivisitati, ma che sono rimasti sostanzialmente nel loro impianto» ha spiegato Matteo Piantedosi. «Vogliamo affermare un principio a prescindere dal caso concreto e lanciare un messaggio ai partner. La condivisione deve esserci non a sbarco avvenuto, la presa in carico deve partire subito». Eppure – fa notare l’europarlamentare Pietro Bartolo – se si vuole la redistribuzione automatica dei migranti si vota, nelle sedi opportune, la modifica del Regolamento di Dublino, non si fa propaganda sulla pelle delle persone.

Condivisione. Partner. Presa in carico. Anche il Ministro Piantedosi, come i suoi colleghi di governo, non cita mai gli esseri umani. Addirittura, li chiama carico residuale. Non persone, non sentimenti, non traumi, nemmeno oggetti. Una massa informe che va depositandosi sul fondo della nostra umanità. E, invece, sono uomini e donne. Sfuggiti, tutti, ai lager libici che – guai a dirlo – il nostro Paese finanzia profumatamente dal 2017 e continuerà a finanziare anche per i prossimi tre anni dopo il tacito rinnovato accordo di questa settimana tra Roma e Tripoli. Cosa ne è, dunque, della Costituzione che vincola l’Italia all’ordinamento comunitario e agli obblighi internazionali? Cosa ne è della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e del Testo Unico sull’immigrazione che sanciscono il principio di non respingimento?

Il decreto interministeriale di deriva disumana e illegale presenta non pochi vizi di incostituzionalità. Soprattutto, si scontra con l’articolo 53 della Convenzione di Vienna secondo cui è nulla qualsiasi legge in contrasto con una norma imperativa di diritto internazionale. In parole povere, la sua applicazione non sarebbe nemmeno vincolante, se solo qualcuno si degnasse di guardare oltre il proprio naso elettorale. Oltre gli interessi di partito e di propaganda, anche di chi oggi finge indignazione.

La colpa di quanto sta succedendo in queste ore, infatti, non è soltanto di Salvini e Piantedosi, con il benestare di Giorgia Meloni. È di tutti coloro che in questi anni avrebbero potuto ma non hanno voluto ridiscutere le politiche migratorie affinché l’Italia non risultasse un Paese ostile ai migranti e l’Europa la più indifferente delle comunità. Sono queste le premesse con cui leggere le dichiarazioni degli indignati del momento: loro che non hanno mai mosso un dito, che non ci hanno mai nemmeno provato. Che, piuttosto, hanno foraggiato la Bestia affinché tornasse più forte di prima.

Proprio in queste ore Roberto Calderoli è tornato a parlare – citando il desaparecido Luigi Di Maio – di taxi del mare. Quelli che, appunto, trasportano il carico residuale con cui un Ministro definisce altri esseri umani. Umani come sono loro a fasi alterne. Eppure, sono gli stessi che parlano di diritto alla vita. Quelli che lo vogliono difendere. Selettivo e non universale, a quanto pare.

Dallo scoppio della guerra nel cuore dell’Europa, l’Italia (dati UNHCR) ha accolto all’incirca 170mila rifugiati ucraini. Per loro, per fortuna, non si è fatto rumore, non si è chiesto il peso, l’altezza, lo stato di salute fisica e mentale, quanto ci costano, li vuoi a casa tua, si è accolto e basta. Perché è così che si fa. È così che si fa quando scappare è la sola alternativa, quando c’è qualcuno che soffre, che chiede aiuto, che non ha via d’uscita. È così che si fa quando si è umani. Dopo, solo dopo, si apre il dibattito, ci si interroga, si dialoga con l’Europa o chi per essa. Dopo, solo dopo, ci si interroga sul come impedire nuovo sfruttamento, nuova violenza, nuovo orrore. Quello che la Bestia nemmeno si chiede. Prima, subito, prima che la politica si faccia economia, consenso, propaganda, si accoglie. Si preserva la vita. Si lasciano sbarcare. Si abbracciano.

Ché trentacinque è ridicolo, ridicolo assai, ma pure crudele. Tu sì, tu no, che tutti non si può. E, invece, tutti sono io, tutti siamo noi. Tutti siamo umani. O, almeno, dovremmo esserlo.

SOS Humanity 1: sbarco selettivo e umanità residuale
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