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Erdoğan: tutti dittatori sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
7 Luglio 2022
in Il Fatto
Tempo di lettura: 7 minuti
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Tutti i dittatori sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri. È una foto di rito quella scattata ad Ankara lo scorso martedì eppure, a guardarla bene, nasconde più di un non detto. Immortalati, sorridenti e fieri, sono Mario Draghi e Recep Tayyip Erdoğan, i Presidenti di Italia e Turchia, Paesi «partner, amici, alleati». Paesi che hanno trovato «il giusto equilibrio».

Non è trascorso molto da quando i rapporti tra i due Stati hanno rischiato di incrinarsi, complici le parole del Premier italiano che aveva definito il collega turco «un dittatore» di cui «si ha bisogno». Oggi, quella che all’epoca la stampa nostrana si era limitata a definire gaffe si rivela, invece, una dichiarazione di intenti. Un altro inchino al sultano. Ma facciamo un passo indietro.

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Tutto ha avuto inizio la scorsa settimana a Madrid, quando i Capi di Stato dei Paesi membri e partner della NATO hanno discusso dell’ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza Atlantica. Un giorno storico, per l’Europa e per il mondo intero, deciso – su tutti – proprio da Recep Erdoğan, il tiranno che dalla guerra tra Ucraina e Russia sta già uscendo vincitore. In occasione del vertice madrileno, infatti, il Presidente turco ha tolto il suo veto all’ampliamento dell’organizzazione internazionale a patto che i due Paesi scandinavi firmassero un memorandum che lo avrebbe avvantaggiato nella sua lotta al popolo curdo. Non a caso, in Turchia l’hanno chiamata la vittoria di Madrid.

Difatti, rivedendo il loro storico ruolo di pacifiste, Svezia e Finlandia si sono impegnate a collaborare per combattere il terrorismo, eliminando l’embargo sulla vendita di armi ad Ankara e garantendo l’estradizione di più di settanta terroristi. Uomini e donne i cui nomi iniziano a comparire addirittura sui quotidiani turchi, come in una lista di proscrizione, rei – secondo il regime – di far parte del PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, e di Fetö, il movimento guidato dall’ex alleato di Erdoğan, Fethullah Gülen, accusato di essere l’organizzatore del tentativo di golpe di sei anni fa. Una lista a lunghezza variabile fatta da giornalisti, attivisti, ricercatori universitari, insegnanti: personalità scomode a chi non vuole contraddittorio.

Con il sostegno della NATO, dunque, Helsinki e Stoccolma hanno aperto le porte a una probabile nuova invasione della Siria settentrionale e orientale e a una garantita violazione dei diritti umani, con i curdi e i dissidenti turchi – che nei Paesi scandinavi hanno sempre trovato accoglienza e rifugio – che ora sono in serio pericolo.

I curdi – circa quaranta milioni di persone – sono un popolo diviso in quattro Stati: Turchia, Siria, Iraq e Iran. In ognuno di questi Stati la loro identità è stata repressa e assimilata. Dal 2011, durante la guerra interna siriana, i curdi siriani hanno proclamato l’autonomia di una striscia di terra divisa in tre cantoni, il Rojava, retta da un confederalismo democratico regolato da un contratto sociale, basato sulla convivenza etnico-religiosa, la partecipazione, l’emancipazione femminile, la ridistribuzione delle ricchezze e l’ecologia. Ma l’avanzata dell’Isis in Siria è arrivata fino al Rojava. Molti villaggi sono stati occupati e migliaia di persone sono scappate, per sfuggire ai massacri e ai rapimenti del califfato. – Zerocalcare, Kobane Calling

Da anni, quello che è in realtà un mosaico di popoli diversi sta combattendo e sconfiggendo il fondamentalismo jihadista, e in ogni zona che strappa all’islamismo poi amministra effettivamente il territorio seguendo questi principi tramite delle forme di democrazia diretta e radicale. Lo fa pagando un tributo di sangue altissimo, e lo fa praticamente da solo, al netto di un generico sostegno a parole di tutto l’Occidente e di un supporto strategico degli Stati Uniti tanto timido quanto limitato ai momenti e alle zone in cui gli obiettivi dei due schieramenti coincidono. – Zerocalcare, Kobane Calling oggi

Il Rojava, tuttavia, sta attraversando la sua ora più drammatica. Il 20 gennaio 2018, infatti, l’esercito di Erdoğan ha invaso il nord della Siria e attaccato il cantone di Afrin, fino a quel momento relativamente al riparo dagli attacchi e quindi rifugio di numerosi profughi. L’invasione, sostenuta da bande jihadiste e formazioni concorrenti legate ad Al Qaeda, ha portato alla caduta della città di Afrin, a sua volta occupata dai jihadisti filo-turchi, che hanno compiuto una serie di crimini di guerra a danno della popolazione curda.

Il 6 ottobre del 2019, invece, il Presidente Trump ha annunciato il ritiro delle truppe americane. Una dichiarazione che è stata vista dalla Turchia come una luce verde per completare l’invasione del Rojava. Per contrastare la forza del secondo esercito della NATO, dunque, i curdi hanno accettato il rientro in alcune zone degli uomini di un altro dittatore, Assad, riscrivendo la mappa mediorientale.

Da allora, Erdoğan minaccia l’Europa, che a sua volta lo riempie di soldi per impedire che apra le frontiere. Un affronto che il sultano ha concretizzato già nel 2020, in piena pandemia, per lasciar passare centinaia di migliaia di migrantiin fuga. In quell’occasione, la NATO aveva rispedito al mittente la sua richiesta di intervento militare a Idlib, l’unica zona della Siria ancora sotto il controllo dei ribelli, oggi campo di battaglia dove la Turchia sta cercando di fermare l’avanzata del regime di Assad, quindi, della Russia, mantenendo, tra l’altro, un importante avamposto in chiave anti-curda. La Russia di quel Vladimir Putin con cui, nel corso della guerra civile siriana, il sultano si è praticamente spartito il Paese con le conseguenze che tutti conosciamo (e ignoriamo).

Ecco che, allora, in occasione del memorandum tra Ankara, Helsinki e Stoccolma, si è tornato a parlare di tradimento dei curdi, una serie di eventi con cui, negli anni, l’Occidente ha alimentato le speranze e la causa curde per poi tradirle, appunto, con conseguenze catastrofiche a tutela, soltanto, dei propri interessi: è successo dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale – prima per favorire la Turchia, poi in chiave Guerra Fredda –, negli anni Settanta con Nixon che ha armato i curdi per sconfiggere Saddam ma non al punto da emanciparli; negli anni Ottanta, quando gli USA di Reagan hanno sostenuto lo stesso Saddam contro l’Iran e il genocidio curdo, con tanto di gas nervini; infine, negli anni Novanta quando, nel corso della Prima guerra del Golfo, i curdi hanno aiutato gli Stati Uniti e gli altri ribelli a liberarsi – in modo fallimentare – della dittatura di Hussein.

Prima di Donald Trump e del suo tradimento ignobile – i soldati avevano convinto i curdi a smantellare le proprie posizioni difensive a Nord, promettendo che li avrebbero protetti – c’è stato, però, anche quello di Barack Obama. Nel 2014, l’ISIS aveva già conquistato gran parte di Siria e Iraq. I curdi sono diventati, dunque, i boots on the ground dell’Occidente, gli scarponi sul terreno. Per anni, sono stati loro – e loro soltanto – a contrastare lo Stato Islamico, ma ancora una volta non hanno ottenuto il riconoscimento della tanto agognata autonomia. Infine, con l’arrivo del Tycoon alla Casa Bianca, Erdoğan ha proposto la creazione di una zona cuscinetto, nel nord della Siria, tramutatasi poi in un’atroce trappola.

L’anno successivo, per loro, per i curdi – e per la libertà di tutti i popoli – è morto anche Lorenzo Orsetti, il combattente italiano partito da Firenze e caduto cercando di strappare l’ultima roccaforte all’ISIS il 18 marzo 2019. Ed è con i suoi occhi, con gli occhi di Orso, che dobbiamo guardare a quella fotografia. A Mario Draghi che stringe la mano al Presidente turco, che crea corridoi nel Mar Nero per il grano ucraino e non pensa di doverne creare per le vite umane spezzate lungo la rotta balcanica; che parla con «dittatori di cui si ha bisogno» e li ringrazia addirittura della calorosa accoglienza e degli «sforzi per la pace tra Russia e Ucraina». In realtà, le arma entrambe.

Draghi, Di Maio, Cingolani, Giorgetti, Guerini, Lamorgese: è nel nome di Orso che vanno riletti gli accordi (nove firmati martedì) e i protocolli; riascoltate le parole, la doppia morale su aggressori e aggrediti. Come ha ben scritto Marco Travaglio, l’indecorosa sfilata di mezzo governo italiano alla corte di Erdoğan ha almeno il pregio di liberarci del ciarpame moralistico e tartufesco che avvolge la guerra dal 24 febbraio: non c’è alcun valore o principio né dietro l’aggressione di Putin all’Ucraina né dietro la cobelligeranza della Nato con Kiev. Solo biechi interessi geopolitici, strategici, militari e affaristici. Punto.

Non c’è nulla di etico neppure nel rinunciare al gas e al petrolio russi per rimpiazzarli con quelli turchi, egiziani, sauditi, emiratini e algerini: si passa solo da un tagliagole nemico a un tagliagole amico (almeno per ora). E non c’è nulla di etico nel sostituire il gas russo con quello (più costoso, scadente e inquinante) americano: solo i porci comodi degli Usa, che rifilano all’Europa le loro merci avariate, la allontanano dai mercati russo e cinese, la dissanguano con una lunga guerra per procura e la riasservono a sé in una Nato di nuovo americanocentrica.

L’Italia e la NATO, che silenziosamente speravano nel rovesciamento del  sultano nella notte del 15 luglio 2016, affidano a lui le dinamiche interne ed estere, le chiavi dell’Europa e della pace sul suo territorio. Inseguono un dittatore per rovesciarne un altro. Almeno a parole. Ma si sa, tutti i dittatori sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri. Recep Tayyip Erdoğan è uno di questi.

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