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“Die my love”: il sacro femminino e l’elogio all’animalesco

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
7 Gennaio 2026
in Ciak!
Tempo di lettura: 5 minuti
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Jennifer Lawrence mi è sempre piaciuta, come mi è sempre piaciuto Robert Pattinson (ricordo ancora, come fosse oggi, una battuta di mia madre dopo aver letto e visto Twilight: “Tutte le donne si meritano un uomo così). Ora, lasciando da parte le considerazioni opinabili, trovo che il casting della coppia protagonista di Die my love sia perfettamente riuscito: Lawrence interpreta Grace, Pattinson interpreta Jackson; sia nella fisicità che nel carattere c’è molto dello scontro che verrà messo in scena, molta della sofferenza che si portano dietro.

I due vanno a vivere in una vecchia casa ereditata dallo zio di Jackson, in Montana, che si trova nel bel mezzo della natura. Idealmente questo farebbe pensare a uno spazio pacifico e calmo, anche perché Grace è una scrittrice e ha bisogno di un po’ di pace dopo la gravidanza. Mette al mondo un figlio senza nome, tant’è che viene sempre e solo chiamato “il bambino”. Questo primo dettaglio ci apre già una riflessione: un neonato che non ha nome è come se non esistesse e, al tempo stesso, esiste all’ennesima potenza perché se non puoi chiamare qualcosa le alternative sono due: o la annulli o non fai altro che pensarci.

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Grace è una donna peculiare, anche prima che ci venga mostrata la sua depressione post-partum, vero fulcro del film: una donna animalesca, dalla passionalità quasi ancestrale, violenta, un personaggio che, come una mina, è pronto a esplodere al minimo stimolo. La gravidanza, se da una parte la annienta, dall’altra non che fa che acuire le sue caratteristiche innate: da umana, Grace si trasforma in una specie di grande felino, sia nelle espressioni del corpo – la vediamo spesso camminare a quattro zampe in modo molto sinuoso, mordere, leccare, aggredire, fare versi sconnessi – che in quelle del comportamento, ha scatti repentini, cambia umore molto velocemente, si dispera per un nonnulla, ma non piange mai.

Jackson è il suo contraltare: un uomo buono, tutto sommato, ma inerte di fronte al cambiamento della compagna, confuso, vagamente isterico. Ho apprezzato moltissimo il suo personaggio perché, nonostante la difficoltà a gestire una situazione disperata, non scappa, non abbandona. Certo, ha i suoi momenti di panico, ma è determinato a restare accanto a Grace e al bambino (e qui i detrattori del film potrebbero obiettare che si tratti di una relazione tossica, ma forse non hanno mai avuto esperienza con la depressione altrui e non glielo auguro).

La narrazione ci mostra la coppia in questa casa, un po’ cascante, e i suoi sfasamenti: Grace è sempre lì, a badare al bambino, non riesce a scrivere, si annoia tremendamente mentre Jackson è via per lavoro, cerca di recuperare un po’ di desiderio masturbandosi senza apparente voglia, cercando di sedurre il compagno che, però, non risponde, perciò diventa ogni giorno sempre più frustrata. Il suo sguardo sofferente e disilluso quando si trova in momenti di convivialità con i parenti o nella società ci restituisce un vero dolore, un vero sentimento di vuoto, come se anche noi, insieme a lei, non ci sentissimo al nostro posto. Chi soffre o ha sofferto di depressione (anche non in relazione a una gravidanza) sa benissimo di cosa parlo: tutto è inutile, tutto è senza significato, non vale la pena muovere un dito perché si ha la convinzione che nulla potrà sistemare le cose.

Se nel comportamento Grace regredisce a uno stato animale, nel corpo – e questo è un grande punto a favore del film – assistiamo a una celebrazione della sensualità femminile: dico apposta “sensualità” e non “normalità” perché onestamente vorrei ben capire, oggi, chi ancora parla di corpi “normali” cosa voglia dire.

Grace è il ritratto dell’opulenza: un corpo meraviglioso (se non sbaglio ha iniziato a girare il film poco dopo la sua seconda vera gravidanza), eccitante ed eccitato, selvaggio, senza vincoli. L’attrice lo usa come fosse una vera e propria arma, contro il compagno, il figlio, la famiglia, contro la società e le sue contraddizioni. Un corpo che fa quello per cui è stato creato: vivere e consumarsi. Questa stessa arma si riversa nello stato d’animo del personaggio: l’entrata in scena di un uomo misterioso dal viso coperto – forse è reale o forse è solo una proiezione dei suoi desideri carnali – le regala una valvola di sfogo, la seconda via di fronte a un bivio.

Con la stessa ferinità, Grace si comporta nei confronti degli animali presenti nel film: il cavallo nero, quasi un leitmotiv, come simbolo di libertà selvaggia allo stato brado, è trattato con amore, quasi con devozione; il cane, invece, un bastardino che Jackson porta a casa senza chiedere il suo parere e che risulterà così fastidioso allo spettatore da desiderarne la morte, viene trattato in tutt’altra maniera. Potrebbe essere una metafora di una fedeltà corrotta? Di una fedeltà che fa nascere rabbia e frustrazione?

La coppia ha alti e bassi, anzi direi altissimi e bassissimi: tanto nella fisicità – Grace è opulenta, Jackson è magrissimo, Grace è ferina, Jackson è apatico – quanto nel modo di affrontare la depressione post-partum, i due si bilanciano, si incastrano alla perfezione. Questo non vuol dire che le cose funzionino come per magia, ma che la scelta della caratterizzazione dei personaggi è on point.

Poi, un terzo elemento di fastidio: la madre di Jackson, che tutto capisce e tutto sa. A differenza del figlio, che subisce passivamente lo spirito animalesco di Grace, Pam capisce bene quello che sta attraversando la nuora: è madre anche lei e vive una situazione peculiare. È sonnambula e spesso se ne va in giro di notte con un fucile tra le braccia. Due personaggi femminili sopra le righe, che – ciascuno a modo proprio – esprimono il sacro femminino.

Insomma qual è il punto di Die my love? Non che io abbia la pretesa di risolvere questo mistero, ma mi sembra che la depressione port-partum – tema un poco bistrattato, non solo nell’arte, ma nella società tutta per cui le donne che, dopo aver partorito, stanno male sono solo delle isteriche o delle “poverine” – sia l’aggancio per rispondere a un’altra domanda: quanto una donna che esce fuori dagli schemi può essere compresa? Può essere amata comunque? A prescindere dalla sua nuova condizione di madre. Una donna che, per quanto bellissima, si comporta in modo violento, insensato, distruttivo, può essere capita? E come? Probabilmente la risposta si trova nel finale del film che, con struttura circolare, si aggancia alla scena di apertura.

Onestamente ho amato molto questo lungometraggio, anche grazie e a causa delle sue stramberie, dei suoi buchi di trama, della sua lunaticità. Perché credo sia tutto da ricondurre alla condizione di Grace, come donna in difficoltà, sofferente, ma libera a sufficienza da detenere ancora un briciolo di libero arbitrio e di retaggio animale.

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