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“Cime tempestose”: erotismo senza il coraggio di indulgere nell’osceno

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
15 Febbraio 2026
in Ciak!
Tempo di lettura: 10 minuti
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Che l’adattamento cinematografico di Cime tempestose, romanzo di Emily Brontë pubblicato nel 1847 (sotto lo pseudonimo Ellis Bell), non sarebbe stato fedele al testo potevamo aspettarcelo già guardando il trailer. Le trasposizioni precedenti più famose sono quelle di William Wyler (1939) con Laurence Olivier nel ruolo di Heathcliff e Merle Oberon nel ruolo di Catherine; quello con Timothy Dalton (1970); e, infine, l’adattamento di Peter Kosminsky con Ralph Fiennes e Juliette Binoche (1992), forse il più conosciuto e apprezzato dal pubblico per la sua aderenza al romanzo.

Dunque, dopo una variazione filmica sul tema che dura praticamente da cent’anni, è comprensibile che una giovane regista come Emerald Fennel (già celebre per aver diretto Una donna promettente e Saltburn), classe ’85, voglia dire la sua. E lo fa con gli strumenti che ha: quelli contemporanei. Quindi, lo dico subito, se vi aspettate un polpettone amoroso o un remake che strizza l’occhio al romanzo, lasciate le speranze voi che entrate.

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Come dicevo, il trailer spiana la strada al tono e al mood dell’intero film, ponendo l’accento sull’erotismo tra Cathy e Heatcliff più che sulla possessione, il tormento e la crudeltà. Non faceva ben sperare, soprattutto per i cultori del romanzo, che il binario scelto dalla regista fosse questo, ma vero è che ormai siamo assuefatti da prodotti di questo tipo e gridare allo scandalo è piuttosto anacronistico (è anacronistico indignarsi o pretendere, centosettantanove anni dopo la pubblicazione, un adattamento aderente al testo originale?).

La stessa scelta degli attori protagonisti, Margot Robbie e Jacob Elordi, sembra quasi imporre l’obbligo di ridurre il rapporto tra loro in termini carnali. C’è chi non ha visto di buon occhio l’attrice perché bionda, perché troppo grande per i diciannove anni di Catherine, perché reduce dal film Barbie; per contro, c’è chi non ha apprezzato la scelta di Elordi perché troppo bello, alto, dai tratti non zingareschi (come sottolinea più volte il romanzo); c’è anche chi ha disprezzato l’etnia di Nelly, che ovviamente non è asiatica nella versione di Brontë. Insomma, troppo belli e diversi per essere credibili.

In realtà, a me, personalmente, la scelta degli interpreti non interessa: è la stessa polemica intorno agli attori troppo cresciuti in Stranger Things o a Jennifer Grey che interpreta Baby in Dirty Dancing (diciassette anni del personaggio contro i ventisette dell’attrice) o, ancora, Olivia Newton-John In Grease (diciassette del personaggio contro i ventotto dell’attrice); idem per Tobey Maguire nel ruolo di Peter Parker (venti contro trentadue). Insomma, il punto non è questo. Le meccaniche del cinema sono complicate e inoltre il film di Fennel setta il mood sull’erotismo, quindi non so quali attori al momento siano più celebri, famosi e sexy di Robbie ed Elordi (ovviamente prescindendo dai gusti personali di ognuno, che non se ne esce più).

La coppia, se vogliamo metterla in termini puramente estetici, è molto bella e su questo non si discute. Poi c’è da considerare la questione fan service, perché – bisogna dirlo – il target del film non è sicuramente il signore maturo che ha letto il romanzo trenta volte e si è innamorato di Binoche nel ruolo di Catherine, ma un pubblico molto più giovane, fan di Elordi e Robbie, che va al cinema solo con la speranza di sbirciare una fetta di culo o un pezzo di tetta. Quindi, determinato questo assunto, non vedo perché meravigliarsi se il film va proprio in questa direzione. Il cinema è un’industria e deve vendere, e con questo adattamento sta vendendo benissimo perché gli spettacoli sono tantissimi e le sale sono piene.

Inoltre, e finisco con i pro, il film ha il merito di spingere le persone a leggere il romanzo: chi non l’ha letto si è incuriosito, chi l’ha già letto lo rilegge, e questo è solo che un bene. Poi, anche qui, tutta la polemica sul fatto che la Gen Z non capisca il testo mi sembra davvero sterile: dipingiamo i giovani sempre più stupidi di quello che sono, quando non si capisce che la roba che vediamo sui social è solo content (che poi ci sia qualcuno che trova il libro “difficile” lo capisco, ma non vedo perché crocifiggerlo).

E adesso, dopo questo lungo preambolo, mi avvicino a ciò che non ho apprezzato. Da questo momento in poi, se non lo avete visto, attenzione perché ci sono spoiler. Quello che dirò tiene conto del romanzo, ovviamente, ma le mie critiche nascono a prescindere, come se il film non avesse origini letterarie, perché non funziona neanche dimenticando che è tratto dal romanzo di Emily Brontë. Non sono una di quelle spettatrici che pretende la fedeltà assoluta, non sono una book-nazi, mi piacciono le interpretazioni anche lontane dai libri o dall’esattezza storica (com’è stato, ad esempio, con Maria Antonietta di Sofia Coppola) ma la clausola è che siano o davvero sovversivi o spietati fino in fondo, nota che a questo remake di Fennel manca. Quello che infatti non gli perdono non è la lontananza dal libro, ma il mancato coraggio di seguire i suoi stessi propositi.

Dunque, la primissima scena – l’impiccagione di un uomo a cui non si spezza il collo e che ha un’inopportuna erezione, ben rappresentata a tutto schermo – stabilisce immediatamente il tenore di tutto il film: Cathy e Nelly (deliziose le attrici bambine) assistono all’evento e Cathy ride, in modo un po’ lolitesco, sforzandosi di apparire perversa (non lo è). Dopo, la seguente scena mi ha risollevata: le due corrono nella brughiera tra nebbia e pioggia accompagnate da una canzone, House, che mi ha tanto ricordato le sonorità di Peaky Blinders e Bonobo, settando l’atmosfera proprio nella direzione del romanzo, cioè tormentata, cupa, oscura, creepy in qualche modo. Il testo ripete, cantato dalle voci di Charli xcx e John Cale, pesantemente distorte, “penso che morirò in questa casa”. Splendido inizio.

Tutta la prima mezzora, devo ammettere, è piuttosto piacevole: vero è che non esistono i personaggi della sig.ra Earnshaw né di Hindley o di Hareton, come non esiste l’affittuario di Heatcliff, da cui parte la narrazione, ma ci sono Nelly e il sig. Earnshaw che si fanno carico della crudeltà appartenuta ad altri. La narrazione non inizia a posteriori, a cose fatte, ma dal principio, da quando Earnshaw porta a casa lo “zingaro” Heatcliff. Dunque, cosa molto grave a mio avviso, manca tutta l’importantissima parte haunted che è il vero cuore del romanzo. Il film, infatti, termina proprio sul più bello, eliminando tutto il tormento post-mortem di Cathy.

A un certo punto, con Cathy e Heatcliff cresciuti, il film espone una scena di sesso bdsm tra i servitori Joseph e Zillah: Cathy, che si trova ad assistere per caso, viene “protetta” dalle mani di Heatcliff che le copre gli occhi per non lasciarla guardare. Scena molto erotica e riuscita perché seguita, molto dopo, da un’analoga rappresentazione dello stesso gesto da parte di Edgar Linton. Ecco, in questo caso, l’erotismo è funzionale alla narrazione: Cathy, devastata dall’assenza di Heathcliff, riesce a fare sesso col marito solo se le sue carezze prendono le sembianze di quelle dell’amato assente.

Dopo una seguente scena che mostra Cathy mentre si masturba nella brughiera e una mano in bocca a Heatcliff che, onestamente, raggiunge livelli di cringeness elevati, il film decade completamente. E non è cringe perché Heathcliff vuole assaggiare il sapore di Cathy che con quella mano si è toccata, è cringe perché ricorda molto le scene grottesche e comiche di Cinquanta sfumature di grigio, ma completamente fuori contesto. Tant’è che molte persone in sala si sono messe a ridacchiare (e non solo in quel momento).

Poi Cathy si lega a Edgar, come sappiamo, Nelly ci mette lo zampino facendosi carico della crudeltà del romanzo, ma nel personaggio sbagliato, Heatcliff sente che Cathy sposerà Edgar, che non lo ama, e quindi i due di separano. Lui parte per andare chissà dove, lei diventa una bambola in una casa di bambole, coccolata da Isabella (povero personaggio brutalmente rovinato) e dal nuovo marito, che la adora.

Tutta la sequenza di scene che vedono i due sposi festeggiare la propria ricchezza, il proprio benessere, l’amore e l’affetto, è molto rapida (per accentuare il passare del tempo) e accompagnata da una canzone, la bandiera della colonna sonora intitolata Chains of love, che – di nuovo – ricorda Cinquanta sfumature di grigio: provate a sostituire Chains of love con Love me like you do di Ellie Goulding e il risultato non cambierà di una virgola. Passano in secondo piano persino gli elementi interessanti, come le ambientazioni surrealiste (leggete kitsch) degli interni della villa Linton, gli abiti di Catherine, e dettagli che avrebbero meritato un’attenzione in più, come la fragola enorme che lei addenta, gli occhialini colorati che abbiamo già visto sul volto di Gary Oldman nei panni del Dracula di Coppola (1992), il rossetto quasi nero sulle labbra di Robbie, altro riferimento a Maria Antonietta di Coppola figlia.

L’impressione è che tutta la parte in cui Cathy è sposata con Linton – la parte felice, se così vogliamo – sia meno importante delle altre. Cosa che non mi avrebbe disturbato, se almeno fosse stata valorizzata in un altro modo, perché così è sembrato solo uno spot pubblicitario di un profumo scadente. Vero è che l’attenzione al design delle stanze, i pavimenti scarlatti o a scacchi, l’accento sulle superfici lucide e traspiranti delle mura come fossero carne e pelle, la cura degli abiti di Cathy, le acconciature e il setting generale sono riusciti, ma restano sterili, autoreferenziali, è un bel fondale che invece di accompagnare gli attori li schiaccia sotto un estetismo frivolo, ultracontemporaneo sì, ma mai veramente eccessivo, mai veramente disturbante. Piacevole da guardare, certo, ma anche qui erotico nel senso blando del termine.

E poi, eccoci al cuore del film, il ritorno di Heatcliff a Wuthering Heights. Un Jacob Elordi bello, ripulito, per nulla credibile nei panni del demoniaco personaggio del libro: sempre troppo dolce, troppo accondiscendente, non c’è traccia del sadomasochismo (in termini di atteggiamento, non sessuale) tra lui e Cathy, se non in pochissime scene che passano in sordina. La scena del primo bacio sembrava scostarsi dalla classica slinguazzata sotto la pioggia già vista e rivista in mille film, nel rifiuto di Heatcliff di cedere subito alle dichiarazioni d’amore di lei, e nel suo allontanarsi, salvo poi – ahimè – tornare subito sui suoi passi annullando in modo sterile il rifiuto orgoglioso iniziale.

Il film mantiene più o meno quello che promette: mirabolanti scene di sesso un po’ ovunque – nella brughiera, nella carrozza, su un tavolo (ancora Cinquanta sfumature di grigio) – senza però davvero avere il coraggio di seguire la sua natura autodichiarata, cioè essere un film erotico, carnale. Non c’è traccia di nudità – non che fosse obbligatorio, ma se mi proponi un film che per un’ora mi fa vedere due personaggi che fanno sesso, almeno fammi questo regalo – non c’è traccia della crudeltà che l’uno imponeva all’altro. Ma anzi, proprio nel momento in cui Heatcliff sembra finalmente assecondare la sua inclinazione perversa e omicida (quando chiede a Cathy di dire una parola e lui ammazzerà Edgar) lei, per magia, si pente di tutto, come se si rendesse conto solo in quel momento della natura malata del loro rapporto.

Dopodiché, l’escalation finale, cioè la distruzione dei due. Una Nelly crudele e cattiva che non so se ci meritavamo (ma in assenza di Hindley qualcuno doveva pur prendersi il fardello) è la chiave di volta per capire perché i due non riescono a ricongiungersi. Nel frattempo, il buon Heathcliff sposa, come sappiamo, la sorella di Edgar, riducendola a una bestia. Purtroppo anche questa parte non è riuscita perché la crudeltà e la mostruosità di Heatcliff che la povera ragazza professa non sono credibili: è crudele e un mostro “solo” perché non la bacia al loro matrimonio? O perché lascia che Joseph assista mentre fanno sesso su un tavolo? La crudeltà del personaggio è molto più profonda di così: è mentale, psicologica, perfida. Tant’è che, alla fine, Isabella pare pure contenta di fare il cane (il cane è un leitmotiv di tutto il film, tra l’altro).

La sequenza finale, miracolosamente, riprende il tono dell’inizio, che mi era tanto piaciuto: vediamo una Cathy distrutta dal dolore, agonizzante a letto per la perdita del bambino figlio di Edgar, le pareti della sua camera sudano e traspirano e soffrono come fa lei, e la scena delle sanguisughe che si espandono a raggiera partendo dal suo petto molto toccante e simbolicamente efficace. C’è sangue in abbondanza, visivamente, la macchina da presa che la riprende dall’alto mentre si dissangua rende benissimo la gravità della situazione.

Quando Heatcliff la raggiunge ormai morta, sotto un sudario di seta (lucido anche quello, c’è particolare attenzione a questo dettaglio in tutto il film, la texture degli abiti e dei materiali che sono quasi sempre riflettenti) la scena mi ha molto ricordato il Cristo morto di Andrea Mantegna, dipinto del 1470 circa: il drappeggio sottile, i piedi tesi, i toni grigi e rosati, il lamento e il dolore delle persone che piangono proprio al suo fianco. Bello dal punto di vista estetico, ma debole da quello narrativo: il film infatti finisce proprio sull’anatema di Heatcliff che prega Cathy di tormentarlo, di farlo impazzire, di restare con lui in qualsiasi forma. Come dicevo, manca tutta la necessaria parte del fantasma di Cathy, sacrificata in virtù della preponderanza delle scene pruriginose.

Erano fondamentali? Purtroppo sì, visto il mood del film. Ci piace? Dipende. Il fatto è che se avete letto il libro le differenze sono impossibili da ignorare ma, anche in questo caso, le strade si dividono in due sottogruppi: gli indignati assoluti e quelli che, tutto sommato, capiscono che è un film contemporaneo, pop, e che quindi scusano le infedeltà al romanzo. Se invece non avete letto il libro, il film potrebbe risultare più piacevole, o addirittura bellissimo.

Tuttavia, come ho affermato in apertura, nonostante io non sia una fanatica del romanzo (penso ancora che Heathcliff e Cathy siano la coppia più odiosa e tossica della letteratura planetaria) non posso perdonare al film di aver mancato ai suoi stessi intenti: se Fennel ci teneva a mettere in scena una sua interpretazione del rapporto tra Cathy e Heathcliff, quella su cui il romanzo non indugia, ovvero la pulsione sessuale sottesa tra i due, doveva andarci giù fino in fondo. Non mi serve a nulla un’ora di film in cui Robbie ed Elordi si strusciano, fanno sesso su un tavolo, si ficcano le mani in bocca et similia. O lo fai davvero, sovvertendo completamente il romanzo con coraggio e indugi sulla sessualità, la carnalità, la crudeltà, il sadismo, il masochismo, la nudità dei corpi desideranti, rendendolo un film disturbante e osceno per davvero, oppure scegli un altro approccio. Il risultato è una via di mezzo tra un fan service, cosa che non nasconde, e un film erotico ben impacchettato, ma che rimane molto inconsistente, frivolo, deludente. Un bel film a livello estetico (ma in fondo un’americanata kitsch), un buon film d’intrattenimento, ma che non lascia nulla di davvero profondo allo spettatore.

C’erano tutte le premesse e le risorse per poter far di questo film qualcosa di veramente originale, anche tradendo il romanzo. Invece non è né carne né pesce, non è una storia d’amore e non è una storia d’ossessione; non è suggerito ma nemmeno coraggioso o esplicito; non è puritano ma nemmeno davvero crudele, sempre trattenuto, sempre sul filo, non sporge né da una parte né dall’altra.

Non lo boccio in toto, questo no: la fotografia è molto bella ma la colonna sonora è tremenda (a parte la primissima canzone); le ambientazioni naturali sono fedeli e mi sono piaciute le variazioni moderne come la casa d’infanzia di Cathy, con quelle piastrelle bianche e nere lucide (ecco un buon esempio di adattamento contemporaneo); stupendi gli abiti, ma un mappazzone di stili che non si legano tra loro (passiamo dal bavarese, onestamente inspiegabile, ai veli iridescenti dell’abito della prima notte di nozze – quasi da pacchetto regalo – dall’abito da sposa alla Sissi al latex del vestito nero); passabili l’inizio e la fine del film, ma tremenda la parte centrale.

Insomma, per concludere questa lunga disamina, se andate a vederlo tenendo conto del fatto che non c’entra niente col romanzo, potreste trovarlo anche godibile (e se ignorate tutti i difetti palesi, sia nella narrazione che nella costruzione dei personaggi). Se avete letto il libro, prendetelo come un film che vi intratterrà per un paio d’ore e basta. Nessun capolavoro, solo un bell’impacchettamento hollywoodiano tutto fumo e niente arrosto.

Prec.

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