Mi piace pensare di essere una persona accomodante, che non si abbandona facilmente a manifestazioni di insofferenza o rabbia. Odio i litigi e i battibecchi e cerco, quando posso, di evitare in qualsiasi maniera lo scontro con gli altri. Ma c’è una situazione che mette sempre a dura prova il mio stoicismo: la scostumatezza nelle sale cinematografiche.
Spesso si definisce il cinema come un luogo sacro, un non-luogo in cui le persone possono fare esperienza della sospensione della realtà, quantomeno per un paio d’ore. Come tale, dovrebbe esistere un galateo da rispettare per far sì che questa sospensione rimanga intatta e non diventi occasione di bestemmie, attriti e, in generale, di misantropia.
Eppure, di frequente, al cinema succedono cose che non sono tanto simpatiche. Mi riferisco a quei casi in cui le persone pensano di usare la sala come fosse il salotto di casa propria, dimenticando che invece è un luogo pubblico, condiviso con altri essere umani, e che questi altri esseri umani hanno diritto a guardare un film in santa pace (anche perché si paga un biglietto proprio per quello).
Quando sono andata a vedere Cime tempestose, chiacchieratissimo film di Emerald Fennel (mi fa sempre ridere che questo nome tradotto in italiano sia “smeraldo finocchio”) una fila di ragazze dietro di me ha ben pensato di togliersi le scarpe. Tutte. Lascio immaginare il profumino e le mie conseguenti occhiatacce. È una pratica che succede anche in aereo o in treno, e trovo sia l’apoteosi della maleducazione. In quella occasione sono rimasta in silenzio, ma niente mi ha impedito, a film concluso, di borbottare un lamento diretto alle signorine. Ovviamente non è valso a nulla, perché se una persona si arroga il diritto di togliersi le scarpe al cinema, probabilmente non ha alcun rispetto dell’opinione altrui.
Un’altra volta, durante la visione di Povere creature!, un gruppo di signori e signore di mezza età davanti a me ha cominciato a parlare ad alta voce dal ciak iniziale fino all’intervallo, fin quando una ragazza esasperata ha urlato “Vi prego, silenzio, basta!”. Solitamente la ragazza sono io, ma per una volta sono stata preceduta.
Un’altra ancora, ho quasi sfiorato una rissa perché, per gli stessi motivi, ho sibilato un “shhh!” rabbioso a delle ragazze due file più avanti alla mia. Quando si sono accese le luci per la pausa, le suddette si sono voltate con fare borioso e mi hanno chiesto se ero stata io a intimare il silenzio. Ho risposto che sì, ero stata io, e se avevano qualche problema potevano scavalcare. Il mio sguardo gelido e rabbioso forse era molto gelido e rabbioso e la cosa è finita lì. Ma le tre non hanno smesso di parlare, per ripicca.
Non sto neanche a raccontare le volte in cui mi è capitato come vicino qualcuno che sgranocchiava popcorn rumorosamente, stropicciava buste di patatine, tirava fuori panini con la salamella, accendeva il telefono con la luminosità o il volume al massimo, commentava da esperto cinefilo dei miei stivali quell’inquadratura o quella battuta, ridacchiava, amoreggiava, pregava, russava ecc., ecc., ecc.
Il mio compagno, notoriamente la persona più tollerante che conosca, dice che attiro queste persone, come un magnete, per una serie di coincidenze astrali che mi fanno venire il dubbio che abbia ragione. Perché capitano tutte a me? Non c’è stata una volta in cui io sia andata al cinema e abbia potuto guardare un benedetto film in pace. C’è sempre qualcosa, qualcuno, che disturba. Ed è sempre seduto vicino a me.
Il fatto è che, quando episodi del genere capitano, mi cala un panno nero davanti al viso, la mia capacità di tolleranza si azzera, il mio spirito battagliero si scatena. Laddove nella vita riesco a lasciarmi scivolare addosso le provocazioni e la maleducazione altrui, al cinema non ci riesco. Io credo nel silenzio assoluto: posso capire una parolina, un commento, un’esclamazione in risposta a una particolare scena, ma per me, in sala, vige la regola del mutismo. Non solo perché si è lì, letteralmente, per guardare (se volevo una telecronaca o un pranzo a sei portate andavo in crociera) ma soprattutto perché l’atto quasi violento che costringe una persona a strapparsi dalla magia del film mi sembra intollerabile.
Così, grazie alla mia lunga esperienza da cinefila e polemica, ho stilato una lista delle peggiori scostumatezze da evitare in sala, a seconda del profilo di chi le compie.
- LA LUMINOSITÀ (E IL VOLUME) DEL CELLULARE SPARATI COME IL FARO DI VIRGINIA WOOLF: non siete neurochirurghi né presidenti del consiglio. Non succede nulla se qualcuno vi cerca e non vi trova per un paio d’ore. E se proprio dovete operare a cuore aperto o aspettate una chiamata urgente da Gennaro Sangiuliano, abbassate la luminosità del telefonetto (cit: Rezza), silenziate la suoneria, toglietevi dai piedi. Non state per varcare il gate di un aeroporto, non serve sparare la luminosità al 100% per scannerizzare il qr code del vostro biglietto. E, poi, solo a me al cinema la linea non prende?
- IL CINEMA COME IL DIVANO DI CASA: qui, le pratiche viziose sono potenzialmente infinite, ma per comodità riassumo. Non togliete le scarpe, nessuno vuole sapere quanto siano belli i vostri Happy Socks; non puntate le ginocchia contro il sedile di fronte, non siete Mae West e a nessuno piace la sensazione di una pistola puntata addosso; se proprio dovete mangiare, fatelo con la bocca chiusa, senza ravanare nei sacchetti di patatine, non siete bertucce né state presenziando a una degustazione di vino come Galla Placida.
- IL COMIZIO POLITICO: per quanto vi riteniate esperti di cinema d’essai o esperti in generale nella vita, a nessuno interessa la vostra opinione su quanto stia bene Margot Robbie in corsetto né perché pensate che il nuovo film di Nolan sia un disastro né vogliamo assistere alle vostre caldane non appena Timothy Chalamet mostra un etto di muscoli. E neppure è carino se pensate di aver capito come finisce il film. Potete pensarlo, in realtà, ma non vogliamo saperlo. Se credete di non essere capaci di stare in silenzio per due ore, datevi alla politica: è un ottimo momento per gli imbecilli al potere.
- PORTARE I BAMBINI A UN FILM NON PER BAMBINI: è nota la mia insofferenza verso gli infanti, quindi questa mia potrebbe essere faziosa. Ma, per l’amor del cielo, non portate i bambini con voi a vedere L’esorcismo di Emily Rose o Kurosawa. I bambini non hanno colpe, i genitori sì. Ci sono migliaia di pellicole più adatte a loro e nessuno si arrabbierà se saltano, ridono, gattonano sotto i sedili, urlano o fanno la cacca nel pannolino. E se proprio ci tenete a vedere Korosawa, sapete, esistono le baby sitter.
- GLI AZZECCATI CON BISOGNO DI CALORE: se vedete che il cinema è vuoto, non sedetevi attaccati al culo dell’unica coppia che è lì con voi. C’è letteralmente una sala intera, avete l’imbarazzo della scelta. Al contrario, se il cinema è pieno, non prendete i posti che non vi sono stati assegnati, anche se vi risulta insopportabile stare lontani dalla vostra metà. Basta prenotare in anticipo, esiste una bellissima opzione che si chiama “prenota online”. O, al botteghino, chiedete dei posti vicini. Sia mai che restiate un’ora soli con voi stessi.
- IL CINEMA COME PRATICA PER PASSARE IL TEMPO: se volete spendere del tempo e non sapete come, andate al centro commerciale o a una partita di padel. La sala del cinema non è la vostra occasione d’ora d’aria. Se non vi interessa il film, se avreste preferito fare altro, se vi accorgete che il film non vi piace, uscite. Non ci sono i catenacci, potete andarvene in qualsiasi momento. In generale, non siete allo stadio, non fate nulla che fareste a una partita di calcio.
- LA SALA COME IMMONDEZZAIO PERSONALE: è vero che ci sono degli addetti che si premurano di pulire la sala a film finito, ma sarebbe buona creanza e dimostrazione di rispetto per gli altri raccogliere le vostre cose e buttarle personalmente. Patatine e popcorn per terra e sui sedili, coca cola versata sulla moquette, cartacce ovunque, untuose pellicole che vi portate da casa, pacchetti di sigarette vuoti (?!). Cosa vi fa pensare che la sala sia la vostra pattumiera personale? Fate lo stesso quando andate dal medico o a teatro? Il buio non è una scusa, siete dei lerci.
- IN GENERALE, MANCARE DI RISPETTO E DELICATEZZA VERSO IL PROSSIMO: fatevi una domanda prima di compiere qualsiasi gesto al cinema: do fastidio a qualcuno? Se la risposta è sì, desistete. Se la risposta è no, pensateci una seconda volta. Se non siete capaci di farvi questa domanda, non andate al cinema. Esistono mille piattaforme a pagamento grazie a cui potete stare comodamente a casa senza sfracellare i maroni a chi, in sala, surprise! surprise!, ci va per andare a vedere davvero un film.
Purtroppo e per fortuna questi sono casi riassunti a grandi linee, di scostumatezze insensate al cinema ce ne sono a bizzeffe. Alcune persone, a causa di innumerevoli brutte esperienze, hanno smesso di andarci. La trovo una cosa molto triste, privare il prossimo di fare qualcosa che ama solo perché non si è capaci di esercitare un po’ di decenza. È possibile che la gente penserà che io sia esagerata, che la faccia troppo drammatica, ma il comportamento al cinema è uno specchio per il comportamento tout court: se sei maleducato in sala e disturbi la pace degli altri, è molto probabile che lo tu lo faccia anche in altre occasioni.
Io continuo ad andare al cinema perché non potrei farne a meno. Non la do vinta ai disturbatori della quiete, neanche se questo significa incorrere in situazioni spiacevoli. Con la maturità sono diventata più tollerante, penso fino a dieci, e se proprio non riesco a trattenermi cerco di rivolgermi agli altri con il massimo della gentilezza di cui sono capace (al cinema, solitamente poca). Dunque se vi riconoscete in uno o più di questi profili (ahi, ahi, ahi!) fatevi un esame di coscienza e provate a ingentilire i vostri comportamenti: essere persone perbene è bello, ve lo assicuro. Se, nella malaugurata evenienza, non riuscite a rispettare lo spazio altrui, beh, smettete voi di andare al cinema. Non sentiremo la mancanza l’uno dell’altro.






