Aveva suscitato pesanti polemiche, lo scorso 15 ottobre, l’emendamento presentato dalla Lega e approvato dalla Commissione Cultura alla Camera che vietava l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole secondarie di primo grado (le medie). L’ennesima catastrofe circa la sensibilizzazione dei giovani su temi quali la violenza di genere, ancor di più perché arrivata nel giorno del femminicidio di Pamela Genini. Poi un interessante plot twist: il dietro front della Lega. Ma andiamo con ordine.
C’è quasi dell’ironia in questa tragedia. Nel mese simbolo della lotta alla violenza contro le donne, si contano circa 85 femminicidi (secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale NUDM). L’ex senatore Vincenzo D’Anna commenta un post di Valentina Pitzalis (sopravvissuta dopo essere stata bruciata viva dall’ex): C’è a chi la moglie piace cruda e a chi cotta. Il Ministro Nordio sostiene che i maschi respingano la parità perché è nel loro codice genetico. La Ministra Roccella ci invita a soffermarci sul fatto che ogni donna che non viene uccisa è un fatto positivo. E mentre noi esultiamo e ringraziamo di essere ancora vive, la Lega cambia nuovamente le carte in tavola.
Abbiamo scelto di discutere della questione con chi forse è davvero protagonista in questa faccenda, i docenti di scuola media, contattando l’Istituto Comprensivo di Portici “Don Peppe Diana”. Abbiamo ascoltato la loro opinione, le esperienze e le proposte di chi con i preadolescenti vive quotidianamente.
Prima che la Lega facesse marcia indietro, come ha reagito alla notizia del divieto? Quali effetti prevede sulle dinamiche scolastiche e sul benessere degli alunni?
Mara Cordua (docente di italiano): «La notizia non mi ha meravigliato, sia per la narrazione patriarcale del mondo che è alla base delle decisioni politiche e sociali degli ultimi anni, sia perché non è mai stato normato alcunché in merito all’educazione sessuale e affettiva a scuola, in termini di ore, interdisciplinarità, valutazione, ecc. Il rischio di una ulteriore superficializzazione dell’educazione è dietro l’angolo, anche perché un divieto non esaurisce le domande dei ragazz*, che cercheranno ulteriori punti di riferimento potenzialmente non controllabili, con conseguenze imprevedibili».
Fabrizio Torelli (docente di sostegno): «A prescindere, i divieti non mi fanno impazzire. Poi le cose devono essere senz’altro regolamentate ma un divieto no, specie su un argomento del genere dove si potrebbe davvero fare informazione rispetto alla tantissima disinformazione in giro. Gli effetti credo siano, sotto certi aspetti, più polemici che fattivi poiché, almeno per mia esperienza, non credo se ne sia fatta granché finora. Certo promuovere quest’aspetto è fondamentale, ma tutta questa attenzione credo nasca anche per una questione italiana di fare anti-governo».
Anna Palumbo (docente di tecnologia): «L’ho vista come una censura, il che è inaccettabile oggi. Le conseguenze non saranno altro che quelle che tenderanno, ancora una volta, a far prevalere il pregiudizio, la discriminazione, la non accettazione dell’altro, la mancanza di rispetto e tutti quegli atteggiamenti frutto di ignoranza. Certi temi possono essere affrontati solo attraverso la conoscenza e il dialogo, non attraverso la censura».
Donatella Grillo (docente d’inglese): «Ho provato un certo sconcerto. La situazione nei rapporti tra uomo e donna diventa sempre più critica e sono sempre più all’ordine del giorno notizie di femminicidi e violenze di ogni tipo. Visto che nella scuola non è mai stato strutturato un vero e proprio percorso di educazione sessuo-affettiva, credo che le cose non cambieranno molto. Se io sono un docente sensibile alla tematica e ritengo che questo tipo di discussioni possano e debbano essere integrate nelle mie lezioni, proporrò una serie di stimoli – un film, un racconto, una canzone – che saranno lo spunto per discutere. Non potrò avvalermi di personale specializzato, e questa cosa danneggerà i ragazzi, però credo che nella scuola si continuerà a lavorare sottotraccia, ciascuno con i propri mezzi».
Crede che questo divieto limiti il diritto degli studenti a un’informazione completa e scientificamente fondata?
Mara Cordua: «Il divieto effettivamente limita il diritto all’informazione ma psicologia spicciola insegna che a ogni divieto corrisponde una crescente curiosità».
Fabrizio Torelli: «Sicuramente c’è una limitazione. Non credo che i ragazzi si strapperanno i capelli ma si andrebbe senza dubbio a negare una fetta di cultura che si può dare ai giovani d’oggi, i quali usufruiscono già di migliaia di informazioni che possono anche dare una visione distorta della realtà».
Anna Palumbo: «Assolutamente sì, è un loro diritto essere adeguatamente formati. Non si tratta di ideologia, ma di divulgazione su base scientifica e culturale».
Donatella Grillo: «Sì, lo credo, li limita del loro diritto alla conoscenza. Potersi avvalere di personale specializzato e di un contributo di qualità sarebbe una grossa risorsa».
La Lega ha ritirato la sua proposta per vietare l’educazione sessuo-affettiva alle scuole medie. Questo significa che potrà essere insegnata ma con il consenso dei genitori e le dovute informazioni su temi e materiali. Sembra paradossale, eppure la colpa è stata data alla strumentalizzazione che si è fatto della vicenda. O forse è la dimostrazione che smuovere le cose produce degli effetti? Difficile credere che Salvini, Nordio, Valditara e co. non si accorgano di quanto la scuola sia un luogo di educazione ai valori e non solo di istruzione tecnica.
Mara Cordua: «La scuola dovrebbe essere un presidio di formazione e educazione verso la piena integrità dell’individuo e della collettività. Purtroppo, nei decenni si è assistito a una delegittimazione della scuola, a cui è delegata la crescita degli alunni. Tale delegittimazione ha come conseguenza più grave la perdita del rapporto fattivo di collaborazione con le famiglie e con il resto della collettività in cui gli individui vivono e agiscono, sostituendolo con il concetto di progettualità, che per sua natura è temporaneo e finalizzato al raggiungimento di utili singoli e non dell’utile collettivo».
Fabrizio Torelli: «Il ruolo della scuola è fondamentale nonostante spesso si perda un po’ la bussola andando più sulla didattica che su temi come questo. Non si insegna solo tramite una lezione ma anche tramite l’esempio e credo che la scuola come istituzione sia quella che maggiormente potrebbe dare queste dritte».
Anna Palumbo: «Credo che il ruolo della scuola sia fondamentale su tutti gli aspetti socio e sessuo-affettivi. Oggi vengono proposti numerosi corsi formativi che pongono l’accento proprio sulla dimensione affettiva ed emozionale del discente, come fulcro fondamentale per il successo formativo finalizzato allo sviluppo globale della persona. Questo divieto, a mio avviso, sembra invece porre un freno; è come se ci fosse una profonda contraddizione. Si va in una direzione ma al contempo ci pongono dei limiti».
Donatella Grillo: «L’ideale sarebbe che la scuola, insieme alle famiglie, si occupasse dell’educazione sessuo-affettiva dei ragazzi. Spesso, però, questo non accade, anche perché a volte le famiglie non sono strutturate per affrontare tali argomenti o, peggio, contribuiscono a dare ai ragazzi una visione distorta delle relazioni, magari perché in casa ci sono relazioni tossiche. Sta alla scuola, in tal caso, riequilibrare certe mancanze».
In che modo l’educazione sessuo-affettiva può contribuire allo sviluppo integrale della persona?
Mara Cordua: «Ritengo che l’educazione sessuo-affettiva, se intesa come “argomento” da trattare, sia perfettamente inutile. Questa, come l’educazione civica, non deve essere un insieme di regole da imparare a memoria o “risposte giuste” da dare all’adulto di turno, ma un modo di vivere e di essere. Portarla a un ambito disciplinare implica stabilire settorialità e una valutazione aneddotica e non di sostanza di vita, se non altro perché il tempo scuola, in cui andrebbe svolta tale valutazione, è limitato e non copre l’intera vita delle persone. Se invece tale educazione fosse un leitmotiv condiviso dalla comunità (ma questo implicherebbe una omogeneità di valori di riferimento a dir poco ardua da ottenere) allora avrebbe un vero peso».
Fabrizio Torelli: «Il modo, tecnicamente, è almeno dare percezione. Io credo che spesso l’errore, ma non solo in ambito sessuo-affettivo, sia la dispercezione delle cose e sicuramente dare un’educazione, delle informazioni ma soprattutto creare una coscienza, può aiutare i ragazzi nell’affrontare determinati discorsi e poi situazioni».
Anna Palumbo: «È fondamentale, fa sì che si possa attivare un’azione di prevenzione contro quelli che sono gli atteggiamenti di prevaricazione dettati dal pregiudizio, dall’ignoranza e può condurre alla consapevolezza, al rispetto di sé e dell’altro. Ma soprattutto non può essere trattato come un tabù, un nemico da distruggere. Solo parlandone, preparando adeguatamente le generazioni, soprattutto quelle della secondaria di primo grado, che, attraverso i device, arrivano a un approccio precoce e spesso distorto di questi temi. Proprio perché avviene comunque ma in modo incontrollato, una divulgazione e una conoscenza controllata potrebbero aiutare a sviluppare un pensiero fondato su basi attendibili».
Donatella Grillo: «Ritengo sia fondamentale la dimensione sessuo-affettiva per lo sviluppo integrale di una persona e per la sua completezza. Non si può lasciare alla casualità o peggio alle conoscenze che si ottengono su internet e i social».
Senza girarci troppo intorno, il numero di femminicidi è preoccupante e sempre più giovani sono protagonisti di episodi di violenza. Il 26% dei ragazzi (maschi) ritiene che baciare una persona senza il suo consenso non sia una forma di violenza e il 46,2% non pensa che la violenza di genere sia un suo problema (Survey L.U.I. 2025). Ritiene che la situazione odierna sia conseguenza anche della mancanza di educazione sessuo-affettiva?
Mara Cordua: «Parlerei più di mancanza di valori condivisi di rispetto all’interno della comunità educante nel suo complesso. Purtroppo quando l’educazione è delegata esclusivamente a una istituzione (scuola, famiglia o altro), l’intervento è sempre parziale e il risultato inadeguato, perché il discente sente troppe “voci” contrastanti e non sa come orientarsi».
Fabrizio Torelli: «Su questa domanda sono un po’ polemico poiché sono dell’idea che nel femminicidio, così come nell’omicidio, il problema è che ci siano persone malate e che lo siano a prescindere dal patriarcato. Credo nel concetto costruttivista che il contesto vada tanto a modificare e condizionare le menti ma da qui a uccidere… Questa carenza di informazione influisce ma il problema resta a monte».
Anna Palumbo: «È una situazione spinosa ma non la possiamo soltanto ricondurre a questa mancanza. Per me è qualcosa di ancora più radicato, frutto di profonde distorsioni che ci sono nelle relazioni, causate spesso da un retaggio culturale fortemente retrogrado, avulso da qualsiasi connessione affettiva. Vedo un tratto che va anche sull’asset psicologico. C’è senz’altro una connessione ma è qualcosa di amplificato».
Donatella Grillo: «No, non credo, piuttosto è una problematica di tipo culturale della nostra società, legata al ruolo di uomo e donna. Ma proprio per questo, la scuola, con una valida e strutturata educazione che va avanti per tutti gli anni scolastici, ovviamente con modalità e contenuti calati nella realtà e nell’età degli alunni, può contribuire molto al cambiamento culturale».
Sebbene ci siano prove scientifiche sull’efficacia dell’educazione sessuo-affettiva, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha affermato che essa è compito delle famiglie. È d’accordo? E laddove la famiglia fosse assente o non in grado?
Mara Cordua: «Ritengo che debba essere un compito condiviso, a cui le istituzioni civiche non devono sottrarsi: parlo delle associazioni, dei consultori, di tutti gli enti che ruotano intorno alle persone».
Fabrizio Torelli: «Non sono d’accordo, anzi, soprattutto a quest’età si ha un rapporto abbastanza conflittuale con la famiglia. Quindi proprio la scuola, con le giuste figure e modalità, può essere utile».
Anna Palumbo: «Assolutamente no e per diversi fattori. A volte il setting familiare non è favorevole ad affrontare tali argomenti, a volte è proprio incapace. Oppure, spesso, gli alunni in fase preadolescenziale e quindi nell’esplorazione e affermazione di sé, non riescono a parlare liberamente con la famiglia, soprattutto se si identificano in un percorso non binario, per la paura di un rifiuto. Invece, riescono più facilmente ad aprirsi con un docente con cui hanno un rapporto di fiducia. Inoltre, anche la famiglia, se non opportunamente formata, può dare una visione dei fatti settoriale, soggettiva».
Spesso, uno dei maggiori nodi è trovare il giusto equilibrio con i valori delle famiglie, non sempre in linea. Possono subentrare visioni etiche, culturali o religiose molto diverse, oltre alla convinzione che certi temi sono controproducenti (è stato invece dimostrato il contrario) o dei tabù. Come si bilancia il rispetto delle sensibilità familiari con il diritto all’educazione?
Mara Cordua: «I nostri anni vedono una crescente adultescenza dei genitori, che si sostanzia nella mancanza di responsabilità rispetto alla cura e crescita dei figli. Il sistema di delega è anche accentuato da ritmi di lavoro che difficilmente permettono la conciliazione dei tempi di vita. Ma ritengo che, mentre ci si focalizza sulle cause, si rischia di non porre una soluzione alle conseguenze. Quello che mi lascia perplessa è la totale mancanza di fiducia da parte delle famiglie nella capacità di qualsiasi altra istituzione di trattare argomenti delicati e formativi. Questo processo è molto evidente negli USA, dove si assiste, a coronamento della totale delegittimazione del sistema formativo pubblico, a un vertiginoso aumento dell’homeschooling. Una premessa doverosa poiché credo non sia possibile, attualmente, un bilanciamento tra le sensibilità familiari, concretizzate in una chiusura o mancanza di educazione su vari temi, il dovere della scuola e le sensibilità dei singoli docenti. Si propone un po’, con le dovute variazioni, quanto sta succedendo per l’IGV: stabilita per legge, soggetta alle sensibilità dei singoli medici, inapplicata (o applicata in modo insufficiente) sul territorio nazionale».
Fabrizio Torelli: «Le famiglie dovrebbero comprendere che la scuola è dalla loro parte. Anche fare informazione, soprattutto su temi delicati, dovrebbe essere ben visto, trattandolo nel modo più tecnico, umano possibile. Può essere solo un beneficio».
Anna Palumbo: «Come già ribadito, il diritto all’educazione di genere per me è inviolabile e tutte le tematiche possono essere trattate anche in ambito scolastico. Fondamentale è non perdere di vista il target d’età di chi si ha di fronte. Se dimensionato e appropriato, non vedo perché la famiglia debba vederlo come una minaccia alla loro sensibilità o al loro asset di valori».
Donatella Grillo: «Se si intende che possa essere invasa la privacy di una famiglia, ovviamente si sta attenti a evitare che ciò accada e si lascia solo agli studenti la possibilità di chiedere, di informarsi con persone che possano rispondergli adeguatamente e a cui sta a cuore solo il loro benessere e la loro istruzione».
Ha mai partecipato a progetti o corsi scolastici riguardo tali temi? Se sì, com’è stata l’esperienza e qual è stata la reazione di studenti e famiglie?
Mara Cordua: «L’istituto in cui lavoro, negli anni passati, ha promosso incontri specifici con i medici dell’ASL. Le famiglie non hanno mai ostacolato tali incontri e le classi ne sono uscite sicuramente più informate, anche se i retaggi familiari erano evidenti dai commenti».
Fabrizio Torelli: «Ahimè no, se non a volte, con lo psicologo dell’ASL che ha parlato alla classe, ma in queste situazioni i docenti non possono essere presenti».
Anna Palumbo: «Sì, incontri organizzati dall’ASL di competenza e i genitori si sono lamentati a causa di argomenti sulla fluidità di genere e sui percorsi di transizione. Discorsi forse un po’ prematuri per la loro età ma, in quel caso, le famiglie dovevano essere edotte in merito e gli alunni opportunamente preparati. Perciò è fondamentale un’adeguata preparazione a questo tipo di incontri e argomenti».
Donatella Grillo: «Ho partecipato a corsi di aggiornamento, privatamente e a scuola, dove è stata fatta della formazione anche se non sempre di qualità, poiché sono argomenti difficili da trattare e non sempre ci sono formatori all’altezza».
Come cambierà il suo modo di affrontare domande spontanee da parte degli alunni su tali tematiche? Esistono modi alternativi per affrontare comunque questi temi in classe, in modo trasversale?
Mara Cordua: «Alle domande spontanee va data risposta, ove possibile in modo immediato, come insegnano tutti i manuali di pedagogia. Io continuerò a documentarmi e a rispondere, anche perché l’emergenza violenza nei rapporti interpersonali è talmente alta che chiunque entri in classe si rende conto che è necessario affrontare l’argomento. Per chi insegna lettere o lingue straniere è molto facile trovare modi alternativi: basta proporre letture adeguate all’età dei destinatari e discuterne in classe (nelle antologie fino ad ora ce ne sono molte)».
Fabrizio Torelli: «Farò come sempre del mio meglio, dando spiegazioni quanto più tecniche ma anche vicine al loro linguaggio. Il messaggio, per quanto giusto, se non viene trasmesso correttamente rischia di non essere recepito».
Anna Palumbo: «Darò risposte avvalendomi di letture, articoli, video, in un percorso di educazione civica, partendo dall’educazione socioaffettiva e relazioni tra pari. Cercherei, quindi, di inserire queste domande in un discorso più ampio».
Donatella Grillo: «Non credo cambierà il mio modo di affrontare l’argomento. Anche se nella scuola non si organizzeranno più momenti di riflessione e informazione, credo che l’argomento continuerà a essere presente nelle lezioni, nei dibattiti, nei confronti in classe a seguito di letture, visioni, ascolti e presumo che esse verranno stimolate lo stesso, anche se istituzionalmente questa cosa non sarà possibile».
Insomma, ciò che si evince dalle parole di questi docenti è un po’ di inevitabile sfiducia ma anche e soprattutto tanta perseveranza e resistenza, verso un sistema che sembra sempre più spesso metterci i bastoni fra le ruote. Un sistema che si rifiuta di creare un’adeguata prevenzione, che permette a un’ideologia tossica di continuare a crogiolarsi e a cui non frega assolutamente nulla della vita delle nostre figlie e dei nostri figli. Tanto, basta disegnare un paio di scarpette rosse all’ennesimo, penoso 25 novembre. Giusto?






