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Marco Ottaiano, Strawberry Fields: i Beatles letti come poesia romantica

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
22 Marzo 2026
in Billy
Tempo di lettura: 4 minuti
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Cosa concede a un professore di lingua e letteratura spagnola la possibilità di scrivere un libro sui Beatles? Un argomento sul quale si è detto e scritto di tutto, su cui si pubblicano ancora ogni anno decine, centinaia di titoli firmati da figure apparentemente ben più qualificate: giornalisti musicali, critici, testimoni diretti, ex agenti, musicisti, chi più ne ha più ne metta. E allora perché troviamo Marco Ottaiano sugli scaffali delle librerie con una delle più recenti e interessanti case editrici napoletane, Martin Eden, e il suo ultimo saggio Strawberry Fields?

La risposta può sembrare banale, persino poco convincente: passione. Eppure, superato questo pregiudizio – figlio di un tempo apparentemente libero ma legato alle logiche dell’algoritmo – nel testo si scopre da subito che l’autore non intende dimostrare nulla, né convincere di verità già note. Vuole raccontare. Ed è proprio per questo che il testo risulta godibile, perché si presenta come un pomeriggio passato al Vomero, ai tavoli della Fonoteca, a parlare con un amico di una passione condivisa bevendo una birra, immaginando la Londra degli anni Sessanta e maneggiando qualche vinile raro, domandandosi se comprarlo oppure no prima di andare via.

Non a caso, l’idea di Strawberry Fields nasce sulla soglia di una libreria, mentre dagli altoparlanti parte uno dei brani più iconici della band inglese. Nel frattempo, su una bancarella all’interno, il professore trova un vecchio tascabile delle Lyrical Ballads a pochi centesimi, forse lo stesso sul quale aveva passato i suoi giorni da studente. È l’istante in cui, attraverso l’ascolto, l’analisi nasce dall’esperienza prima che dalla teoria.

Ottaiano costruisce, così, una memoria critica più che un saggio musicologico, scavando tra ricordi che trovano improvvisamente un ordine, sin dalle prime pagine, quando Strawberry Fields, il brano che dà il titolo al libro, si alterna a Penny Lane, che – suggerisce – dovrebbero sempre essere riprodotte una dopo l’altra.

L’idea di partenza, dicevamo, è semplice solo in apparenza. Lennon e McCartney funzionano non per influenza diretta o genealogia culturale, ma per una parentela profonda, quasi biologica, dello spirito creativo inglese. Da una parte l’aderenza al quotidiano, la poesia delle cose minime, dei gesti comuni e della gente qualunque; dall’altra la deformazione visionaria, l’immaginazione che altera la realtà fino a renderla simbolo globale.

Così Penny Lane diventa wordsworthiana, osservazione morale del mondo. I personaggi di McCartney – la vigilessa, il barbiere, la ragazza che fugge di casa – possiedono la stessa dignità dei contadini delle Lyrical Ballads. Lennon, al contrario, viene associato dall’autore a Coleridge e Strawberry Fields Forever un ricordo già trasformato in mito.

La parte più interessante del libro sta proprio nella naturalezza con cui questo doppio registro attraversa tutta la parabola dei Fab Four: da Eleanor Rigby a I Am the Walrus, da The Fool on the Hill a Lucy in the Sky with Diamonds. Come per Wordsworth e Coleridge due secoli prima, i brani dei Beatles stipulano un patto poetico che è fatto di realtà elevata a lirica e il sogno reso tangibile.

Il testo di Marco Ottaiano è anche un piccolo diario personale, uno scrigno segreto pieno di piccoli inciampi autobiografici che diventano metodo di studio del fenomeno Beatles. Il ricordo della maestra che canta Yellow Submarine, il giradischi dei genitori, territorio sacro e inaccessibile, il sospetto di aver rivenduto anni prima proprio quel testo ritrovato in libreria in un giorno di pioggia. Sembrano elementi marginali, eppure sono il filo che cuce assieme tutte le parti del libro, che danno un senso a questo ascolto collettivo, i Beatles come memoria personale da condividere.

Il resto sono storie note, ma rilette da una prospettiva diversa, non come cronaca pop, bensì come prova che le canzoni hanno una vita indipendente dai loro autori e, a distanza di anni, ancora raccontano in maniera lucida la realtà. Alla fine il libro convince perché mostra un concetto molto semplice: ascoltiamo Eleanor Rigby come leggiamo Wordsworth e attraversiamo Strawberry Fields come un sogno di Coleridge. D’altronde, come nel caso del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan – che l’autore saluta con entusiasmo – la letteratura arriva alla radio proprio come arriva alla pagina scritta. Ed è qui che viene fuori l’anima accademica di Ottaiano, in questo studio fatto di continui parallelismi tra quelle che sono probabilmente le più grandi passioni della sua vita.

Il risultato è un libro che si legge come un itinerario mentale, ogni brano apre una porta. Alla fine non importa stabilire se i Beatles siano davvero eredi dei romantici inglesi, importa che, ascoltandoli, reagiamo alla musica come lettori dell’Ottocento di fronte alla poesia: riconoscendo noi stessi. In fondo, alcune opere immortali non dialogano tra loro perché si influenzano, ma perché nascono dallo stesso bisogno umano.

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