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“A Complete Unknown”, un ottimo biopic su Bob Dylan

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
11 Febbraio 2025
in Ciak!
Tempo di lettura: 5 minuti
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Dopo l’uscita e il successo di una serie di biopic su personaggi musicali di un certo calibro, come Bohemian Rhapsody, Rocketman o Elvis, l’idea di un ennesimo lungometraggio a tema non allettava propriamente il pubblico. Specie dopo il fiasco colossale di Back To Black, che avrebbe dovuto omaggiare Amy Winehouse, con scarsi risultati. Eppure, A Complete Unknown, biopic sui primi anni della carriera del cantautore e musicista Bob Dylan, ha superato di gran lunga le aspettative.

Per la regia di James Mangold, il film è tratto dalla biografia di Elijah Wald Dylan Goes Electric!, finendo non solo per incontrare il favore di pubblico e critica ma accaparrandosi altresì ben otto nomination agli Oscar, quali miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista a Timothée Chalamet, miglior attore non protagonista a Edward Norton, miglior attrice non protagonista a Monica Barbaro, miglior sceneggiatura non originale, migliori costumi, miglior sonoro. Insomma, una sorpresa per molti che non ci avevano creduto granché.

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A Complete Unknown arriva dopo I’m not there (2007), di Todd Haynes, che già aveva provato a raccontare la figura di Bob Dylan facendola impersonare da vari attori, persino da Cate Blanchett. Arriva in un gennaio carico di pellicole-bomba (basti citare Emilia Perez, Conclave o The Brutalist) e si distingue dal resto dei biopic già visti, concentrandosi maggiormente sulla carriera da musicista di Bob Dylan rispetto alle sue vicende personali; ne emerge un personaggio molto meno romanzato e per questo più difficile con cui empatizzare. Soprattutto considerato il fatto che Dylan non è noto per il suo bel carattere. Non è noto per le sue relazioni intime né per gossip in particolare. È noto per le sue canzoni ed è questo che il film voleva mostrare. La sua ascesa, la sua rivoluzione.

A partire dai primi anni Sessanta quando Bobby – così si presentava – arriva appena ventenne a New York, chitarra in mano e pochi soldi in tasca. Vuole incontrare un suo grande idolo, il cantante e chitarrista folk Woody Guthrie (Scoot McNairy), ricoverato in ospedale a causa di un’importante malattia. È lì, mentre si esibisce di fronte al suo eroe, che conosce Pete Seeger (Edward Norton), musicista già noto che intuisce immediatamente le potenzialità di quel giovanotto e decide di prenderlo sotto la sua ala protettiva. Parte, dunque, un’escalation di successo per Bob Dylan (nome d’arte di Robert Allen Zimmerman), vero divo del folk, fino ad arrivare al momento in cui, proprio come cita la biografia, Dylan goes electric, si spinge cioè a un tipo di folk più tendente al rock. Qualcosa di diverso da ciò che la gente si aspettava da lui e che difatti non venne compreso da subito.

Il titolo del film fa riferimento per l’appunto alla celebre canzone Like a Rolling Stone, del 1965, contenuta nell’album Highway 61 Revisited, che sancisce in un certo senso una rottura, il suo passaggio dalla fase acustica a quella elettrica. L’ideazione del cosiddetto folk-rock. How does it feel, how does it feel? – canta – To be without a home, like a complete unknown, like a rolling stone. E quale titolo migliore se non questo per descrivere la persona ambigua, enigmatica, schiva, anticonformista che è Bob Dylan? Una persona difficile, per non dire impossibile, da inquadrare, che non ha mai dato troppo peso a ciò che gli altri pensassero di lui. Voleva solo fare la sua musica.

Lo vediamo interpretato da un grandioso Timothée Chalamet, meritevole senza dubbio della sua candidatura (ma per la vittoria chissà, ricordiamo che c’è Adrien Brody). Reduce dal successo di Dune – Parte due, l’attore è stato in grado di trasformarsi letteralmente nel cantautore, incarnandone le movenze, le espressioni assorte e l’aria sconnessa, quasi seccata. Come dimenticare, del resto, l’ormai virale comparsa nel videoclip We Are the World, inciso dagli USA for Africa nel 1985, dove Dylan se ne sta impalato con lo sguardo perso nel vuoto, quasi a domandarsi come diamine ci fosse finito lì. Ma più di tutto, Chalamet è riuscito a imitarne l’iconica voce e tutte le canzoni sono cantate in maniera direi impeccabile da lui stesso.

Che dire inoltre di Edward Norton: meritatissima la sua candidatura per il ruolo di Pete Seeger, musicista e amico del protagonista ma anch’egli non in grado di comprendere fino in fondo la sua svolta musicale. Sylvie Russo è interpretata, invece, da Elle Fanning. Pare debba impersonare Susan (Suze) Rotolo, storica fidanzata di Dylan e nota per averne influenzato lo stile compositivo nei primi anni della carriera. Ecco, se dobbiamo muovere una critica al film, può essere l’assenza del ruolo fondamentale che la donna ha avuto, condensando il tutto in una figura marginale e spesso in balia delle gelosie. Gelosie nei confronti della cantautrice e attivista Joan Baez, qui interpretata da Monica Barbaro. Felici per la sua candidatura Oscar perché è stata molto brava e ha una voce spettacolare. Infine, per quanto compaia davvero poco, ottimo Boyd Holbrook (attore feticcio di Mangold) nei panni di Johnny Cash, con il quale Dylan ha avuto un intenso rapporto epistolare.

Mangold è sicuramente un regista che sa il fatto suo. Dei suoi lavori si ricordano Ragazze interrotte (1999), Logan: The Wolverine (2017) o Le Mans ’66 – La grande sfida (2019). Si destreggia in un biopic musicale che non è neanche il suo primo – ha già diretto Quando l’amore brucia l’anima – Walk  the Line (2005) basato sulla storia di Johnny Cash – e che non è un musical, attenzione, ma un film musicale. Ben strutturato nella regia dinamica e carismatica soprattutto durante le canzoni, riesce in due ore e mezza a trasmettere tutta la potenza espressiva del cantautore, evitando drammi e momenti stucchevoli.

Interessante anche la costruzione storica e politica, riportando in musica le preoccupazioni dovute alla guerra in Vietnam, cosa che Dylan ha sempre voluto fare senza curarsi di poter apparire troppo politico. Canta per i diritti umani, contro il potere corrotto, contro gli orrori della guerra. I suoi celebri album, come Bringing It All Back Home o Blonde on Blonde, rappresentano l’interiorità di uno dei personaggi più emblematici del folk-rock contemporaneo. È l’unico cantante, tra l’altro, ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura.

Un artista, dunque, libero e indecifrabile, che va avanti per la propria strada senza piegarsi al consumismo. Un uomo che forse nessuno, nemmeno lui stesso, conosce davvero nel profondo. Ma la sua carriera, quella sì che la si conosce. E allora che importa del suo passato o del perché lui e Sylvie si sono lasciati? È la sua musica la vera protagonista, i suoi testi, scritti e cantati da un uomo che fino all’ultima inquadratura resta per tutti, persino per se stesso, un completo sconosciuto.

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Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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