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Emanuele Di Porto, il bambino del tram a Pomigliano d’Arco

Milena Dobellini di Milena Dobellini
11 Febbraio 2025
in Margini
Tempo di lettura: 3 minuti
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È il primo febbraio 2025, fa freddo a Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli. Il freddo si avverte maggiormente perché in via Nilde Iotti c’è solo grigio e nessun altro colore per le palazzine popolari che la abitano. Avrebbero tanto bisogno di colore. C’è anche una chiesa, dalle pareti grigie. E c’è un parroco, che la guida, che accetta di ospitare un incontro organizzato dalla libreria Mio nonno è Michelangelo, con Emanuele Di Porto, novantatreenne ebreo sopravvissuto alla Shoah. Ad accoglierlo ci sono circa seicento persone. Un coro di voci bianche guidato da Luciana Mazzone intona canti siriani, palestinesi, partigiani. Anche il freddo diventa più caldo.

Di Porto – accompagnato da Paolo Cesari, editore di Orecchio acerbo, e Isabella Labate per presentare il suo albo illustrato Il bambino del tram – arriva all’incontro emozionato e con semplicità disarmante emoziona anche tutti i presenti.

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Emanuele nasce nel 1931 e a dodici anni vede sua madre prelevata dalla propria casa e famiglia a Roma per essere condotta nel campo di concentramento di Birkenau. È lo stesso Di Porto a salire sul camion dei tedeschi con lei, vuole seguirla. Ma la donna lo spinge a calci giù dal mezzo. Grida, mente. Non è ebreo, non è ebreo. E rimette al mondo suo figlio. Quella donna, la madre, sua madre, morirà in un campo di sterminio. Non tornerà mai più a casa.

Temendo che tutta la sua famiglia sia stata catturata dai tedeschi, Emanuele si rifugia in un tram per giorni. Alcune persone gli danno da mangiare, lo curano, si occupano di lui. Finché qualcuno lo riconosce. Il padre non è stato catturato. Può tornare a casa, gli dicono. Emanuele torna, non ha paura. L’unica ferita che lo squarcia e lo squarcerà per tutta la vita è il pensiero di sua madre nelle mani dei fascisti. La sua famiglia è povera, continua a lavorare. Lo fa fin dai suoi otto anni. Prima ha lavorato come stracciarolo, poi come venditore di souvenir a Roma.

Anche i tedeschi tornano, dopo un po’. Prendono i suoi fratelli e sorelle, mentre lui è nascosto sotto il letto. Ma poi si pentono e dopo qualche ora li riportano a casa. Di Porto, a chi gli chiede cosa pensi del male, risponde che c’è il bene e c’è il male. Ma c’è sempre un po’ di bene nel male e di male nel bene. Una volta, un soldato tedesco, dopo aver comprato da lui un souvenir, anziché pagargli cinque lire come dovuto, gli dà cinquecentomila lire. È questo il bene nel male, dice Di Porto. Le seicento persone presenti sono tutte in silenzio, rapite e commosse dal dolore e dalla forza del suo racconto.

Arriva il momento delle domande, a fine incontro. Quasi nessun adulto fa domande. Ogni parola sembra banale e superflua di fronte a un bambino che ha dovuto salutare per sempre sua madre perché ebrea, per non morire anche lui.

I bambini di domande ne fanno tante. È il loro volto l’unico sguardo capace di essere speranza. Loro non dimenticheranno mai la forza e il dolore di quell’uomo, al contrario di questa società indifferente e povera di valori che sembra aver dimenticato già tutto. Quei bambini ricorderanno. Ma ogni adulto deve fare altrettanto, per demolire qualsiasi atto o gesto che ricordi il fascismo. L’Italia è e deve essere antifascista. Oggi e sempre.

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