codice di condotta delle ong
Il Fatto

Nuovo codice di condotta delle ONG: l’urgenza della disumanità

È il 28 dicembre 2022. Un decreto legge varato con urgenza introduce nuove e più stringenti regole per il soccorso in mare. L’obiettivo, ancora una volta, sono le navi delle ONG, i migranti, le vite di chi una vita non è degno di averla. Il testo definitivo manca ancora all’appello, ma il contenuto presentato in conferenza stampa ribadisce – in grassetto – le priorità persecutorie di questo governo.

Pur non impedendo lo sbarco dei migranti, infatti, il decreto complica le operazioni di soccorso introducendo un codice di condotta che le ONG dovranno seguire in occasione degli interventi di salvataggio. Innanzitutto, le navi saranno tenute a comunicare, nell’immediatezza dell’evento, ogni soccorso effettuato alle autorità competenti, coordinarsi con loro nella richiesta di un porto di sbarco – che è raggiunto senza ritardo –, delle autorizzazioni e degli equipaggiamenti previsti. Nulla di troppo diverso, insomma, da quanto già stabilito dalle norme internazionali in materia.

È in quel senza ritardo, però, che consiste la prima novità: le imbarcazioni, infatti, dovranno raggiungere immediatamente il porto assegnato dalle autorità italiane, anche se questo non dovesse essere il più vicino, così come stabilisce il diritto del mare che parla di porto sicuro e di prossimità. Il decreto impedisce, dunque, non solo la celerità dell’accoglienza e, quindi, della risposta alle necessità dei migranti, ma significa anche un inevitabile aumento dei costi per le spese di navigazione, in continuità con quanto già accaduto nelle ultime settimane.

Del tutto contraria alla legge è, invece, l’imposizione di avviare tempestivamente iniziative volte ad acquisire le intenzioni di richiedere la protezione internazionale. Le linee guida delle Nazioni Unite, infatti, escludono che i comandanti delle navi ricevano le domande d’asilo. Un altro atto arrogante del governo italiano che intende sfidare l’Europa dei palazzi e dei diritti a scapito della vita umana. E in questo solco, pericolosamente profondo, si inserisce la vera novità – forse la più agognata dal governo, che addirittura si è mosso tra un panettone e un pandoro – del codice di condotta appena approvato: il diniego dei soccorsi plurimi.

Da questo momento, le imbarcazioni delle ONG non potranno più intervenire dopo aver effettuato già un salvataggio né effettuare trasbordi, vale a dire il trasferimento dei naufraghi da una nave più piccola a una più grande per aiutare altre vite umane: Nel caso di operazioni di soccorso plurime, le operazioni successive alla prima devono essere effettuate in conformità agli obblighi di notifica e non devono compromettere l’obbligo di raggiungimento, senza ritardo, del porto di sbarco. E ancora: le modalità di ricerca e soccorso in mare da parte della nave non devono aggravare situazioni di pericolo a bordo né impedire di raggiungere tempestivamente il porto di sbarco.

Dinanzi a simili violazioni, sarà negato l’ingresso delle imbarcazioni nei porti italiani, il comandante della nave potrà incorrere in una sanzione amministrativa tra i 10mila e i 50mila euro (già prevista) e potrà essere imposto il fermo amministrativo del mezzo fino a due mesi. Fermo contro il quale è ammesso ricorso, entro sessanta giorni dalla notificazione del verbale di contestazione, al prefetto che provvede nei successivi venti giorni. Nel caso in cui venga reiterata la violazione con la stessa imbarcazione, questa potrà essere confiscata.

Limitando l’operatività delle navi umanitarie e moltiplicando i costi dei soccorsi, il nuovo codice di condotta si presenta in piena continuità con i Decreti Sicurezza di Matteo Salvini e con il Decreto Immigrazione tanto decantato dal PD, soprattutto insegue proprio quest’ultimo su un territorio esplorato per la prima volta da colui che Gino Strada osava più di altri chiamare sbirro. È l’estate del 2017, infatti, quando viene approvato il primo codice di condotta delle ONG redatto dal Ministro dell’Interno Marco Minniti, la cui politica rappresenterà uno spartiacque nel salvataggio marittimo.

È questo l’anno dei taxi del mare, della prima caccia alle streghe vestite da soccorritori a bordo delle navi che operano al largo del Mediterraneo. La stessa opinione pubblica, che fino a poco prima parlava di angeli, si scopre pronta a sacrificare gli umanitari sui roghi appiccati dall’anti-politica. Sono i mesi che precedono l’alleanza penta-leghista: inizia il mai finito processo di criminalizzazione alle ONG.

Il 2022 si chiude con delle cifre drammatiche: quasi 1.400 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale solo quest’anno. Di fronte a questi numeri terribili, le disposizioni contenute nel decreto sono inaccettabili perché – imponendo alle navi umanitarie di portare immediatamente a terra i naufraghi – di fatto riduce le possibilità di fare ulteriori salvataggi dopo il primo soccorso. […] Le conseguenze di questo provvedimento saranno l’aumento dei morti in mare e dei respingimenti verso la Libia ad opera della Guardia costiera libica. Nel 2022, sono state oltre 20mila le persone respinte in Libia, scrive Emergency in un duro comunicato.

Questo è l’ennesimo decreto immaginato per fermare il soccorso in mare. Ci hanno provato tutti, con mezzi e metodi differenti, ma l’obiettivo è sempre stato lo stesso: fermare le navi umanitarie. Perché? È questa la domanda vera che tutti dovrebbero porsi. Sappiamo che le persone arrivano sulle coste italiane prevalentemente con mezzi autonomi, dunque questa guerra scatenata contro la società civile europea che soccorre in mare non dipende da questo. Ma allora da cosa? Il punto probabilmente è che la flotta civile rappresenta un problema che va ben oltre le operazioni di soccorso che opera. È la testimone inconfutabile delle violazioni dei diritti, quotidiane e reiterate, che l’Europa compie in accordo con stati illiberali, con dittature, con regimi, ai quali peraltro continua a dare un mucchio di denaro pubblico, aggiunge Oscar Camps, fondatore dell’organizzazione non governativa Open Arms. Ed è impossibile dargli torto.

Anche a un osservatore meno attento la strategia di governo è chiara, così come è chiaro che l’obiettivo è costringere le navi a sottrarsi all’obbligo di soccorso. Nessuna nave, però, può rifiutarsi di accogliere chi chiede aiuto. Perché nessuna legge verrà prima dei diritti dell’uomo. Nessuna legge si sostituirà al buon senso, all’umana pietas. Nessuna legge ci dirà di voltare il capo, di ignorarne le conseguenze, di non guardare all’uomo che soffre. Perché, come nel riflesso di uno specchio, tutti i naufraghi sono stati naviganti, tutti i naviganti potrebbero diventare naufraghi.

Come già ampiamente legiferato, anche stavolta si intende indurre in tentazione, «creare – come ha dichiarato il giurista ed esperto di diritto del mare Fulvio Vassallo Paleologo – i presupposti di violazioni il cui accertamento, affidato ai prefetti, potrebbe portare alla confisca delle navi, e forse anche a nuove denunce penali». Sembra di rivederlo il tiremmolla nel porto di Catania o di Agrigento, le navi che restano ferme e i due Matteo a Palazzo brindare al disperato. Viene difficile pensare che il Mediterraneo resti privo di soccorritori, ma è certo immaginare l’aumento del rischio di morte di migliaia di persone.

Ostacolare il lavoro umanitario che ha come unico obiettivo la messa in salvo di persone è inspiegabile se non in termini di consenso politico. E sappiamo bene come negli anni, qualunque sia stato il governo – e se ne sono susseguiti parecchi –, i tentativi di distrazione di massa abbiano sempre trovato nel più debole la prima vittima da sacrificare sull’altare della disumanità. Lo abbiamo visto, anche di recente, con il decreto interministeriale di deriva spietata e illegale a firma Piantedosi, Tajani, Salvini. Lo abbiamo visto con il carico residuale e gli sbarchi selettivi. Lo vedremo ancora.

Noi continueremo a salvare vite umane, nel rispetto del diritto internazionale e nazionale. Rispetteremo il codice di condotta solo qualora non entri in contrasto con norme di diritto internazionale e non smetteremo di credere che salvare vite umane è la cosa giusta da fare.

La sola.

Nuovo codice di condotta delle ONG: l’urgenza della disumanità
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