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Il Fatto

Decreto Immigrazione: cosa non è cambiato

C’è voluto decisamente troppo ma, finalmente, qualcosa si è mosso. Lunedì 5 ottobre, il Consiglio dei Ministri ha approvato il cosiddetto Decreto Immigrazione, vale a dire una serie di articoli che vanno a modificare, come su richiesta della Consulta e del Presidente della Repubblica, i provvedimenti promossi da Matteo Salvini nel corso della sua breve ma incisiva esperienza al Viminale.

Il decreto arriva dopo un lungo tentennamento delle forze di maggioranza, in particolare della componente pentastellata – firmataria, con la Lega, delle norme rimaneggiate –, e l’ampio sostegno, da parte del Parlamento, giunto già lo scorso luglio ma congelato in attesa delle Regionali. Il motivo è presto detto. La normativa introduce, infatti, disposizioni urgenti – così si legge nella nota introduttiva – in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare e modifica gli articoli 131-bis e 588 del Codice Penale. In pratica, facendo attenzione a non cancellarli, mette mano ai Decreti Sicurezza di salviniana memoria, lasciandone intatto l’impianto narrativo. Ed è qui che il coraggio istituzionale sembra venir meno. E anche il nostro entusiasmo. Ma andiamo con ordine.

Le modifiche, salutate con grande soddisfazione da politica e stampa, mirano a disciplinare una materia vasta e complessa atta a ridefinire l’intero assetto legato all’accoglienza. Ovviamente, si parte dal soccorso in mare, quindi dalle ONG, nemiche numero uno dell’ex Ministro dell’Interno e punto più divisivo per gli attuali esponenti di governo. A tal proposito, l’iter non cambia: il Viminale, in accordo con il Ministero della Difesa e dei Trasporti, può infatti ancora vietare l’ingresso e il transito in acque italiane a navi non militari.  Se il soccorso è stato effettuato seguendo le convenzioni internazionali e comunicando le operazioni alle autorità competenti – italiane o del proprio paese d’origine se battenti bandiera straniera – il divieto decade. Sta poi alla magistratura appurare eventuali violazioni e comminare le sanzioni. Quella che era solo un’ammenda amministrativa assume, dunque, un carattere penale e può variare dai 10mila ai 50mila euro, contro il milione paventato dai Decreti Sicurezza. In cambio, non è più contemplato il sequestro della nave ma resta, per chi violerà il divieto di ingresso, il rischio di reclusione fino a due anni. Insomma, il processo di criminalizzazione del soccorso sembra restare invariato.

La reintroduzione del permesso di soggiorno per motivi umanitari – come previsto dal Testo Unico sull’immigrazione del 1998 ma cancellato dai decreti di Salvini – è invece la novità e prende il nome di protezione speciale. Rilasciato previa autorizzazione della commissione territoriale, il permesso avrà durata di due anni e verrà concesso anche per motivi risultanti da obblighi costituzionali o internazionali. Possono essere convertiti, in presenza dei requisiti necessari e per motivi di lavoro, anche i permessi per casi di protezione speciale, calamità, residenza elettiva, acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide, assistenza ai minori, attività sportiva, lavoro artistico o motivi religiosi.

Il decreto introduce, poi, un nuovo principio di non respingimento, estradizione o espulsione del migrante verso uno Stato che si ritiene violi i diritti umani in modo sistemico o possa sottoporre il soggetto a tortura e trattamenti degradanti, vietando l’espulsione anche nei casi di rischio di violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, se non per motivi di sicurezza. Insomma, nulla che la Libia non faccia quotidianamente, sostenuta dalla stessa Italia, che ne finanzia i centri di detenzione dal 2017, allora per volere del piddino Marco Minniti, oggi di Luciana Lamorgese e Luigi Di Maio. Un bel controsenso.

Il testo varato dal CdM ripristina finalmente l’iscrizione all’anagrafe comunale, con la possibilità, per i richiedenti asilo, di ottenere un documento di identità valido per tre anni. Un’opportunità negata da Salvini e sui cui era intervenuta la Consulta a luglio scorso, definendo il divieto incostituzionale. Di tre anni è anche l’attesa massima per la richiesta della cittadinanza che si riduce di dodici mesi rispetto alla vecchia normativa. Prima dei Decreti Sicurezza, però, era fissata a due anni. Resta in vigore la revoca in caso di reati legati al terrorismo.

Ulteriore – e rumorosa – modifica riguarda poi i CPR, ex CIE, in cui il tempo di permanenza viene riportato a novanta giorni (contro i centottanta dei dl Salvini) con la possibilità di una proroga di altri trenta, qualora il migrante sia cittadino di un Paese con cui l’Italia ha accordi in materia. Eppure, le tante inchieste e le morti sospette raccontano di una realtà, all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio, disumana e umiliante, lì dove spesso vi è malnutrizione, carenza d’acqua calda, condizioni igieniche inesistenti, assenza di accompagnamento legale e mediazione linguistica, abusi. Luoghi per i quali è stata coniata l’espressione detenzione amministrativa, nei fatti una reclusione illegittima – come dimostrato dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Giustizia Europea – atta a punire da una parte e a fare propaganda dall’altra: solo la metà dei reclusi viene effettivamente rimpatriata, causa accordi mancanti o dispendio oneroso, con un nulla di fatto nel contrasto all’irregolarità. Anche i CPR, la cui storia inizia nel lontano 1998 sotto un’altra sigla, sono firmati PD.

Inedita, invece, è la flagranza in differita per chi organizza proteste e danneggiamenti all’interno dei centri: manifestare per i propri diritti o per la verità, come successo nel CPR di Gradisca d’Isonzo dopo la morte sospetta di Vakhtang Enukidze, non sarà più legale. Stesso scopo persegue la conferma del blocco stradale, anche per i non migranti, di certo non una novità per il partito dello sbrirro Minniti, celebre più per i manganelli che per la diplomazia. La modifica più importante, però, riguarda gli SPRAR/SIPROIMI: nasce, infatti, un percorso che prende il nome di Sistema di accoglienza e integrazione, cui possono accedere i richiedenti asilo su base volontaria. Gestito dai Comuni, il sistema si articolerà in due livelli di prestazioni: il primo dedicato ai richiedenti protezione internazionale, il secondo a coloro che ne sono già titolari, con servizi aggiuntivi finalizzati all’integrazione.

Infine, ma non meno importanti, l’introduzione dell’inasprimento del cosiddetto Daspo urbano, vale a dire misure nuove in materia di divieto di accesso agli esercizi pubblici e a enti locali di pubblico intrattenimento per chiunque abbia riportato una denuncia o una condanna non definitiva nell’arco degli ultimi tre anni in merito alla vendita di stupefacenti, e le disposizioni nell’ambito del contrasto all’utilizzo distorto del web. Nulla che comunque abbia fatto particolare rumore. L’attenzione, come prevedibile, è tutta rivolta alla questione migratoria.

Non è necessario essere degli esperti per comprendere che, a discapito dei toni trionfalistici del governo giallorosso e della stampa che, al Partito Democratico strizza spesso l’occhio, il Decreto Immigrazione non è la rivoluzione di cui l’Italia ha bisogno. Basta soffermarsi sulla volontà di rimodulare e non di cancellare le leggi promulgate a suo tempo da Matteo Salvini. L’unica mossa veramente sensata. Con il decreto, infatti, non cambia l’assetto persecutorio e securitario della legislazione nostrana, non cambia l’accezione negativa del soccorso in mare, non cambiano il PD e i 5 Stelle. E nemmeno sappiamo se cambierà qualcosa, in fase di discussione, nel testo finale. Quel che è certo è che non si sta costruendo un’Italia più umana, come annunciato dai leader di casa nostra, non si è abbattuto il muro, si è solo finto di scavalcarlo, ma resta lì. Che non si sa mai.

Così come restano la Bossi-Fini, i lager libico-italiani, l’assenza di canali di accesso sicuri e legali, di vero contrasto al traffico di esseri umani cui ogni giorno assistiamo inermi, ma pur sempre da protagonisti. Resta la condanna della solidarietà e la vita come mero tornaconto politico. Il 5 ottobre non è stato un buon giorno per la democrazia, è stato soltanto il contentino al popolo indignato di chi imita Salvini fingendo di rinnegarlo.

Decreto Immigrazione: cosa non è cambiato
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