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Il Fatto

Libia, l’Italia finanzia (ancora) la tortura

L’Italia finanzia – ancora – la tortura. Giovedì 15 luglio la Camera dei Deputati ha approvato il rifinanziamento della guardia costiera libica e dei centri di detenzione. Il voto favorevole ha visto la quasi totalità dell’emiciclo per un totale di 438 sì – compresi quelli di Fratelli d’Italia –, 3 contrari e 2 astenuti.

La votazione rientra nell’ambito dell’approvazione della delibera che autorizza e proroga le missioni militari all’estero – per un totale di 42 operazioni in 27 Paesi diversi e l’impiego di 9200 uomini – tra cui, appunto, quella riguardante il Paese nordafricano dove, secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite ai diritti umani, sono stati documentati inimmaginabili orrori.

Per il quinto anno consecutivo, dunque, l’Italia sceglie di investire nella tortura e lo fa con incredibile nonchalance, bocciando la risoluzione proposta da Erasmo Palazzotto (LeU) che chiedeva la cessazione dei rapporti in risposta alle gravi violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti. Approva, in cambio, la possibilità che dalla prossima programmazione vi siano le condizioni per superare la cooperazione con le autorità nordafricane trasferendola alla missione dell’Unione Europea Irini, così come su richiesta del PD, riformulata d’intesa con governo e maggioranza. Non una condanna, quindi, ma un classico scaricabarile.

«Un consenso così ampio e trasversale significa che c’è condivisione di fondo sulla strategia del governo», ha commentato il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini. «Sono molto soddisfatto» e, in effetti (dalla sua prospettiva), fa bene a esserlo. Non capita spesso, infatti, che il Parlamento – è facile prevedere che la prossima settimana la votazione otterrà lo stesso risultato in Senato – sia così unito nel portare avanti progetti e obiettivi comuni. Eppure quando si tratta di diritti (da negare) e migranti la discussione si esaurisce presto. A volte, nemmeno si tiene.

Era successo così nel febbraio del 2020, quando il memorandum, l’accordo politico tra Italia e Libia in materia di migrazione, si era tacitamente rinnovato, prorogatosi in via automatica dopo la firma del 2017 per volere dell’ex Ministro Marco Minniti e dell’impalpabile Premier Paolo Gentiloni. Da allora – e almeno per i prossimi tre anni – Roma dirotta milioni di euro nelle casse di Tripoli perché quest’ultima contenga l’emorragia umana che si riversa nel Mediterraneo.

Intanto, nelle stesse ore in cui Montecitorio votava, Amnesty International pubblicava un nuovo rapporto. Si chiama Nessuno ti cercherà: il ritorno forzato dal mare alla detenzione arbitraria in Libia e documenta come le violazioni decennali contro i rifugiati e i migranti siano continuate senza sosta nei centri di detenzione durante i primi sei mesi del 2021. Il rapporto rileva anche che dalla fine del 2020 la Direzione per la lotta alla migrazione illegale (DCIM) della Libia, un dipartimento del Ministero dell’Interno, ha legittimato gli abusi integrando due nuovi centri sotto il proprio controllo dove centinaia di rifugiati e migranti sono stati forzatamente rinchiusi dalle milizie.

I sopravvissuti hanno raccontato la realtà di quelli che comunemente chiamiamo lager, luoghi di sospensione del diritto dove le guardie possono tutto, persino violentare le donne, costringendole ad avere rapporti sessuali in cambio di acqua, cibo o della loro libertà. Torture e altri maltrattamenti sono all’ordine del giorno, così come condizioni di detenzione crudeli e disumane, estorsioni e lavori forzati. Alcuni hanno riferito di essere stati sottoposti a perquisizioni invasive, umilianti e violente. Nei centri non sono rari i tentativi di suicidio o le morti dovute alla negazione di cure e il ricorso alle armi sui detenuti inermi.

La relazione, dunque, getta nuova luce sulla sofferenza dei migranti intercettati nel Mediterraneo e riportati indietro, dove vengono immediatamente incanalati in reclusioni arbitrarie e sistematicamente sottoposti a tortura e sfruttamento nella totale impunità. Inoltre, «mette in evidenza anche la complicità in corso degli Stati europei che hanno continuato vergognosamente a consentire e assistere la guardia costiera libica nel catturare persone in mare e riportarle con la forza nell’inferno della detenzione, nonostante sappiano benissimo gli orrori che subiranno», ha commentato Diana Eltahawy, vicedirettore per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International. «L’intera rete dei centri di detenzione per migranti libici è marcia fino al midollo e deve essere smantellata». L’Italia, invece, ha scelto di rinforzarla.

Tra gennaio e giugno 2021, la guardia costiera libica ha intercettato circa 15mila persone in mare e le ha restituite alla terraferma – più che in tutto il 2020 – durante quelle che si descrivono come missioni di salvataggio. Le stesse per le quali il Premier Mario Draghi – volato in Libia in occasione del suo primo viaggio ufficiale – ha ringraziato le autorità locali, dimentico (forse) che, secondo una stima prudenziale, negli stessi mesi, oltre 700 persone sono annegate lungo la rotta del Mediterraneo centrale (866 in totale). Meno prudente, invece, è stata l’Italia che – sempre in relazione al 2021 – ha aumentato di mezzo milione le spese militari nel Paese nordafricano, per un totale di 32.6 milioni destinati alla guardia costiera libica dal 2017 a oggi e di 271 milioni sperperati in operazioni sul territorio.

Rispetto al 2020, anche le risorse destinate alle missioni navali che non prevedono il salvataggio dei migranti in acqua sono aumentate: di 17 milioni quelle destinate a Mare Sicuro e di altri 15 quelle per la missione Irini. L’Italia e altri Stati membri, inoltre, hanno continuato a fornire assistenza materiale, compresi motoscafi – poi utilizzati persino per speronare i pescherecci nostrani, come accaduto qualche settimana fa –, alla guardia costiera libica e stanno lavorando per istituire un centro di coordinamento marittimo nel porto di Tripoli, finanziato principalmente dal Fondo fiduciario dell’UE per l’Africa. Ignorano, invece, che 1.3 milioni di persone, in Libia, hanno bisogno di assistenza umanitaria, impegnandosi piuttosto a formare e finanziare il corpo militare nato nel 2017 per intercettare le imbarcazioni di migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale e riportarle indietro, in un Paese che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e in cui sono state accertate sistematiche violazioni del diritto. Quelle a cui l’Italia contribuisce pur di ottenere un rallentamento degli sbarchi sul proprio territorio.

I fondi spesi a tal fine sono aumentati di anno in anno, raggiungendo quasi 800 milioni complessivi in appena un triennio. L’obiettivo non è solo quello di fermare i migranti, ma anche di rafforzare l’influenza italiana in Libia, attenti però a non chiedere conto degli 8mila migranti catturati lo scorso anno e mancanti all’appello o a ignorare la richiesta lanciata da Asgi, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Oxfam e Sea-Watch al fine di istituire una commissione di inchiesta che indaghi sul reale impatto dei fondi spesi nel Paese nordafricano e sui naufragi nel Mediterraneo.

D’altro canto, se Luigi Di Maio, Ministro degli Esteri ed ex Vicepremier, afferma che «il governo italiano non ha disposto e non disporrà finanziamenti a favore della guardia costiera libica», negando la cronaca e persino le morti complici degli ultimi anni, non c’è molto da sperare da una classe politica che, compatta, sceglie il carnefice e mai la vittima. Certo, trentaquattro deputati si sono opposti. Trentaquattro nomi da tenere a mente quando alla primissima occasione in tanti verranno a chiederci il voto per contrastare la destra. Ma quale? Quella del memorandum o quella dei porti chiusi? Non se ne scorge la differenza. Si scorgono, invece, i corpi che riaffiorano alla prima mareggiata, quando le onde raccontano ciò che le autorità non dicono e parte di quei 438 che hanno votato sì verseranno lacrime finte per un like in più.

Avrebbe dovuto essere il governo dei migliori, invece è la solita solfa: complice, mandante, assassina.

Libia, l’Italia finanzia (ancora) la tortura
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