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Attualità

Il caso Britney Spears e lo stigma della salute mentale

Ricordo bene i primi anni 2000. I flip phone rosa, i jeans a vita bassa, Mean Girls al cinema, i gloss glitterati, i giornaletti di gossip pronti a raccontare le uscite della coppia del momento. In Italia avevamo Cioè, negli USA c’erano TMZ, Us Weekly, People, OK, Life & Style, Star. Tutti, almeno una volta, nella sala d’attesa di qualche dottore, abbiamo sfogliato quelle pagine piene di scandali, colpi di scena, pettegolezzi sussurrati. La regina delle copertine in quel periodo era una sola: Britney Spears.

Ad appena diciotto anni pubblicò …Baby One More Time, attraendo le ire funeste di tutte le mamme d’America, preoccupate della cattiva influenza che quella ragazzina sfrontata avrebbe avuto sulle loro bambine. Cattiva fidanzata, cattiva ragazza, cattiva madre: tutti hanno sempre avuto un giudizio in tasca per Britney. Ma la sua scalata è andata avanti, comunque. Fino al 2007, quando ebbe un iper pubblicizzato mental breakdown, causato dalla combo di una salute mentale fragile e le enormi pressioni mediatiche e lavorative alle quali era sottoposta.

Se avete visto Framing Britney Spears, conoscete gli enormi profitti che i media hanno ricavato dalla situazione: le agenzie di paparazzi hanno ammesso che la popstar copriva il 35% delle loro entrate. Qualsiasi tabloid l’ha avuta in copertina, qualsiasi tabloid ha pagato oro per avere le foto di ogni succoso, scandaloso minuto del suo crollo nervoso. Nessuna privacy, solo una telecronaca continua. I titoli erano osceni: Britney è pericolosa, Britney è fuori controllo, Britney la bomba a tempo, Britney ha perso la testa: vai a pagina 6-7 per le rivelazioni della sua tata. Oggi, gli stessi giornali le offrono solidarietà. Hashtag #freeBritney, ecco tutta la vera storia. La sorella piange per lei, ma saranno vere lacrime? Clicca sull’articolo per scoprire tutti gli abusi del padre.

Questa dura caccia alla strega si è conclusa con un provvedimento molto forte: l’istituzione di una conservatorship. Nel 2008, la popstar viene dichiarata incapace d’intendere e di volere e la Corte la pone sotto tutela del padre, Jamie Spears. Assente fino a quel momento, il papà compare in soccorso della figlia pazza e tutti tiriamo un sospiro di sollievo. Il buon vecchio uomo della famiglia. Finalmente Britney è in mani sicure. Non metterà più a rischio i suoi bambini. Dovrà rigare dritto. E lo dovrà fare davvero, perché una conservatorship, una tutela, è uno strumento estremamente pervasivo e totalizzante.

Le viene disconosciuta ogni possibilità di autodeterminarsi: a gestire se stessa e il suo patrimonio sarà il padre. Jamie ha legalmente la possibilità di scegliere dove Britney dovrà vivere, lavorare, andare, con chi vedersi, quali avvocati assumere, a quali trattamenti sanitari dovrà essere sottoposta. Il tutto per la sua sicurezza. L’opportunità di questa misura è discutibile: si tratta di uno strumento eccezionale, usato solo nei casi più estremi. Esistono alternative molto meno ghettizzanti per i disabili: l’SDM (il Supported Decision Making), figure professionali qualificate, trust specializzati. Aiuti che mirano a supportare i disabili nell’adozione di scelte sicure e informate, ma sempre scelte proprie.

Certo, non conosciamo le prove portate di fronte alla Corte nel 2008. Non conosciamo le udienze tenute negli anni successivi. Non conosciamo neanche la diagnosi di Britney. Forse una tutela era davvero necessaria. Ma oggi abbiamo potuto ascoltare la sua prima testimonianza pubblica in tredici anni. Le accuse al padre sono gravissime: Jamie avrebbe sfruttato la sua posizione di potere per approfittare della figlia, appropriandosi del suo denaro. Le avrebbe impedito di vedere i suoi bambini, gli amici, i professionisti di cui lei si fidava. In particolare, le avrebbe fatto impiantare un metodo di contraccezione contro la sua volontà, nonostante lei volesse avere un figlio col suo compagno. Compagno che non ha mai potuto sposare perché il matrimonio è un contratto legale e nessun contratto può essere stipulato senza l’assenso del padre.

Gli USA, come il resto del mondo, hanno una lunga e dimenticata storia di sterilizzazione forzata delle persone disabili. Non serve andare così indietro nel tempo. Il movimento per l’eugenetica era ampiamente accettato in America nel Novecento. Esempio lampante è il caso Buck v. Bell (1927), una delle decisioni più agghiaccianti della Corte Suprema degli Stati Uniti. La Corte ritenne perfettamente legale uno statuto che permetteva la sterilizzazione degli inadatti, inclusi i disabili mentali, per la protezione e la salute dello Stato. La giustificazione data dal giudice Justice Oliver Wendell Holmes fu: «Tre generazioni di imbecilli sono abbastanza».

Durante il ventesimo secolo, 65mila persone (principalmente donne di colore della classe operaia) vennero sterilizzate. Le donne nere, latine e native americane erano il target primario. Fu solo nel caso Skinner v. Oklahoma (1942) che si arrivò a una decisione contrastante della Corte Suprema. In ogni caso, diverse indagini hanno testimoniato il proseguimento di sterilizzazioni forzate fino al 1970. Oggi, il diritto alla sessualità, in tutte le sue espressioni, è garantito esplicitamente dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006.

Nonostante questo, se le accuse di Britney sono vere, tredici degli anni migliori per avere un bambino le sono stati portati via. E la ragione di fondo, quella che nessuno dice ad alta voce, quella che resta radicata in un angolino della nostra mente, è sempre la stessa: una donna disabile non sarà mai una buona madre. Nel 2008, Britney ha completato il tradimento più profondo, quello che non viene mai perdonato: non riuscire a gestire i suoi figli da sola. Instabile, inadatta: che si tratti di un crollo nervoso o di infermità mentale è irrilevante.

La madre deve essere perfetta, la madre non può sbagliare un colpo, la madre non può provare che gioia di fronte alla nascita del figlio, la madre non può essere debole. Perché si tratta del ruolo più importante della donna. L’accudimento della prole, la conservazione della specie. Il ruolo più antico, il ruolo che non può essere abdicato. È per questo che il più comune degli squilibri ormonali è ancora oggi un tabù: la depressione post partum non può esistere, solo le madri pessime e impreparate ce l’hanno. E niente psicologo, quello è per i matti. Se le persone fragili non sono in grado di gestirsi i figli da sole, allora non dovrebbero averne.

La cosa peggiore è che questa è la prima testimonianza pubblica di Britney, ma ci sono state udienze private. Una tutela è sottoposta a controlli continui. Nel 2016, Spears aveva già espresso le sue paure di fronte a un investigatore della Corte. Aveva detto di sentirsi bullizzata, abusata, di non fidarsi di suo padre. Cinque anni sono passati e nulla è cambiato. Jamie Spears non si è mosso di un passo. La domanda è: se una famosa multimiliardaria bianca non è stata ascoltata durante i tredici anni della sua conservatorship, quante chance hanno le donne e gli uomini meno privilegiati?

Negli USA, secondo l’AARP, ci sono 1.5 milioni di adulti sotto conservatorship o guardianship. Adulti che non hanno una schiera di fan adoranti che ha lottato per fare luce sulla loro situazione. Adulti che magari, oltre al sessismo e all’abilismo, devono sopportare il razzismo, il classismo e uno stato di totale abbandono. Il rischio che una tutela sia abusiva resta, nonostante il controllo delle Corti, a causa di una semplice realtà: le parole di una persona con problemi di salute mentale vengono ritenute automaticamente inattendibili rispetto a quelle di amici e parenti. La storia di Britney ha puntato i riflettori su questioni di cui non siamo abbastanza coscienti e che fino a ora ci siamo concessi il lusso di ignorare.

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