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Il Fatto

Porti chiusi: COVID-19 o salvinismo di ritorno?

Nessuno se n’è accorto, eppure i porti italiani sono chiusi. Per la prima volta nella storia del Paese, infatti, un decreto interministeriale ha dichiarato che l’approdo sulle nostre coste non può definirsi sicuro. Il motivo, è presto detto, si chiama COVID-19.

Nel provvedimento firmato lo scorso 7 aprile dal Ministero dell’Interno di Luciana Lamorgese, da Luigi Di Maio, Roberto Speranza e Paola De Micheli – rispettivamente Ministri degli Esteri, della Salute e dei Trasporti e delle Infrastrutture –, si sottolinea la necessità di impedire l’attracco alle navi di soccorso e, dunque, l’impossibilità di garantire sicurezza ai migranti che tentano la disperata via del mare per avere un presente. Al momento, il documento – passato terribilmente in sordina – ha validità fino al prossimo 31 luglio quando, da decreto in vigore, lo stato di emergenza sanitaria nazionale sarà concluso. Tuttavia, il timore che il divieto possa protrarsi sembra molto più di una semplice sensazione.

Attualmente, quasi tutte le navi di soccorso hanno sospeso le loro attività per salvaguardare la sicurezza degli equipaggi e, soprattutto, per impegnare i propri medici e personale su terraferma nella battaglia al coronavirus. Una risposta chiara e decisa a quei tanti – persino celebri giornalisti, volti noti della tv – che a lungo hanno insinuato che le ONG fossero sparite dai radar insieme alle telecamere. Unica, o tra le pochissime ancora attive nel Mediterraneo, resta la Alan Kurdi della tedesca Sea-Eye, che il 6 aprile si è vista negare l’accesso da Italia e Malta, dopo il salvataggio di circa 150 persone al largo della Libia. Per fortuna, anche se a circa una settimana di stallo, la stessa Italia ha provveduto a inviare una nave militare per assicurare i migranti alla quarantena, in isolamento, sotto l’egida della Protezione Civile e della Croce Rossa.

L’iniziale rifiuto, sarcasticamente analogo alle misure prese in merito alle navi da crociera e alle navi passeggeri battenti bandiera straniera, è stato così motivato: a causa dell’emergenza pandemica COVID-19, i porti non presentano più i necessari requisiti sanitari richiesti dalla convenzione di Amburgo. Eppure, come sottolineato dall’OIM e dalle Nazioni Unite, i protocolli da adottare per evitare il contagio, senza contravvenire a nessuna legge internazionale – quale, appunto, l’obbligo di soccorso in mare –, esistono e si possono, anzi si devono, applicare.

La definizione di place of safety, luogo sicuro, è stata spesso al centro del dibattito di questi ultimi anni, in particolare delle sentenze della magistratura che a più riprese hanno dovuto ribadire l’importanza dell’impegno delle ONG e di tutte le navi di soccorso operanti nelle acque sud europee. Un attivismo che ha significato il salvataggio di migliaia di vite da morte certa o altamente probabile – quando a bordo di imbarcazioni precarie e improvvisate –, assicurandosi di non riconsegnarle alla Libia. Il Paese è, infatti, bollato dal diritto internazionale come luogo non sicuro poiché non riconosce la Convenzione di Ginevra del 1951. In cambio, accetta di buon grado i milioni che Roma dirotta su Tripoli per contenere l’emorragia umana che si riversa, inarrestabile, nel Mediterraneo.

Il riferimento è al famoso memorandum Italia-Libia voluto dallo sbirro Minniti – per citare Gino Strada, uno che la guerra la conosce sin troppo bene – e rinnovatosi appena pochi mesi fa mentre lo Stivale era interamente sintonizzato su mamma RAI a commentare la kermesse sanremese, dunque strategicamente distratto. A quanto pare, gli inimmaginabili orrori che ogni giorno si perpetrano nei lager nostri dirimpettai, per l’Italia, sono più tollerabili di un virus che, in qualche modo, si può provare ad arginare.

Intanto, alcuni parlamentari, europarlamentari e consiglieri regionali hanno chiesto al governo di revocare il decreto poiché sbagliato e incomprensibile: […] nell’emergenza sanitaria drammatica che la pandemia impone al nostro Paese e al mondo intero, la tutela della salute ha una assoluta priorità. […]
Questo vale per i naufraghi salvati nelle operazioni di ricerca e soccorso (qualunque sia la bandiera della nave che li opera e la nazionalità delle persone soccorse), e, nello stesso modo, per le comunità costiere potenzialmente esposte a rischi di contagio.

Anche le associazioni del tavolo asilo hanno espresso preoccupazione in un comunicato ufficiale. L’inopportunità dell’atto amministrativo di memoria salviniana appare, infatti, come la sospensione di quel dovere inderogabile di soccorso in mare che lo stesso Speranza, appena tre anni fa, definiva obbligo morale. Inevitabile la critica delle ONG: Senza fornire alternative […], l’Italia ha privato i suoi porti della connotazione di luoghi sicuri, propria di tutti i porti europei, equiparandosi a Paesi in guerra o dove il rispetto dei diritti umani non è garantito e operando una selezione arbitraria di navi a cui l’accesso è negato. Sarebbe stato possibile trovare molte soluzioni diverse, conciliando il dovere di garantire la salute di tutti a terra con quello di soccorrere vite in mare. Ma così non è stato, ovviamente.

E mentre la situazione nel Mediterraneo inizia a complicarsi – con, addirittura, il rovesciamento di un gommone appena pochi giorni fa, per la gioia di molti cuori immacolati di Maria dediti a celebrare la Pasqua e a esultare sui social per la scomparsa di poveri disperati – a Lampedusa e a Pozzallo continuano ad arrivare barchini autonomi con i migranti immediatamente messi in quarantena. Immancabile, forse perché finalmente sentitosi chiamare in causa, il commento di Matteo Salvini: «Italiani chiusi in casa, clandestini liberi di sbarcare […] mentre i trafficanti di esseri umani si fregano le mani per il business che prosegue indisturbato. Assurdo». Assurdo appare, piuttosto, il silenzio della politica mainstream, quella che, invece, quando era opposizione gridava allo scandalo e condannava – forse per puro spirito propagandistico di riflesso – i decreti dell’allora Ministro dell’Interno, bersaglio sin troppo facile per cecchini all’occorrenza.

Alla luce di questo decreto, il nuovo Umanesimo millantato agli albori del Conte bis sembra adesso, come allora, uno spot di bassa Lega – la maiuscola è d’obbligo – e si conferma un pericoloso salvinismo di ritorno. Così come ieri il leader del Carroccio tuonava contro Carola Rackete, il governo giallorosso sibilla oggi contro i tanti Alan Kurdi di cui ha indossato la maglietta rossa in segno di protesta. E se non è accettabile la strumentalizzazione di chi cavalca la paura per prendere qualche voto in più, come dichiarava il Ministro Speranza, non è affatto tollerabile sfruttare una pandemia per giungere comunque allo stesso risultato: porti chiusi. In fondo, è soltanto questione di narrazione: l’uomo forte da una parte, il soft power dall’altro. Titoloni di giornale, trafiletti qua e là. La matrice culturale, invece, non cambia, da Minniti a Salvini, fino alla Lamorgese: o anneghi o torni in un lager. A te la scelta. Soprattutto adesso che il COVID-19 è ovunque nel mondo e per chi scappa dalla guerra non ci sarà mai alternativa.

Papa Francesco lo ha detto senza mezzi termini in una bellissima lettera ai fratelli e alle sorelle dei movimenti delle organizzazioni popolari: In questi giorni, pieni di difficoltà e di angoscia profonda, molti hanno fatto riferimento alla pandemia da cui siamo colpiti ricorrendo a metafore belliche. Se la lotta contro la COVID-19 è una guerra, allora voi siete un vero esercito invisibile che combatte nelle trincee più pericolose. Un esercito che non ha altre armi se non la solidarietà, la speranza e il senso di comunità che rifioriscono in questi giorni in cui nessuno si salva da solo. Come vi ho detto nei nostri incontri, voi siete per me dei veri “poeti sociali”, che dalle periferie dimenticate creano soluzioni dignitose per i problemi più scottanti degli esclusi.

Ecco che allora, mentre il Portogallo regolarizza gli immigrati al fine di contrastare il coronavirus, l’Italia ripropone la solita minestra bollita, una politica ammiccante che rifiuta il sovranismo mentre gli offre da bere. Non basta fare nomi e cognomi, bisogna agire e bene. Subito. Prima di tutto per tutelare vite e, poi, il mondo futuro. Perché se le loro coscienze sono già andate, noi possiamo ancora dar valore alle nostre.

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