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Jacques Henri Lartigue: la Belle Époque della fotografia

Francesca Testa di Francesca Testa
21 Febbraio 2024
in Camera Chiara
Tempo di lettura: 4 minuti
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La fotografia di Jacques Henri Lartigue percorre varie fasi che, insieme a lui, crescono con il tempo che passa. A cavallo tra Ottocento e Novecento, il pittore e fotografo francese restituisce un ritratto impareggiabile della Belle Époque: corse di auto, tentativi di volo, amici e parenti immortalati in momenti puramente ludici. È questo quello che vede un bambino di 7 anni, è a questa età che riceve in regalo dal padre una macchina fotografica, amica fedele di ogni avventura e momento di crescita, che non lascerà più andare.

Gli scatti di Jacques Henri Lartigue sono incredibilmente espressivi, seppur spesso sfuocati, fuori inquadratura, sghembi, insomma tutti elementi che dimostrano quanto la sua fotografia sia prettamente amatoriale. Tra il 1901 e il 1902 – l’anno in cui riceve in regalo la macchina fotografica –, il giovane Jacques inizia a scrivere un diario che verrà corredato da un numero impressionante di immagini. Si tratta di un’attività che lo accompagnerà per tutta la vita.

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Le sue prime fotografie dimostrano quanto grande sia il fascino esercitato dai nuovi mezzi di trasporto su di lui. Automobili e aeroplani sono simboli della velocità a cui si sta affacciando il nuovo secolo e il desiderio più grande del giovanissimo fotografo è appunto quello di immortalare questa velocità. Lartigue cattura, spesso e volentieri per caso, senza sforzo e con tanta passione, delle immagini che esprimono un grande legame con la street phorography e, allo stesso tempo, vanno a celebrare il rapporto tra spazio stradale moderno, innovazione e progresso.

Sicuramente appartenere a una classe sociale elevata gli dà modo di realizzare gli scatti senza problemi e mai lontano dalla cerchia familiare. E sono proprio i membri della sua famiglia i soggetti che spesso immortala nei suoi primi esperimenti: una famiglia dinamica, alimentata da una straordinaria energia, dove i soggetti sembrano volare, mostrando un entusiasmo per la vita quasi palpabile.

La macchina fotografica diventa presto un mezzo di espressione necessario, come per moltissimi altri fotografi, anche se il lavoro principale di Jacques è sempre quello di pittore. Con il passare degli anni, a partire dal 1907, anno in cui diventa tredicenne, la crescita lo spinge verso altri soggetti, altri interessi. La macchina fotografica diventerà un mezzo per scoprire se stesso, in particolar modo la propria sessualità. Nel suo diario infatti annota le nuove idee: Dovrei andare nel parco a fotografare le donne che hanno i cappelli più eccentrici o belli. E ancora: Le donne… Tutto mi affascina di loro… Sono pronto all’azione non appena vedo qualcuno di veramente elegante che sta arrivando. Negli scatti di questi anni si nota come la figura della donna sia considerata enigmatica, remota, proibita, e ciò risalta dal vestiario – legato alla moda del tempo – e da immagini dove non c’è posa, ma movimenti “rubati”.

 

Dal dopoguerra in poi le fotografie di Jacques Henri Lartigue iniziano a diffondersi sempre più, come i suoi ritratti di Pablo Picasso e Jean Cocteau. Nel 1954 viene fondata la Gens d’Images, di cui Lartigue diventa vicepresidente, e, grazie alle attività svolte dall’associazione, l’artista riesce a esporre, per la prima volta, in una collettiva organizzata alla Galérie d’Orsay nel 1955. Ma sarà il 1963 l’anno più importante per il fotografo francese: John Szarkowski, neo direttore del dipartimento di fotografia del MoMa (Museum of Modern Art di New York) decide di esporre i lavori dell’ormai settantenne Lartigue, permettendogli di raggiungere un grandissimo successo. Per l’occasione la rivista Life gli dedica un servizio sul suo numero di novembre, stesso numero che riporta i fatti dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Un evento tragico che determina un’altissima tiratura e che, di conseguenza, gli porta grande visibilità.

 

 

Il successo ottenuto al MoMa gli permetterà non soltanto di organizzare altre mostre, ma anche di stringere amicizia con i fotografi Richard Avedon e Yasuhiro “Hiro” Wakabayashi. In particolar modo, Avedon gli propone di realizzare un lavoro, una sorta di “giornale fotografico” che verrà pubblicato nel 1970, Diary of a Century (Instants de ma vie), che lo consacra definitivamente tra i grandi della fotografia del XX secolo.

La sua arte è L’invenzione della felicità, titolo attribuito alla più grande retrospettiva mai realizzata in Italia dedicata a Jacques Henri Lartigue. La Casa dei Tre Oci di Venezia, fino al 10 gennaio 2021, ospiterà questa rassegna di 120 immagini, con 55 inediti provenienti dagli album personali del fotografo francese, a cui si aggiungeranno materiali d’archivio che ripercorrono la sua carriera, partendo dagli esordi nei primi del Novecento sino ad arrivare agli anni Ottanta.

La mostra è curata da Marion Perceval e Charles-Antoine Revol, rispettivamente direttrice e project manager della Donation Jacques Henri Lartigue, e da Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci. La rassegna è organizzata da Civita Tre Venezie e promossa da Fondazione di Venezia, in stretta collaborazione con la Donation Jacques Henri Lartigue di Parigi e il patrocinio del Ministero della Cultura francese.

La parte di mondo di Lartigue – scrive Denis Curti nel suo testo in catalogo – è quella di una Parigi ricca e borghese del nouveau siècle, e anche quando l’Europa verrà attraversata dagli orrori delle due guerre mondiali, Lartigue continuerà a preservare la purezza del suo microcosmo fotografico, continuando a fissare sulla pellicola solo ciò che vuole ricordare, conservare. Fermare il tempo, salvare l’attimo dal suo inevitabile passaggio. La fotografia diventa per Lartigue il mezzo per riesumare la vita, per rivivere i momenti felici, ancora e ancora.

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