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La cruda realtà nella fotografia di Letizia Battaglia

Francesca Testa di Francesca Testa
21 Febbraio 2024
in Camera Chiara
Tempo di lettura: 3 minuti
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Per Letizia Battaglia la realtà è in bianco e nero: «Ancora oggi il solo pensare al rosso del sangue mi fa star male. Penso che il bianco e nero sia più silenzioso, solenne, rispettoso. Anche quando guardo la fotografia degli altri cerco il bianco e nero. È un gusto artistico, del mezzo, del risultato». Come per molti fotografi, anche per lei la fotografia nasce da un’urgenza etica, una necessità legata alla vita perché scattare, secondo il suo sentire, significa avvicinarsi agli altri raccontandone il dolore. Nata a Palermo nel 1935, Letizia Battaglia è fotografa, politica, regista, artista, ambientalista, editrice ed è una delle prime donne fotoreporter italiane.

Nel 1969 inizia la sua carriera presso L’Ora, giornale palermitano, unica donna tra colleghi uomini. Dopo aver collaborato con varie testate a Milano, nel 1974 torna nel capoluogo siciliano e documenta l’inizio degli anni di piombo della sua città, fermando per sempre su pellicola i delitti della mafia. I suoi scatti vogliono informare l’opinione pubblica e smuovere le coscienze: il suo archivio, infatti, racconta l’egemonia del clan dei Corleonesi ma non solo, anche le speculazioni del Sacco di Palermo, gli assassini mafiosi di Peppino Impastato e quello di Piersanti Mattarella.

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La fama di Letizia Battaglia diventa quindi internazionale, non soltanto, e giustamente, per le foto legate alla mafia, ma anche per il modo in cui sa ritrarre Palermo mostrandone la miseria e lo splendore, le tradizioni, gli sguardi dei bambini e delle donne – i soggetti femminili sono i suoi preferiti –, i quartieri, le strade, la vita quotidiana. La fotografa palermitana è la prima europea a ricevere, nel 1985, il Premio Eugene Smith a New York.

Il suo impegno come fotoreporter è portato avanti senza sosta, con grande cuore, fino al 1992, anno degli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quello di Letizia, però, non è un abbandonare la lotta, piuttosto un preferire il concentrarsi su attività cooperative e di sensibilizzazione. Battaglia infatti collabora sempre con varie agenzie e tiene laboratori per chi, come lei, desidera fare della fotografia la propria missione convinto che sia un’arma di ribellione.

La sua incredibile abilità consiste nel mostrare la realtà per quello che è, senza infierire in alcun modo, senza crudeltà, senza abbellirla. I soggetti vengono ritratti e mostrati per quello che sono. Le sue immagini trasmettono una grande sensibilità e, soprattutto, dimostrano cura e dedizione in una composizione elegante. L’utilizzo esclusivo del bianco e nero, quindi, è una scelta legata al desiderio di far prevalere il contenuto sulla forma, far emergere l’anima della fotografia.

«Io sono una che ha fatto reportage rimanendo nella città dove vive. Reportage può significare tante cose, per ognuno cose diverse. Per me significa andare al cuore delle cose, di un luogo, di una città, di un gruppo di persone, cioè scavare con l’immagine. Io lego molto la fotografia al cinema: è come una creazione, anche se poi è la realtà. È una cosa complicata quella che ho appena detto, ma siccome sono vecchia le complicazioni si sono complicate!».

Oggi Letizia Battaglia è impegnata in alcune mostre da Ancona a Firenze: si tratta di progetti espositivi che ne celebrano l’influenza e il grande talento. Proprio a Firenze, infatti, terrà un workshop dal titolo Corpo di Donna, nel quale condividerà la sua esperienza ma anche i processi tecnici dietro la sua ricerca. Un appuntamento, riservato purtroppo soltanto a 25 partecipanti, fissato per il 25, 26 e 27 settembre prossimi.

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